Spettacoli

Marco Tullio Giordana: "Italia in recessione economica e morale. Occorre rilanciare l'ottimismo"

Il regista, premiato al Magna Graecia Film Festival, esprime il suo pessimismo per la situazione del Paese e propone la sua ricetta: "Bisogna ripartire da competenza e scuola. Se si demolisce l'istruzione e il lavoro la democrazia è condannata"
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CATANZARO - Un po' come il suo Pier Paolo Pasolini ("Un cagnaccio che morde anche i suoi"), Marco Tullio Giordana ci tiene alla propria indipendenza intellettuale: "La sinistra non è la mia famiglia, sebbene molti dei suoi valori siano anche i miei". Quando rivolge il suo sguardo sul fronte opposto, però, lascia il fioretto e imbraccia il bazooka: "Gli estremisti di destra, violenti e corrotti, non riesco proprio a digerirli".

L'uomo che non ha avuto paura di raccogliere il guanto di sfida lanciato, prima di lui, da mostri sacri del cinema italiano come Francesco Rosi e Elio Petri ha ricevuto la Colonna d'Oro del Magna Graecia Film Festival di Catanzaro: "È importante valorizzare le opere prime e seconde dei giovani talenti - assicura il regista de La Meglio gioventù e I cento passi sulla kermesse diretta da Gianvito Casadonte - perché spesso sono le più delicate. Soprattutto le seconde sono le più fragili. Sono quasi sempre operazioni avventurose che se non hanno la visibilità dei festival rischiano di cadere nel vuoto".

Premio ricevuto per la sua carriera dedicata al dubbio, al rifiuto della versione ufficiale dei fatti, alla critica documentata. La sua missione, farci innamorare dei suoi personaggi. Anche e soprattutto di quelli verso cui nutriamo pregiudizi. L'obiettivo ultimo del suo sforzo artistico diventa, così, quello di indurre gli spettatori alla riflessione per spingerli, magari, a migliorare il Paese.

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L'Italia è davvero un posto bello e inutile destinato a morire, un Paese da distruggere?
"Quella è stata la prima scena che abbiamo girato con il grande Mario Schiano e sentendolo ho pensato fra me e me: Certo che è un po' forte 'sta battuta. Però, senti, siamo qui proprio per quello. È la pura verità: bello e inutile. E per dirla tutta non è neanche più tanto bello perché lo abbiamo sconciato. Mi sento un po' come come lui. Tutti si sentono indispensabili con qualcosa da dire, ma non è vero. Continuiamo a fingere di non essere vecchi ed è un errore".

Il professor Schiano invocava l'apocalisse: "Almeno saremmo tutti costretti a ricostruire". Da dove cominciamo?
"Secondo me dalla scuola. Prima, però, dovresti selezionare i suoi insegnanti che si sono formati in una scuola dequalificata che non chiede una prestazione, ma che mira a far passare tutti".

Abbiamo gli insegnanti meno pagati d'Europa.
"Anche quello vuol dire qualcosa, perché se non attiri con il giusto miraggio della retribuzione... Ma d'altra parte è tutto il lavoro a essere sottoretribuito in Italia. Si continua a pensare che lo sviluppo dell'economia corrisponda agli aumenti degli utili delle società, delle banche, degli azionisti, ma non è così. L'economia dev'essere anche un valore sociale non può essere solo arricchimento".

Chi sono oggi i dinosauri da distruggere?
"Quasi tutti i politici, anche i giovinastri. Rilascio malvolentieri delle interviste perché non voglio esprimere il mio totale pessimismo".

Lo è pessimista?
"Per quanto riguarda le classi dirigenti, la formazione e il peso mediocre che ha la cultura oggi nella formazione di uno Stato, sì. E dire che persino il fascismo aveva rispetto per la cultura. Cercava di attrarla a sé, ma poi la promuoveva. In parte propaganda, ma in parte anche dialettica. Persino loro pensavano che la cultura non fosse un intralcio, ma un'istituzione di cui impadronirsi. E anche nel dopoguerra, con il cosiddetto monopolio della sinistra sulla cultura. La sinistra aveva l'idea, peraltro giusta, che la cultura fosse centrale nella formazione non solo del consenso, ma anche dell'esistere in un Paese, in una nazione. Invece, adesso, quest'idea non c'è più. È come se i giovani non servono per governare il futuro del Paese, ma devono consumare e basta. E se non ce l'avete, vi do anche un reddito per tenere in vita, sebbene con un filo di gas, l'enorme platea dei consumatori".

"Se non fossi ottimista non starei qui, tra voi, a parlare". Pasolini non voleva essere ricordato come un pessimista. Purtroppo, però, anche i suoi peggiori incubi - sull'accettazione acritica del capitalismo, sull'ambiente, sul consumismo... - sono diventati realtà.
"Quello della politica è un terreno che non calpesto volentieri per la mia totale lontananza dalla messa in scena attuale. Perché non è politica, ma una specie di ricostruzione, un ologramma che richiama nella parola qualcosa che oramai è completamente estinto. Oggi mi sembra che i partiti siano comitati d'interessi che si incontrano. E la caratura degli interpreti è scadente. A me Draghi piaceva proprio perché aveva quell'aria che ho sempre pensato che dovessero avere gli uomini politici: quella di una persona migliore di noi".

La lezione di PPP servirà anche alle generazioni future?
"La voce di Pasolini è critica in un momento in cui l'Italia è all'offensiva sia economica che politica. Anche in politica estera con le sue imprese coloniali fallite e Pasolini è in attrito con il pensiero comune. Oggi, invece, siamo nel pieno di una recessione che non è solo economica, ma anche morale. Vitale direi. Tutto è ansiogeno e spaventoso e, quindi, paradossalmente servirebbe una voce che rilanciasse l'ottimismo. Proprio perché il coro è un coro di tragedia".

Dove cercare una soluzione?
"Nella competenza, nella scuola. E, d'altronde, il concetto di democrazia e di costituzione era stato concepito in un Paese che puntava sul lavoro e sull'istruzione come fondamenti della nostra repubblica. Ed è per questo motivo che nel momento in cui si demolisce l'istruzione e il lavoro la democrazia è condannata, non esiste più".

Ne La meglio gioventù, Nicola e Matteo vanno a Firenze per aiutare gli alluvionati, oggi, nel migliore dei casi, farebbero un bonifico dallo smartphone. Perché è importante sporcarsi le mani e perché è necessario abbandonare le agorà virtuali e riprenderci le piazze e le strade?
"È un processo irreversibile... È più comodo andare su Wikipedia: scrivi un nome e ti escono i risultati e tu credi di sapere. Ma non sai, perché il sapere è esperienza".

Come d'incanto siamo tutti diventati virologi e depositari degli equilibri geopolitici planetari.
"Non oso confessare di non avere più la tv da 15 anni e, quindi, di essere completamente ignaro rispetto ad alcune figure che, da quello che mi dicono, sono sulla cresta dell'onda, ma che io non so chi siano. Non la seguo più perché non mi appassiona, non le considero cose interessanti".

Il populismo apolitico da tastiera ha finito per riempire il serbatoio dell'estrema destra che si sta preparando a sostituire il 'vaffa' grillino con il 'manganello' sociale. Teme la normalizzazione di alcuni rigurgiti?
"Ho sempre pensato che fosse questo il fine. E, del resto, la rete nasce da un'invenzione militare. Viene il sospetto che questa specie di isolamento nel quale ci mettiamo - anche io sono spesso su internet, dove ho imparato un sacco di cose - non sia casuale".

Si può aver paura dell'esito delle elezioni?
"La paura vera è che questa crisi di governo sia stato un salto nel buio, perché nel momento in cui l'Italia doveva ricevere dei contributi internazionali quella di Draghi era una figura di garanzia, sia con l'Europa, sia con le grandi banche centrali, sia con gli Stati Uniti. La manovra che avrebbe dovuto farlo spaventare, in realtà lo ha fatto cadere perché lui non è un uomo politico come loro. Si è comportato con molta serietà. Ha pensato: Non sono stato eletto e se viene meno la maggioranza vado via. E, ora, tutti adesso dicono: Che facciamo? Toccherà a noi a fare una finanziaria lacrime e sangue perché l'Europa non ci dà più una lira e saremo i responsabili dei disordini. Disordini che, prima o poi, cominceranno".

A vincere, di nuovo, sarà il partito degli astenuti. Perché li abbiamo persi?
"Glielo posso dire perché ne faccio parte: sfuggo al ricatto del meno peggio. Penso che non abbia più senso continuare a votare contro qualcuno. Non lo voglio fare. Se si presentassero delle figure in cui ho fiducia, allora voterei. Ma andare a votare i nomi che decidono le segreterie dei partiti non importa niente. Mi sento preso in giro e, quindi, perché mai dovrei votare? E poi, da quando c'è questo 'rosatellum', votato da tutti, che costringe a fare coalizioni che non stanno in piedi perché il giorno dopo litigano già tutti, è perfettamente inutile".

Trump, Le Pen, Abascal, Meloni, Orban: sintomi o conseguenza di una malattia sociale?
"Difficile rispondere, perché di sintomi ce ne sono in tutti i partiti. I Cinque stelle sono sintomo e malattia. Mi riesce difficile digerire gli estremisti di destra violenti e corrotti. O la Lega che si ripresenta. Hanno nascosto 40 milioni di contributi e nessuno gliene chiede più conto. Ci sono delle figure sulla scena che non sono ammissibili".

Un sillogismo tragicamente imperfetto. A) Un italiano uccide a stampellate un nigeriano. B) Un politico della Lega invoca maggiore sicurezza per gli italiani. C) Alle prossime elezioni il suo partito verrà premiato per queste dichiarazioni.
"Non mi stupisce. Gli italiani sono razzisti. Erano convinti di non esserlo soltanto perché non avevano il problema".

Perché si fa tanta fatica a credere alle cose belle, mentre a quelle brutte ci si crede subito?
"Che frase stupenda. Non l'ho scritta io, ma è proprio così