Jordan Peele: "Se non sei un attaccabrighe tutto fa paura"
di Arianna Finos , di Arianna FinosQuindici anni da comico, poi il folgorante esordio da regista con Scappa - Get out — il razzismo horror — e Noi. Jordan Peele è uno degli autori più originali di Hollywood e lo dimostra, ancora, Nope, oggetto non identificato che abbraccia fantascienza, horror e western, girato magnificamente (strepitosa la fotografia notturna di Hoyte van Hoytema). La famiglia Haywood addestra cavalli per Hollywood. Quando il padre muore, colpito da detriti piovuti dal cielo, la fattoria resta ai figli; uno chiuso e timido (Daniel Kaluuya, che ritroviamo dopo Get out), l’altra fin troppo estroversa (Keke Palmer). I due si convincono che nel cielo si nasconda una presenza aliena, responsabile della morte del padre, e si attrezzano per catturarla in video e racimolare i soldi che ripianino i debiti. Il film è in sala da oggi con Universal.
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Quindici anni da comico, poi il folgorante esordio da regista con Scappa - Get out — il razzismo horror — e Noi. Jordan Peele è uno degli autori più originali di Hollywood e lo dimostra, ancora, Nope, oggetto non identificato che abbraccia fantascienza, horror e western, girato magnificamente (strepitosa la fotografia notturna di Hoyte van Hoytema). La famiglia Haywood addestra cavalli per Hollywood. Quando il padre muore, colpito da detriti piovuti dal cielo, la fattoria resta ai figli; uno chiuso e timido (Daniel Kaluuya, che ritroviamo dopo Get out), l’altra fin troppo estroversa (Keke Palmer). I due si convincono che nel cielo si nasconda una presenza aliena, responsabile della morte del padre, e si attrezzano per catturarla in video e racimolare i soldi che ripianino i debiti. Il film è in sala da oggi con Universal.
Peele, qual è stata l’idea iniziale?
«Ci ho pensato per la prima volta sette anni fa: e se ci fossero “incontri ravvicinati” non solo magici ma davvero terrificanti? Le altre influenze si sono aggiunte lungo il percorso, il risultato è molto atipico».
È un film di fantascienza ma anche sulla storia di Hollywood: è una riflessione su una società in cui l’immagine vale più della nostra vita.
«Il fulcro del racconto è la nostra dipendenza dallo spettacolo. Ogni personaggio è in relazione con questa dipendenza. In un certo senso, ho guardato il mostro per quello che è: la nostra cultura dei media e dello show, di cui faccio parte. Da un lato celebro la mia forma d’arte preferita, il cinema, dall’altra metto sotto accusa l’industria dell’intrattenimento. Abbiamo costruito intorno a noi un mondo che ci permette di vedere tutto ma di cui tutti siamo in grado di percepirne la pericolosità. Nope ne è il riflesso».
«Eadweard Muybridge è considerato il padrino della “motion picture”, ha fatto molti lavori di fotografia sperimentale. Uno dei più famosi è quello in cui fa fotografie consecutive di un cavallo che corre, per poi metterle insieme e creare una clip di due secondi: la prima foto in movimento. Quando ho cercato di approfondire la storia, non sono riuscito a trovare alcuna informazione sul fantino nero sopra il cavallo. Cosa che raccontava molto della cancellazione del contributo degli artisti neri, come cultura e capacità di influenza, che ha fatto parte di Hollywood fin dagli inizi.
Ho voluto rivendicare con orgoglio l’esistenza di quel fantino nero».
“Scappa - Get out”, “Noi” e” Black Panther” hanno sfatato la convinzione delle major che i kolossal di e con artisti neri non sfondassero Oltreoceano.
«È stata una conquista importante. Sento grande affinità con Ryan Coogler, Ava DuVernay, Barry Jenkins. Per noi è fondamentale fare il meglio, cogliere l’opportunità: se, a prescindere dal genere, tentiamo di fare i film migliori, questo parlerà più forte di tutto».
“Nope” è un film ambizioso e piuttosto libero. Ha grande sicurezza delle sue possibilità?
«In realtà mi sono sempre sentito chiuso in una serie di scatole, in molti modi, e ho trovato la mia sicurezza rompendole. Quando mi si dice che non sono in grado di fare una cosa mi prendo il tempo, capisco come risolverla ed esco dalla scatola. Questo è il mio potere, la mia immaginazione, la cui essenza è l’amore e l’ossessione che sento per l’umanità, per chi siamo e cosa facciamo, per i nostri errori e le mancanze».
La prima scatola che ha rotto?
«Durante l’adolescenza ero piuttosto timido, o così mi descrivevano, probabilmente ero più un tipo di persona che ascolta e guarda. A dieci anni ho visto uno spettacolo della compagnia teatrale musicale di bambini, la Tada! a New York, a cui sono legato ancora oggi. Guardando i ragazzini esibirsi ho capito nel profondo della mia anima che volevo essere parte dello show. Solo che non sembravo quel tipo di ragazzo, ero chiuso in me stesso o almeno nella scatola in cui mi metteva lo sguardo degli altri. Ma ho fatto un provino, a dispetto di chi non ci credeva,
e mi hanno preso. Un’iniezione di sicurezza, la prima scatola rotta, l’idea che potevo fare tutto. A parte giocare nella squadra di hockey della scuola, lì non ci sono riuscito».
Il momento più difficile durante il viaggio?
«La paura di crescere in una grande città, la paura degli altri ragazzi, quel tipo di sentimenti di cui scrive Stephen King. Ero e sono un’anima sensibile, non un attaccabrighe. Anche attraversare la città da ragazzo sensibile era terrificante. È stato bello crescere a New York, ma parte di ciò che amo della mia infanzia è legato alla paura. Ricordo al contempo la bellezza e la paura di quel tempo, anche paura di quel che sarei diventato. È per questo che, come altri registi, porto molto con me gli anni Ottanta e Novanta. Guardando quelle immagini penso come al tempo rappresentassero il mondo, mentre oggi rivedendole le percepisco in modo molto diverso».
Quali erano i suoi autori?
«Tim Burton, Steven Spielberg, David Lynch, Ridley Scott. Un film che è stato rivoluzionario per me è stato Thelma e Louise, in cui ho trovato una connessione rispetto alla condizione umana diversa da tutti i film visti prima: semplicemente lo amo. E anche se ho iniziato da attore, ho capito subito che volevo dirigere. Ci sono voluti molti anni, ma anche questa alla fine è una scatola che sono riuscito a rompere».