'Gli orsi non esistono', Panahi e l'amore: un'impresa impossibile nell'Iran senza diritti
di Alberto Crespi , di Alberto CrespiPochi giorni fa il regista iraniano Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente, Un eroe, due premi Oscar vinti) ha diffuso su Instagram un video in lingua inglese nel quale si schiera a favore delle donne iraniane che lottano, parole sue, “per diritti fondamentali che questo stato ha sempre negato”. Più o meno nelle stesse ore diventava virale sui social il video di una ragazza iraniana che cantava, in farsi, Bella ciao in onore di Mahsa Amini, la giovane uccisa dalla polizia degli ayatollah. Vale la pena di ricordarsene ora che esce Gli orsi non esistono, di Jafar Panahi: reduce da Venezia, dove è stato premiato ma non a sufficienza (meritava il Leone, ha vinto il Premio speciale della giuria), è all’apparenza un “piccolo” film che parla delle terribili ingiustizie che in Iran sono il pane quotidiano di qualunque cittadino.
Come già in Taxi Teheran (2015) e i…
Pochi giorni fa il regista iraniano Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente, Un eroe, due premi Oscar vinti) ha diffuso su Instagram un video in lingua inglese nel quale si schiera a favore delle donne iraniane che lottano, parole sue, “per diritti fondamentali che questo stato ha sempre negato”. Più o meno nelle stesse ore diventava virale sui social il video di una ragazza iraniana che cantava, in farsi, Bella ciao in onore di Mahsa Amini, la giovane uccisa dalla polizia degli ayatollah. Vale la pena di ricordarsene ora che esce Gli orsi non esistono, di Jafar Panahi: reduce da Venezia, dove è stato premiato ma non a sufficienza (meritava il Leone, ha vinto il Premio speciale della giuria), è all’apparenza un “piccolo” film che parla delle terribili ingiustizie che in Iran sono il pane quotidiano di qualunque cittadino.
Come già in Taxi Teheran (2015) e in Tre volti (2018), Panahi mette in scena se stesso: un cineasta che studia i modi più astuti e bizzarri per aggirare la condanna che, dal 2010, lo vorrebbe agli arresti domiciliari e impedito a realizzare film. Qui lo incontriamo in un paesino ai confini con la Turchia, in una casupola affittata, mentre dirige un film “da remoto” attraverso il computer.
Il paese sembra accettarlo e proteggerlo, ma un giorno Panahi commette un errore: fotografa, senza volerlo, un ragazzo e una ragazza che chiacchierano a pochi metri da casa sua. La ragazza, ahilei, è promessa (da quando è nata) a un altro. I notabili del paese si recano quindi da Panahi per avere la fotografia che sarebbe la prova di un inaccettabile tradimento. Il regista nega di averla scattata. Ma il seme del dubbio dà vita, ben presto, all’albero della violenza. Panahi può andarsene come e quando vuole, a bordo della sua bella automobile. Ma il destino dei due ragazzi è segnato, in base a leggi ancestrali che sembra impossibile mettere in discussione.
Tutto il film gira intorno al concetto di confine. Quello con la Turchia, che è a due passi, e che Panahi osserva pensoso: scappo, non scappo? Quello linguistico, perché molte persone nel paese parlano azero (la lingua dell’Azerbaigian parlata anche in vaste zone dell’Iran occidentale e in scampoli di Turchia, Georgia e Armenia) e il confronto tra i locali e il regista, nato in una famiglia azera ma ormai abituato a parlare in farsi, passa anche attraverso la difficoltà di comunicazione.
Ma il confine vero è dentro la comunità, tra chi rispetta le regole in modo ottuso e chi sogna, molto semplicemente, una vita normale. I film di Panahi sono sempre una riflessione sul potere del cinema (qui c’è un “film nel film” che parla anch’esso di donne oppresse, e desiderose di fuggire) ma sono prima di tutto un messaggio nella bottiglia, diretto a chiunque possa ascoltare – quindi anche a noi, che avremmo il dovere etico di vedere Gli orsi non esistono. Il titolo allude a una leggenda locale, ai pericoli che attendono chi osa avventurarsi fuori dal villaggio – quindi dal passato. No, gli orsi non esistono, ma esistono belve assai più pericolose, chiamate “uomini”.