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Kim Rossi Stuart al cinema con 'Brado'. "Un padre e un figlio tra tenerezza e perdono"

L'attore e regista è al terzo film dietro alla macchina da presa. Esplora il rapporto tra genitori e figli. E dell'incontro con Ilaria Spada che ha sposato nel 2019 racconta: "È arrivata e mi ha ribaltato"
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Brado è il film della riappacificazione, dice Kim Rossi Stuart, che consegna al pubblico in sala il suo terzo film da regista, western esistenziale incentrato sul rapporto tra un padre e un figlio, una fattoria e una gara di cavalli, un rapporto ritrovato e un doloroso intensissimo addio. Un film (produce Palomar, distribuisce Vision) riuscito. E l'attore e regista - camicia di jeans, un tè che sorseggia nel baretto del MAXXI di Roma - lo sguardo pacificato ce l'ha per davvero.

"Questo film viene come una novità per me, proprio nel modo di viverlo e in relazione all'esterno, alle persone. Qualcosa che ha a che fare con il mio percorso umano, ma anche con ciò che accade sul pianeta. I segnali inquietanti dell'ambiente, della politica e delle guerre sono anche l'occasione per ricordarci di assaporare appieno la vita, vivere ogni giorno come l'ultimo. Quindi questo film lo affronto in modo diretto, senza filtro. Mi sono messo al t…

Brado è il film della riappacificazione, dice Kim Rossi Stuart, che consegna al pubblico in sala il suo terzo film da regista, western esistenziale incentrato sul rapporto tra un padre e un figlio, una fattoria e una gara di cavalli, un rapporto ritrovato e un doloroso intensissimo addio. Un film (produce Palomar, distribuisce Vision) riuscito. E l'attore e regista - camicia di jeans, un tè che sorseggia nel baretto del MAXXI di Roma - lo sguardo pacificato ce l'ha per davvero.

"Questo film viene come una novità per me, proprio nel modo di viverlo e in relazione all'esterno, alle persone. Qualcosa che ha a che fare con il mio percorso umano, ma anche con ciò che accade sul pianeta. I segnali inquietanti dell'ambiente, della politica e delle guerre sono anche l'occasione per ricordarci di assaporare appieno la vita, vivere ogni giorno come l'ultimo. Quindi questo film lo affronto in modo diretto, senza filtro. Mi sono messo al telefono e ho chiamato a una proiezione persone che stimavo e che mi sarebbe piaciuto conoscere. La risposta è stata bellissima, emozionante sentire i messaggi del giorno dopo, se ci penso mi risale la commozione (gli occhi grigi s'inumidiscono ndr), avere la sensazione che questo film tocchi nel profondo qualcosa di importante. E poi l'altro giorno c'è stata l'anteprima al Kum Festival di Massimo Recalcati, 620 persone, una reazione partecipe. Inizio a convincermi che Brado abbia qualcosa di speciale, che metta lo spettatore di fronte a cose non così consuete".

'Brado' nel ranch con Kim Rossi Stuart - backstage in anteprima


È un film fatto per il pubblico.
"Sì, è un film non ostico e intellettuale. Ma all'interno di una struttura di genere, impresa sportiva o western, parlo di libertà e racconto in modo profondo la relazione tra un padre e un figlio. C'è una scena di quattro minuti in cui lo spettatore è messo di fronte a una sofferenza molto vera, ma anche in quei minuti c'è qualcosa di luminoso. Non mi piace il cinema che si compiace del pessimismo, del male, della sofferenza. Quei quattro minuti di sofferenza sono fornace essenziale al processo di realizzazione di un metallo pregiato".
 

All'inizio della storia padre e figlio sono molto distanti.
"Apriamo con le uova nel paniere già rotte da tempo. E' il cuore del film, il bisogno di ricucire di entrambi, la difficoltà di farlo, la condizione di un figlio che venendo al mondo si ritrova carico di tutte le ferite che non hanno nulla a che vedere con la sua identità, ma con la storia di chi lo ha preceduto, quindi di suo padre, del nonno. Il film si interroga sul modo in cui spezzare questa catena. Un tema che lega i miei primi tre film, diversi tra loro, in un percorso che si chiude. Il ragazzo probabilmente è il più maturo tra i due e crea un sentiero tra l'odio e i colpi inferti per arrivare al traguardo di riabbracciarsi e di perdonarsi. Di accettarsi per quello che si è, rispettare il fatto che un padre, a sua volta è stato figlio, di rispettare i suoi errori, provare tenerezza per gli errori del proprio padre. A quel punto, finalmente liberi, ci si può cominciare a confrontare con la propria identità più autentica".


Ha detto che è film di pacificazione.
"Sì, c'è un senso di pacificazione con la figura paterna e con anche l'idea del lutto, della perdita. C'è uno sguardo e un sorriso tra questi due che per me rappresenta l'eternità. Presuntuosamente mi sto cominciando a fare l'idea che non la dà solo a me questo senso di pacificazione".
 

Lei ha iniziato il mestiere giovanissimo. Dimostrando una sensibilità "senza pelle",  ma anche molta forza nel proseguire verso una direzione senza farsi troppo pressare dall'ambiente, dagli altri.
"E molto semplice, perché io ho iniziato a fare il suo mestiere prestissimo e a studiare prestissimo. E tra i 14 e i 15 anni ho cominciato a fare una scuola di recitazione che era molto vicina a una sorta di psicanalisi di gruppo. Un gruppo bellissimo di giovani guidati da un insegnante, si chiamava Beatrice Bracco. Non procedeva per questioni estetiche formali, ma andava nel fondo dell'animo umano. Quindi questo processo mi è rimasto e mi ha dato una chiave di accesso a questo mondo e a questo mestiere. E la chiave è rimasta sempre quella per cui, dopo le prime cose, magari più commerciali che per carità hanno il loro diritto di esistere, ai miei figli Fantaghirò lo faccio vedere, sono andato avanti. Quando questo meccanismo non cominciava a essere più per me, facevo lavori che non mi permettevano l'approfondimento, ho detto: Bene, qui mi fermo e cambio direzione. Avevo vent'anni".


Non deve essere stato facile.
"No, ma non potevo fare una scelta diversa. Mi rivedo un giorno, in viale Giulio Cesare a Roma, il momento preciso in cui dico a me stesso: quel che faccio ora, così, non interessa. Cosa mi interessa di questo mestiere? E l'ho associato a qualcosa che aveva a che fare con la sanità pubblica.Mi interessa che questo mestiere mi dia la possibilità di comunicare, di trasmettere cose positive che hanno a che vedere con la crescita, con un nutrimento buono da dare a uno spettatore. Quindi è stato per me semplicissimo. Poi per carità qualche compromesso nella vita l'ho fatto anch'io, una casa me la sono dovuta comprare. E una famiglia la devo mantenere. Quella è la priorità, quindi in questo momento è tosta".
 

Quanto è stato importante l'incontro con Ilaria Spada?
"Mi ha sradicato. È arrivata e mi ha ribaltato. È stato un innamoramento. E mi ha tolto qualsiasi filtro razionale. È stata una roba che è arrivata, è stata irresistibile. È molto simpatica,è vero ma dentro casa....vabbè, puntini, puntini.... Però lei è così, lei è molto difficile che  entri in contatto con la depressione, la tristezza, la malinconia. Ilaria è solare per natura".
 

Ripercorriamo il tragitto fatto da regista, da "Anche libero va bene" a "Tommaso".
"Il primo film è stato un parto, avevo 34 anni. Avrei voluto debuttare a venti, non mi è stato permesso, dicevano "arriverà il momento...", ma non arrivava mai. Non ho saputo impormi. Però credo che le cose arrivino anche quando sono mature. Quel film era sulla crescita puberale e quindi su anche sul desiderio. E avevo voglia di esplorare il desiderio, proprio il mio desiderio, in quel caso anche ahimè, frustrato, perché c'era una madre assente. Nel secondo, Tommaso, volevo raccontare  la prigionia della mente, la prigionia del pensiero. Il film è tutto, anche formalmente, come un incapsulare il personaggio all'interno di una sfera di incomunicabilità. Quel film ha diviso, aveva un nucleo sperimentale. Mi piace pensare alla battuta che ha fatto il mio amico Gianni Amelio,"questo film non l'ha capito neanche chi lo ha molto apprezzato'".

Continua anche lavorare anche come attore.

"Sì, ho girato una serie in Belgio, mi sono divertito molto, sette mesi di set, si chiama Everybody love diamonds, è una sorta di I soliti ignoti di oggi, ambientato quasi tutto ad Anversa. Riprende una storia vera di un italiano, il mitico Notarbartolo che ha fatto un furto epocale".
 

E ora?
"Gli ultimi quattro anni sono stati furiosi, la preparazione di Brado è stata faticosissima. Ora voglio accompagnare il film nel mondo, a fine novembre sarò in Brasile".
 

Quando le persone la fermano per strada per cosa lo fanno visto che la sua filmografia è larga...
"Più o meno i nomi sono Tommaso, un po' meno Anche libero va bene, e moltissimo Vallanzasca, Le chiavi di Casa, Romanzo criminale, Cosa sarà. Ma ovviamente in cima a tutti c'è, ancora e non solo in Italia, Fantaghirò l'immortale". .