Donato Carrisi: "Non c'è purezza nella gioventù, anche i ragazzi possono nascondere l'abisso"
di Arianna Finos , di Arianna FinosNel fine settimana che precede Halloween Donato Carrisi porta nelle sale un thriller ambientato su un lago di Como 'dark' con protagonisti che l’autore vuole senza nome e identità, compresi gli artisti che li interpretano, per rendere più realistici storia e personaggi. Poi, però, alla fine le cose vengono sempre a galla e così anche chi sono gli attori coinvolti: Gabriel Montesi (l'Uomo che pulisce); Michela Cescon (la Cacciatrice di mosche) e Sara Ciocca (la Ragazzina col ciuffo viola).
Tratto dall'omonimo romanzo Io sono l’abisso (in sala dal 27 ottobre con Vision Distribution), al centro del libro e del film c’è un netturbino, l’Uomo che pulisce, che segue l’idea ossessiva per cui gli uomini possono mentire, i loro rifiuti no. La sua esistenza si incrocia con la Ragazzina col ciuffo viola e la Cacciatrice di mosche che sa che in giro c'è qualcuno che sta uccidendo donne con un partico…
Nel fine settimana che precede Halloween Donato Carrisi porta nelle sale un thriller ambientato su un lago di Como 'dark' con protagonisti che l’autore vuole senza nome e identità, compresi gli artisti che li interpretano, per rendere più realistici storia e personaggi. Poi, però, alla fine le cose vengono sempre a galla e così anche chi sono gli attori coinvolti: Gabriel Montesi (l'Uomo che pulisce); Michela Cescon (la Cacciatrice di mosche) e Sara Ciocca (la Ragazzina col ciuffo viola).
Tratto dall'omonimo romanzo Io sono l’abisso (in sala dal 27 ottobre con Vision Distribution), al centro del libro e del film c’è un netturbino, l’Uomo che pulisce, che segue l’idea ossessiva per cui gli uomini possono mentire, i loro rifiuti no. La sua esistenza si incrocia con la Ragazzina col ciuffo viola e la Cacciatrice di mosche che sa che in giro c'è qualcuno che sta uccidendo donne con un particolare comune a tutte loro: i capelli biondi. La colonna sonora è composta da Vito Lo Re per Edizioni Curci e Palomar. Abbiamo incontrato Carrisi per parlare con lui di quella paura che è al centro del film.
“La paura è una delle emozioni primarie, essenziali, la apprendiamo nascendo, insieme all’amore sono le uniche due emozioni che ci fanno battere il cuore. Non ci batte il cuore per rabbia, per rabbia ci viene un infarto. I neonati vengono al mondo urlando di terrore, poi vengono consolati dall'amore, drammaturgicamente la paura e l’amore seguono lo stesso schema narrativo e sono due componenti che si assomigliano molto perché attraverso la paura, attraverso l'amore, noi riusciamo a difenderci, a conoscere il mondo e a proteggerci. La paura ci serve, è indispensabile, ma io in questo film volevo far fare alla paura anche un salto di qualità. Non volevo fosse semplice paura ma che si trasformasse in sospensione, in quel solletico che proviamo tutti nella pancia che di fatto è curiosità, appunto, di conoscere cosa si nasconde nel buio. Perché anche di questo è fatta l'indole umana. Tendiamo è vero a fuggire i pericoli, ma siamo talmente curiosi che a volte non sappiamo resistere. Io volevo fosse fatta di questo la paura che raccontavo, ma soprattutto volevo che si entrasse in questo film spaventati e si uscisse commossi. Che sembra strano da dire per un thriller”.
“Certo, è il lato oscuro, che può celarsi in ogni luogo e in ogni persona. Non dobbiamo assolvere preventivamente la natura umana. Spesso è un errore che facciamo. In realtà l'abisso che racconto io è esattamente questo. Perché mi sono servito del lago per raccontare l'abisso? Perché la superficie è placida, tranquilla, è l'apparenza che noi mostriamo quotidianamente a tutti quanti gli altri. Invece, sotto la superficie, specie nel lago di Como, si agitano correnti tumultuose e insospettabili. Ed è quello che accade anche nella natura umana. Il fatto che si tratti di giovani non li assolve preventivamente. Non c'è alcuna purezza nella gioventù, perché non c'è alcuna purezza della natura umana. Noi siamo in grado di contenere i nostri istinti, però ci portiamo dentro tutti, in qualche modo, un abisso”.
“Ce ne sono tante e tante purtroppo le trascuriamo. Le minacce si possono nascondere ovunque, ci sono quelle generali, pandemia e guerra, però ci sono anche le paure più particolari che derivano dal fatto che forse ultimamente stiamo diventando più cinici, meno empatici. Ecco, da questo nasce sicuramente la mia paura più forte: sono spaventato dall'insensibilità così diffusa”.
Il suo rapporto con la paura, come diciamo da bambino, e come è evoluto, essendo anche diventato parte della tua relazione?
“Io sono un fifone, altrimenti non saprei raccontare la paura. Non si compra una bistecca da un macellaio vegetariano. Se non sperimento la paura non sono in grado di raccontarla. A volte quando vado proprio a cercare le paure da raccontare la maggior parte delle volte non le trovo fuori, ma dentro di me”.
“Quella più profonda? È quella che io collego al famoso meteorite. Faccio un esempio: se improvvisamente ci dicessero che sta per arrivare un meteorite che distruggerà l'umanità e che abbiamo tutti 48 ore di vita, come ci comporteremmo? Perché a quel punto ci sarebbe improvvisamente il livellamento della società, la mia vita varrebbe quanto quella del presidente degli Stati Uniti, per esempio. Come cambierebbe questo evento, rispetto ai freni inibitori che ci circondano? Molte persone, per esempio, troverebbero un motivo per infrangere non solo la legge, ma le regole morali. Che cosa frenerebbe la persona che ha odiato per anni la moglie e il vicino di casa dal compiere un omicidio efferato? Ecco, fin quando non si verifica questo evento, il meteorite, probabilmente non potremo mai sapere. Ma tutti noi, in maniera insospettabile, ci portiamo dentro un piccolo mostro. A volte ci parliamo, a volte ci parla lui, a volte non sappiamo riconoscerlo”.
“Terrorizzato? Non lo so, io non cerco mai il terrore, ma la suspense. In realtà io non riesco a vedere gli horror”.
E quali sono i suoi preferiti?
"I miei preferiti in assoluto sono i grandi thriller degli anni 90, Il silenzio degli innocenti, I soliti sospetti, Seven, The game, Memento… tantissimi, ma sono quelli i miei film di riferimento”.
Io sono l’abisso è arrivato 'a scatola chiusa' senza svelare i nomi degli attori e i personaggi, rivelati solo oggi: quanto è importante per mantenere la suspense? Inoltre il film arriva a ridosso di Halloween, un fenomeno straordinariamente importante, che per le nuove generazioni ha superato Carnevale.
"Penso che Halloween sia meno spaventoso del Natale, per quanto mi riguarda. È strano pensare che la festa cristiana per eccellenza sia stata oscurata da un signore sovrappeso con la barba lunga e che è vestito di rosso. È stata oscurata da quella figura, per cui è molto più inquietante questo aspetto. Secondo me il vero mostro ce lo ritroviamo a Natale e porta dei regali ai nostri figli. Halloween invece è liberatorio, cerchiamo di esorcizzare la paura ma per farlo dobbiamo conoscerla”.
Il thriller, l’horror, è anche una forma di educazione degli adolescenti, che ti consegna una chiave di lettura – lo sguardo di un artista – dell'orrore, a differenza di quello dei telegiornali in cui non c'è una chiave e quindi non sai difenderti. E a volte ti rassicura anche perché ti fa capire che c'è un modo di affrontarlo e risolverlo.
“Certo. Il motivo appunto per cui molti leggono thriller e vedono e fanno vedere film thriller. Perché questo genere ha così tanto successo? Noi dovremmo scappare da storie come queste, invece ci attraggono proprio perché in queste storie, a differenza che nella realtà, c'è una soluzione al male e questo è molto consolatorio”.
Che cosa ci può dire di questo film e lo affido a te proprio perché so che lo custodirà.
“In realtà di questo film si può addirittura racconta il finale senza problemi. Perché ci sono due storie: una è quella che si muove sullo schermo e l'altra è quella che si muove sotto i piedi dello spettatore, nell'abisso che scorre sotto i piedi dello spettatore. Ed è lì che si trovano i colpi di scena che non hanno nulla a che fare con la investigazione. Perché io dico da subito: questo è il cattivo e si capisce subito quello che accadrà. Il pubblico non sa da dove arriverà la sorpresa e sarà quella sorpresa spiazzante che poi il pubblico si porterà a casa, una volta uscito dalla sala”.
“Non c’è una differenza. In realtà io scrivo per immagini. Ho cominciato con la sceneggiatura. Il mio primo romanzo era la sceneggiatura del film che nessuno voleva produrre, per cui l’ho trasformato in un romanzo e sono andato trovando il pubblico in questa maniera, poi sono tornato al cinema. La cosa più bella è quando mi sento dire da un lettore 'sai che leggere un tuo libro è come guardare un film?'. Certo, perché sono costruiti secondo lo stesso codice. Trovo che il cinema però abbia qualcosa di estremamente miracoloso, così come i romanzi: i film più belli, i romanzi più belli, non sono quelli che finiscono una volta chiuso il libro, o una volta che si accendono le luci della sala. Ma solo quelli che continuano nella nostra vita, che si riverberano nella nostra”.
Uno che si porta appresso?
“Tantissimi film e tantissimi libri che continuano a raccontarmi la storia anche a distanza. Penso a Shining, per esempio. È un racconto continuo, non finisce con la fine del film, perché non c'è un vero finale, come non c'è nel libro. È incredibile anche questo: Kubrick e King hanno maneggiato la stessa storia, la stessa tensione, la stessa paura e non hanno chiuso il finale proprio per regalare questo ulteriore sentimento al pubblico. Tant'è che è un libro che mi piace rileggere ed è un film che mi piace rivedere. E non solo il solo”.