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Roberto Andò e la "depressione" del cinema italiano: "Se ne parla poco, non è festeggiato. Il pubblico? Deve sentirsi desiderato"

Il regista del film 'La stranezza', in cime agli incassi di questi giorni, riprende il filo del dibattito innescato da Nanni Moretti. "Non bisogna darsi per morti ma produrre gioia"
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Il successo di La stranezza di Roberto Andò è la risposta — non la smentita — alla tesi di Nanni Moretti secondo cui troppi film d’autore brutti e con gli stessi attori hanno reso gli spettatori diffidenti. Il regista ed esercente romano a Bologna l’altro ieri ha rilanciato — chi se non lui — il dibattito partito con le considerazioni estive del direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera ("con i finanziamenti a pioggia prodotti molti film brutti"), a cui si sono aggiunte un mese fa quelle di Gianluca Farinelli, presidente della Festa di Roma, che invece considera "vitale" il momento per il nostro cinema. La stranezza racconta la genesi di Sei personaggi in cerca d’autore, in cui Pirandello-Toni Servillo s’ispira ai filodrammatici Ficarra e Picone. È un film d’autore - targato Medusa e Rai Cinema - che segna anche il migliore debutto italiano dell’anno, sopra al supereroico Black…

Il successo di La stranezza di Roberto Andò è la risposta — non la smentita — alla tesi di Nanni Moretti secondo cui troppi film d’autore brutti e con gli stessi attori hanno reso gli spettatori diffidenti. Il regista ed esercente romano a Bologna l’altro ieri ha rilanciato — chi se non lui — il dibattito partito con le considerazioni estive del direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera ("con i finanziamenti a pioggia prodotti molti film brutti"), a cui si sono aggiunte un mese fa quelle di Gianluca Farinelli, presidente della Festa di Roma, che invece considera "vitale" il momento per il nostro cinema. La stranezza racconta la genesi di Sei personaggi in cerca d’autore, in cui Pirandello-Toni Servillo s’ispira ai filodrammatici Ficarra e Picone. È un film d’autore - targato Medusa e Rai Cinema - che segna anche il migliore debutto italiano dell’anno, sopra al supereroico Black Adam. Incassi cresciuti col passaparola fino a 2 milioni e 138 mila euro, oltre 500 copie previste anche nel secondo fine settimana.

Andò, c’è un cinema d’autore che è bello e piace.
«Il film è stato concepito e realizzato in uno stato di felicità. Racconta una sfida creativa, ma lo fa mettendola in rapporto con la vita: c’è un Pirandello sensibile, in ascolto, che cerca qualcosa di acutamente umano, doloroso, brillante, e lo trova in questa compagnia amatoriale, nei personaggi interpretati da Ficarra e Picone. Al centro della storia c’è il pubblico, sia nel teatrino amatoriale, dove addirittura interrompe la recita e inizia a dialogare con gli attori, che nel Valle, dove contesta Pirandello. Il pubblico interagisce, è un pubblico in cerca d’autore che vuole tornare ad essere presente, protagonista».

Nanni Moretti sottolinea la presenza degli stessi attori nei film italiani.
«In La stranezza combino un cast diverso, cosa inusuale nel nostro cinema. Anni fa Bernardo Bertolucci mi raccontò che dopo il fallimento di Partner era entrato in depressione, si chiedeva il perché. Poi si disse: “Ma se io non desidero il pubblico, perché il pubblico dovrebbe desiderare me?”. Questa è la chiave con cui andrebbe affrontato il cinema italiano. Quello d’autore però una certa vitalità l’ha mostrata. Di sicuro ci saranno film brutti e non riusciti, è un’industria e i numeri contano: bisogna produrre tanto per far emergere eccellenze, succede anche in Francia. Ma il cinema d’autore negli ultimi tempi, pur nella ristrettezza del mercato, ha avuto una corrispondenza col pubblico: Mario Martone con Qui rido io e Nostalgia, Gianni Amelio con Il signore delle formiche, e poi Il colibrì, Siccità, il bellissimo Ennio di Giuseppe Tornatore. Significa che il pubblico cerca al cinema qualcosa di autentico, un linguaggio capace di parlare a tutti senza rinunciare alla complessità».

E il cinema commerciale?
«Soffre di più perché non ci sono idee nuove, ripete lo stesso schema e allora ripropone gli stessi cast. E’ come se non avesse più una sua vitalità. Penso che questa cosa ce la trasciniamo da tanto tempo, ma oggi c’è una parola chiave: depressione. Il cinema italiano ha sicuramente una serie di problemi di sistema, uno di questi è il fatto che si parla poco del cinema, non è festeggiato, non c’è l’alone che si crea oggi intorno ad altre cose. Non ci sono spazi che raccontino, nei giornali e in tv, il fascino del cinema. Tutto è striminzito, sullo stesso livello. Poi ci sono i problemi, come dice Nanni, la finestra tra uscita in sala e lo streaming. Ma io metto avanti a tutto il darsi per morti, e invece non bisogna darsi per morti ma produrre gioia. Questo film ha trovato una magia, una corrispondenza: significa che è possibile rinnovare il rapporto. Sento che lo stato psichico del cinema italiano di oggi, di chi lo produce, di chi lo distribuisce, lo fa, è la depressione. Come si vince con la depressione? Non serve la coazione a ripetere lo stesso scenario. Qui è stata premiata la sfida di uscire da un certo schema, mescolando dramma e commedia. E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino aveva lo stesso schema, momenti irresistibili comici e tono drammatico. Leggerezza, che non significa rinunciare alla complessità. Bisogna che si esca dalla lamentela e che si possa riconoscere anche la bellezza di questo cinema”.

Tra i nomi ricorrenti nei film ci sono Toni Servillo e Pierfrancesco Favino, che, come altri, e come un tempo Tognazzi o Mastroianni, sono garanzia e traino del pubblico.
"Due attori straordinari che hanno fidelizzato un rapporto molto forte col pubblico. Sanno che vogliono fare film belli e vari e con una spericolatezza, una capacità di rischiare, come ha fatto Toni in questo film, di trovarsi in un codice che non gli appartiene. Una voglia di sfida e che c’era nel cinema migliore, e attori che avevano la fiducia del passato, Tognazzi, Manfredi, Gassmann".

La misura di abbassare il biglietto è utile?
“Sì, nei giorni in cui si è proposto il biglietto con un costo basso il pubblico è arrivato. Oltre alla depressione c’è anche il fatto che questa pandemia ha modificato le abitudini in maniera più profonda, occorre rimettere in moto un rapporto”.

Moretti dice che il pubblico s’arrabbia con i film d’autore. E c’è una etichetta sul cinema italiano.
"E’ vera e si è instaurata da tanto, non sempre a ragione. Sono rifiutati anche film importanti che non incontrano il pubblico che meritano, come il bellissimo Ariaferma. Il cinema italiano fa anche scelte che il pubblico sanziona, è vitale e sa scegliere, in questo momento cerca disperatamente una linea autentica, non fasulla. Vale anche per le piattaforme, che hanno un senso di onnipotenza, poi a un certo punto si satureranno, se il prodotto è scadente la gente se ne accorge".