Marrakech Festival, il grande cinema nel cuore della città gioiello del Marocco
dalla nostra inviata Arianna Finos , dalla nostra inviata Arianna FinosMARRAKECH - C'è un ritratto gigantesco di Paolo Sorrentino, i capelli ricci al vento, accanto al Palais des Congrès: il regista italiano Premio Oscar torna volentieri, stavolta da presidente, nel festival in cui si è cementata l'amicizia con Martin Scorsese. Il Palais è il quartier generale del Festival del cinema di Marrakech, ideato dal re Mohammed VI ventun anni fa per promuovere l'arte cinematografica in Marocco. Cinquemilaseicento metri quadri nel cuore della zona turistica della città, sull'avenue che porta il nome del re cinefilo. Poco lontano dal lussuoso gruppo di alberghi, lungo le vie pulite e silenti, edifici congelati in costruzione e ragazzini che impennano con la bici, indosso la maglia del Barcellona.
La rassegna marocchina torna per la prima volta in presenza, il ventaglio degli inviti alla stampa e agli ospiti internazionali…
MARRAKECH - C'è un ritratto gigantesco di Paolo Sorrentino, i capelli ricci al vento, accanto al Palais des Congrès: il regista italiano Premio Oscar torna volentieri, stavolta da presidente, nel festival in cui si è cementata l'amicizia con Martin Scorsese. Il Palais è il quartier generale del Festival del cinema di Marrakech, ideato dal re Mohammed VI ventun anni fa per promuovere l'arte cinematografica in Marocco. Cinquemilaseicento metri quadri nel cuore della zona turistica della città, sull'avenue che porta il nome del re cinefilo. Poco lontano dal lussuoso gruppo di alberghi, lungo le vie pulite e silenti, edifici congelati in costruzione e ragazzini che impennano con la bici, indosso la maglia del Barcellona.
La rassegna marocchina torna per la prima volta in presenza, il ventaglio degli inviti alla stampa e agli ospiti internazionali è largo, in molti hanno risposto all'appello per rianimare una città che ritrova visitatori - soprattutto francesi, qualche tedesco, italiani e spagnoli -, ma sembra ancora lontana dai flussi rispetto all'era pre-Covid. Tutti i luoghi simbolo del festival, il Museo Yves Saint Laurent, lo stesso Palais, perfino la pulsante piazza El-Fna, alla luce del giorno sono più quieti. Il cuore della Medina è meno affollato e caotico, animato da qualche tamburo e scimmia ammaestrata, le trattative stanche alle bancarelle di spezie e frutta, i prodotti locali fianco a fianco con i falsi e i gadget figli della globalizzazione. I tassisti si contendono, litigiosi, i clienti, ma al crepuscolo tutto sembra tornare agli splendori passati. S'accende anche il gigantesco schermo issato come una bandiera al centro della piazza simbolo della città ocra.
Quest'anno il festival ha anticipato di tre settimane le date: dall'11 al 19 novembre, e si respira un'aria di ripartenza. Dopo un 2022 negativo, l'economia stimata in crescita dello 0,8 per cento, il governo marocchino ha preparato un progetto di bilancio che punta a una crescita economica del 4 per cento. Il principe Moulay Rachid, presidente della Fondazione del Festival, in apertura della rassegna ha sottolineato "questa crisi sanitaria globale che ha avuto enormi conseguenze sui nostri ecosistemi sia a livello nazionale che internazionale. Dobbiamo recuperare da tutte le perdite".
Tra Diane Kruger, Strauss-Khan e Bollywood
L'inaugurazione, l'11 novembre, nella Salle des ministres, è stata sfarzosa. Accanto a Sorrentino i suoi giurati: Vanessa Kirby, Diane Kruger, Justin Kurzel, la regista libanese Nadine Labaki e la regista marocchina Laila Marrakchi, l'attore francese Tahar Rahim. E poi la presidente della Fondazione Fifm Melita Toscan du Plantier. Tra gli invitati c'è anche l'ex ministro Dominique Strauss-Kahn, uomo d'affari dopo lo scandalo, e il cantante e attore Patrick Bruel. Bagno di folla per l'attore marocchino Mohamed El Jem e per il comico, amato qui, Aziz Dadas. E per un Oscar Isaac giurato che ha dato forfait. Marion Cotillard, la diva francese, si è presentata sul palco per l'omaggio al regista James Gray e ha scherzato sul fatto che "qualunque film faccia James, dicono sempre che è il suo più personale".
Momento bollywoodiano irresistibile quello di Ranveer Singh, l'attore indiano a cui il festival ha reso omaggio. Premiati anche Tilda Swinton, James Gray, la regista marocchina Farida Benlyazid. Arriveranno anche Julia Ducournau, Jim Jarmusch, Ruben Ostlund. Del resto questo è un festival a cui autori e divi del mondo non hanno mai detto di no.
Nuovo cinema Marocco
Trasversali nelle sezioni, i film marocchini che si vedranno al festival sono quindici. Il Marocco oltre a terra da set - il Guardian in una classifica di qualche anno fa lo metteva al secondo posto tra le location ideali nel mondo - dai tempi di L'uomo che sapeva troppo è anche un polo di produzione, cresciuto molto negli ultimi vent'anni. Il suo cinema resta, tuttavia, poco conosciuto al di fuori dei confini nazionali.
"Questo è stato un anno molto forte per il cinema marocchino", ha affermato il direttore artistico di Marrakech Rémi Bonhomme, indicando progetti come The Blue Caftan di Maryam Touzani, The damned don't cry di Fyzal Boulifa, Queen di Yasmine Benkiran e Fragments of heaven di Adnane Baraka. "È storico che quattro film marocchini siano stati selezionati quest'anno a Cannes, Venezia e Locarno. Vediamo sempre più film arabi e africani proiettati in festival internazionali, avere accesso alla distribuzione internazionale, e siamo fortunati a poter condividere qui questi film".
Molto si deve anche all'Atlas Workshops, nato nel 2018 e focalizzato sull'industria del festival: una rete di promozione che mette in luce i progetti africani e arabi in varie fasi di sviluppo e post-produzione. Spostandosi online, mentre gli schermi di Marrakech si oscuravano nel 2020-21, il programma del settore ha accompagnato più di 80 progetti negli ultimi quattro anni, inaugurando una nuova generazione di registi sulla scena internazionale.
Bisogna trovare un giusto bilanciamento per evitare la globalizzazione del cinema marocchino. Sul punto è interessante uno studio della ricercatrice Mariam El Ajraoui sulle due tendenze, commerciale e indipendente, quest'ultima intesa come cinema d'autore, marchio di qualità, ma anche strumento di marketing per mercati e festival internazionali, mentre i prodotti commerciali si fermano al mercato locale, con tutti i suoi limiti: una catena di meno di cinquanta sale e una distribuzione poco sviluppata di Dvd e Vod. Sotto l'etichetta del cinema indipendente - ragiona El Ajraoui - sono arrivati una pioggia di successi, "miseria esotica ispirata alla peggiore tradizione coloniale, con un atteggiamento di ribellione e falso scandalo". D'altra parte, i finanziamenti arrivano dallo statale Maroccan Cinema Center (come ogni permesso per girare un film in questo Paese) o dalle produzioni straniere, soprattutto francesi. Tutto questo rischia di condizionare le scelte degli autori già in fase di scrittura.
Labaki e Marrakchi, la lotta per le donne
Tra i quattordici film in concorso, dieci dei quali sono opere prime, sei sono di registe donne. In giuria ci sono due autrici arabe, la regista, sceneggiatrice e attrice libanese Nadine Labaki e la marocchina Leila Marrakchi, regista famosa per il film Marock, un ritratto dell'alta borghesia di Casablanca che ha fatto discutere.
Nadine Labaki, vincitrice di numerosi premi internazionali, è consapevole di essere esempio per le altre donne. "Sì", dice, "spero che possiamo essere esempi positivi per alcune donne che pensano che sia molto difficile entrare o avere successo nel mondo del cinema. Purtroppo in questa regione del mondo a volte c'è pressione, perché ci sono pochi film. Sul fronte dei temi, non ho mai sentito il bisogno di parlare di donne in particolare. Certo, mi viene naturale perché sono una donna e ci sono cose che voglio esprimere e aiutare, e cose che voglio esprimere sulla visione e sull'arte, la lotta con le altre donne. Avere una voce significa anche responsabilità, conoscere profondamente la materia che racconti. In questo senso dobbiamo essere responsabili di ciò che diciamo, soprattutto quando viviamo in questa regione che è difficile per le donne".
"Io sono cresciuta in Marocco e in effetti non c'erano molti modelli di donne registe, donne attrici - racconta Leila Marrakchi -. Ed è vero che è importante avere dei modelli. Apre le porte alle generazioni future, fa loro capire che è possibile. Come diceva Nadine, siamo in una regione in cui ci sono poche registe, ma stanno crescendo. Ne sono felice, ma devono sapere che si deve combattere, io ho quasi interiorizzato questa lotta. Vivo tra Francia e Marocco, ma ho comunque fatto film nel mio Paese e voglio portare forte e chiara la voce delle donne marocchine, lottare per una certa uguaglianza tra uomini e donne. Oggi per me il femminismo è una responsabilità".