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Will Smith: "Ho fatto i miei sbagli, ma si diventa migliori attraverso il dolore"

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Dopo lo schiaffo agli Oscar, l'attore torna sugli schermi con "Emancipation-Oltre la libertà", un film incentrato sul razzismo
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Otto mesi dopo Will Smith è pronto a uscire dal fermo immagine - lo schiaffo a Chris Rock sul palco dell'Academy il 27 febbraio scorso - che lo ha marchiato nel momento in cui riceveva l'Oscar da migliore attore. Ed è consapevole che ogni (raro) incontro per parlare di Emancipation-Oltre la libertà, il film di Antoine Fuqua sulla storia di "Peter il fustigato", lo schiavo fuggito dalla Louisiana e arruolato nell'esercito nordista, la schiena martoriata dalle cicatrici immortalata in una foto simbolo, si trasforma in un "apology tour", la serie delle pubbliche scuse. Malgrado la potenza del racconto - raramente la disumanità della schiavitù è stata mostrata con tale realismo - la questione sul tavolo è ancora quella. Il film sarà su Apple tv+ dal 9 dicembre. L'attore, 54 anni, ha perso la spensieratezza che lo caratterizzava, sotto il sorriso gentile - via zoom - traspare la tensione.


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Otto mesi dopo Will Smith è pronto a uscire dal fermo immagine - lo schiaffo a Chris Rock sul palco dell'Academy il 27 febbraio scorso - che lo ha marchiato nel momento in cui riceveva l'Oscar da migliore attore. Ed è consapevole che ogni (raro) incontro per parlare di Emancipation-Oltre la libertà, il film di Antoine Fuqua sulla storia di "Peter il fustigato", lo schiavo fuggito dalla Louisiana e arruolato nell'esercito nordista, la schiena martoriata dalle cicatrici immortalata in una foto simbolo, si trasforma in un "apology tour", la serie delle pubbliche scuse. Malgrado la potenza del racconto - raramente la disumanità della schiavitù è stata mostrata con tale realismo - la questione sul tavolo è ancora quella. Il film sarà su Apple tv+ dal 9 dicembre. L'attore, 54 anni, ha perso la spensieratezza che lo caratterizzava, sotto il sorriso gentile - via zoom - traspare la tensione.


Questo film segna il suo ritorno in pubblico, dalla notte degli Oscar. Ne sente la pressione? Cosa significa per lei?
"Non ci ho pensato così profondamente. Sono consumato dall'importanza di questo film e del messaggio che racconta. È il più bel film di Antoine Fuqua e spero che lui e gli altri artisti coinvolti non siano penalizzati dalle mie azioni, dai miei errori".


La sua interpretazione è intensa. Ma già si discute se sia possibile per lei essere candidato all'Oscar. (Dalla cerimonia è bandito per 10 anni ndr).
"In termini di premi, spero solo in riconoscimenti per i miei straordinari colleghi del film. Per quanto mi riguarda spero che la raffigurazione delle atrocità umane infonda nel cuore e nella mente del pubblico un profondo senso di compassione".


Ha vinto l'Oscar con King Richards, ma è stato anche un anno tremendo per lei. Fare questo film è stato parte del processo di guarigione?
"Sì. Due anni fa, quando ho iniziato a scrivere il mio libro (Will, ndr) ho iniziato a esporre aspetti che avevo nascosto a me stesso per tutta la carriera. E quindi nella vita ho affrontato cose che avevo sempre rimandato. E nel processo ho anche preparato il film King Richard, ho capito che pià entravo nel mio spazio emotivo profondo più migliorava la qualità della recitazione. Da King Richard a Emancipation ho capito che affrontando il mio dolore, le difficoltà, la sofferenza mi rendeva un artista più vivo. Attaverso il messaggio di Peter è abbracciare il rapporto tra sofferenza e salvezza. Peter abbraccia la sua sofferenza e trova perfino il modo di esserne grato e questo mi ha aiutato a superare molte notti difficili con me stesso, comprendere che la sofferenza, anche causata da sé stesso, se abbracciata nel modo giusto è un modo per arrivare a Dio e all'amore".


Guardando il film si pensa alle profonde cicatrici che la schiavitù ha lasciato nella società americana. Ne potrà mai guarire? Dopo aver lavorato per sette mesi a questo film crede di più o di meno nella redenzione?
"Facendo questo film ho capito che noi descrivevamo la schiavitù americana. Ma questo non è un problema americano, bianco, nero. Riguarda l'essere umano. Nel cuore degli umani del pianeta c'è un livello di paura che sprigiona rabbia, odio, risentimento. Siamo tutti alle prese con l'idea di superiorità, nei raffronti ci sentiamo meglio degli altri. Quello che hanno fatto loro è peggio di quel che abbiamo fatto noi. Il problema è del cuore umano collettivo. Non ci rendiamo conto che siamo tutti saggi e selvaggi, io sono Gesù e sono ebreo. Se ci rendiamo conto che questo appartiene a tutti i cuori umani possiamo iniziare a vedere l'uguaglianza tra di noi. Ma finché pensiamo che i nostri peccati sono meno gravi di quelli degli altri è difficile non ripetere gli errori del passato".

 


Quando ha iniziato a percepire il razzismo nei suoi confronti?
"Sono stato protetto per la maggior parte del tempo dalla mia famiglia. Forse a dieci anni è stata la prima volta che ho iniziato a capire che ero diverso, che ero trattato in modo diverso. Ma gli anni in cui sono stato più in contatto con il razzismo, quelli più difficili sono stati durante l'adolescenza".


Il personaggio pensa alla sua famiglia per sopravvivere. A cosa pensava lei affrontando il personaggio?
"Prima di tutto mia nonna, per via del personaggio che è incentrato sulla fede, sul set la sentivo applaudire da qualche parte. E la mia famiglia, i miei figli, mia madre e padre, fin da quando ho iniziato la carriera ho sempre avuto qualcuno che volevo accontentare. Mia nonna per me aveva una relazione diretta con Dio. Sapevo che io non potevo averla, ma lei sì. Quindi qualunque cosa avesse detto, l'avrei fatta. E quel tipo di rapporto che avevo con lei si è esteso a come volevo essere nel mondo. Fare del mio meglio per contribuire al mondo in modo positivo. Voglio contribuire con la gioia, con le idee, con l'arte. È il mio intento più profondo e ho l'umile intenzione di farlo. Vivere una vita che abbia valore per gli altri".