Gina Lollobrigida, quel ritratto segreto firmato Orson Welles
di
Alberto Anile
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di Alberto Anile
Il regista, infatuato della 'donna più bella del mondo', arrivò a Roma per girare 'Portrait of Gina'. Storia di un docufilm mai realizzato ma ricco di aneddoti
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Quante attrici possono dire di essersi viste dedicare un film da un genio del cinema? A Gina Lollobrigida è successo, e l’uomo che la filmò si chiama Orson Welles.
Era il gennaio del 1958. La “donna più bella del mondo”, per citare un film interpretato pochi anni prima, era ormai famosissima per avere girato Pane amore e fantasia, La romana e Fanfan la tulipe. Welles si presentò una mattina nella sua villa sull’Appia Antica, il viso ben rasato e qualche decina di chili di troppo, armato di grosse cineprese e accompagnato da qualche assistente. I due si erano conosciuti intorno al 1948, quando lei, studentessa all’Accademia delle Belle Arti, si sostentava facendo la comparsa e la modella, e lui, in fuga dag…
Quante attrici possono dire di essersi viste dedicare un film da un genio del cinema? A Gina Lollobrigida è successo, e l’uomo che la filmò si chiama Orson Welles.
Era il gennaio del 1958. La “donna più bella del mondo”, per citare un film interpretato pochi anni prima, era ormai famosissima per avere girato Pane amore e fantasia, La romana e Fanfan la tulipe. Welles si presentò una mattina nella sua villa sull’Appia Antica, il viso ben rasato e qualche decina di chili di troppo, armato di grosse cineprese e accompagnato da qualche assistente. I due si erano conosciuti intorno al 1948, quando lei, studentessa all’Accademia delle Belle Arti, si sostentava facendo la comparsa e la modella, e lui, in fuga dagli Stati Uniti, sbarcava il lunario sgranando gli occhiacci in Cagliostro; forse fra loro c’era stata anche una breve relazione. Dieci anni dopo, era venuto per riprenderla mentre le faceva qualche domanda, senza spiegare a cosa sarebbe servita quell’intervista.
L’idea di Orson era di mettere insieme uno speciale su Gina Lollobrigida e sull’Italia, come possibile pilot di una serie di reportage da proporre a una rete televisiva statunitense. Ma di tutto questo non le disse nulla. Gina lo fece accomodare nel salone, lasciò che i suoi uomini invadessero la villa con cavi e riflettori, e rispose semplicemente alle sue domande. Oltre a Gina, il regista intervistò Vittorio De Sica, Rossano Brazzi, Paola Mori (diventata da poco signora Welles) e un’amica d’infanzia di Gina, tale Anna Gruber.
Welles girò, montò, sonorizzò, lasciando perfino gli spazi in “nero” per gli inserimenti pubblicitari. Un lavoro perfetto, rifinito in ogni particolare, al quale mancava solo il titolo (nelle filmografie viene indicato ora come Portrait of Gina ora come Vita Italia). Ma gli executives televisivi non gradirono il risultato e non vollero acquistarlo. Orson riarrotolò la pellicola e, forse per distrazione, forse per delusione, dimenticò le tre “pizze” al Ritz di Parigi.
Col tempo se ne scordarono tutti, e i pochi al corrente della sua esistenza lo considerarono perduto. Sennonché nel 1986 (guardacaso, pochi mesi dopo la scomparsa del regista), Portrait of Gina riemerse improvvisamente dagli scantinati del Ritz, pare per opera di un lungimirante ex cameriere che lo aveva custodito per anni.
Dopo il passaggio di alcuni brani su una tv francese, Portrait of Gina venne annunciato in pompa magna al Festival di Venezia. L’attrice accettò di presenziare, incuriosita di un’opera che non aveva mai visto e da parte di un genio del cinema che le era stato caro. Sorpresa: il film è sì un omaggio alla Lollobrigida, ma l’attrice entra in campo solo a metà opera; e, di tutta la loro chiacchierata, quel bastian contrario di Orson aveva deciso di tenere soprattutto le lamentele dell’attrice verso le troppe tasse. Riaccese le luci della Sala Grande, la Lollobrigida annunciò di voler far causa ai detentori della pellicola, asserendo di essere, in quanto soggetto principale del film, la vera depositaria dei diritti - beninteso insieme alla famiglia di Welles (i maligni dissero che in realtà era rimasta spiazzata da quell’intervista quasi tutta su problemi fiscali). Ragion per cui il filmato non ha mai avuto una distribuzione in homevideo, e ogni volta che qualcuno decide di proiettarlo in pubblico teme di suscitare problemi.
Ma possibile che Gina prima del 1986 non ne sapesse nulla? «Orson non mi ha mai parlato di quel film», mi disse anni dopo quando le chiesi informazioni sull’argomento, «neanche quando ci incontrammo negli ultimi tempi, a New York, e io lo fotografai. Non mi ha neanche detto che lo aveva fatto, l’ho saputo quando è stato proiettato a Venezia, e l’ho lasciato proiettare per vedere di cosa si trattasse. Sapevo solo che mi aveva intervistata. Welles è stato sempre molto discreto, mi ammirava, e ha immortalato la sua ammirazione in questo filmato».
Le chiesi se all’epoca della loro iniziale conoscenza ci fosse stato anche del tenero ma s’inalberò, e venne fuori la diva: mi disse irata che non aveva mai permesso a nessuno di scrivere la sua biografia e che l’avrebbe sempre impedito; un giorno o l’altro, semmai, l’avrebbe scritta lei stessa. Riuscii a tranquillizzarla, e lei tornò a parlarmi di Portrait of Gina, e del suo desiderio di recuperare i materiali originari, in nome dell’antica amicizia con Orson. «Per rispetto a lui mi sono ripromessa di cercare di avere questo negativo, insieme alla figlia di Paola Mori. Ma, sa com’è, la vita ci prende in pieno... L’unica cosa che mi manca è proprio il tempo per poter fare tutto quello che desidero realizzare».
Il suo veto a Portrait of Gina è rimasto, anche se il filmato ha continuato a circolare nelle principali occasioni celebrative del grande regista. E la famosa autobiografia, annunciata di tanto in tanto anche in tv, non è mai arrivata in libreria.