Spettacoli

'Babylon', l'opera colta di Damien Chazelle che smonta la magia del cinema

Arriva il sala il film con Brad Pitt e Margot Robbie che racconta la Hollywood tra muto e sonoro e mostra la "fabbrica dei sogni" come un intreccio fatale tra il Bene e il Male
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Il nuovo film di Damien Chazelle è la terza parte di una trilogia che sigilla il rapporto del regista con la propria esperienza artistica: dopo il momento di apprendimento ed eccitazione (Whiplash), c’è quello dell’estasi (La La Land) e quindi la stanchezza e la nausea (Babylon). Non si tratta di una conclusione, però, perché anche nel racconto degli aspetti più estremi e corrotti di Hollywood, Chazelle ci dice che la fabbrica dei sogni riesce a realizzare opere di eccezionale valore. Lungo, eccessivo e a momenti volutamente ripugnante, il film è pieno anche di momenti riusciti, ispirati e ironici, e conferma il talento di un cineasta pieno di entusiasmo ed energia che ama il cinema classico.

Per comprendere i motivi che lo hanno spinto a realizzare un film così ambizioso, in totale controtendenza rispetto alle attuali produzioni hollywoodiane, è bene ricordare che Chazelle nasce in una famiglia colta e cosmopolita nella quale il padre francese insegna a Princeton e la madre canadese storia medievale nell’Università di Ewing. Non si deve dimenticare poi che oltre ai tre film citati, il regista ha debuttato con una pellicola di culto come Guy and Madeline on a park bench, ha diretto First Man, sulla vita di Neil Armstrong e la serie televisiva The Eddy, ambientata nel mondo della musica jazz di Parigi, città che ama profondamente.

Il regista Damien Chazelle
Il regista Damien Chazelle (agf)

Nel raccontare gli albori del cinema americano, Chazelle ha in mente sin dal titolo Hollywood Babylon di Kenneth Anger, ma in quest’opera che ha spiazzato chi lo considerava un regista esile, si sente l’influenza di altri testi quali The Parade’s Gone di Kevin Brownlow, An empire of their own di Neal Gabler e Il giorno della locusta di Nathanael West. Ci troviamo insomma di fronte a una pellicola in cui la passione va di pari passo con la cultura, come del resto è evidente dai riferimenti palesi e gli ammiccamenti occulti: il personaggio di Nellie La Roy, interpretato magnificamente da Margot Robbie, è un ritratto di Clara Bow che come lei aveva, tra le altre cose, la madre ricoverata in un ospedale psichiatrico. E Jack Conrad, il divo a cui presta il fisico e il talento Brad Pitt, altri non è altri che John Gilbert, che come il personaggio immaginario non riuscì a sopravvivere all’avvento del sonoro. Lady Zhai Fu ha le sembianze di Anna May Wong, la prima diva orientale, ma è abbigliata come Marlene Dietrich diretta da Joseph von Sternberg, mentre il regista europeo, interpretato da Spike Jonze, è un riferimento a Erich von Stroheim. Questo film di oltre tre ore, del quale pare che esista una versione di due girato da Chazelle con l’iPhone, esalterà i cinephiles per le infinite citazioni, a partire da un ballo tra due donne che omaggia Il conformista sino al finale che ricorda quello di Nuovo cinema Paradiso.

Scritto dallo stesso Chazelle, segue le vicende di Manny, un giovane di origine messicana (Diego Calva) che entra nel mondo di Hollywood lavorando come assistente di Jack Conrad e si innamora perdutamente di Nellie La Roy, la quale ha talento, bellezza, ambizione e spregiudicatezza, ma anche un istinto autodistruttivo e una pesante dipendenza dalle droghe e dal gioco. Attraverso gli occhi di Manny vediamo un party sfrenato che degenera in un’orgia nella residenza di un mogul che vive in una Bel Air ancora deserta, la lavorazione di vari film, quasi tutti in costume, un secondo ricevimento in un ambiente snob che termina con Nellie che vomita in faccia al proprietario, e un terzo party nella villa di un violentissimo gangster (Tobey Maguire) il quale si diletta con alligatori, freaks di vario genere, uomini e donne tenute in gabbia e un gigante che mangia ratti vivi.

Margot Robbie alla presentazione del film a Parigi
Margot Robbie alla presentazione del film a Parigi (agf)
In questa ultima scena sembra che Manny scenda negli inferi dopo che lungo tutta la sua odissea sono già morte starlet, tecnici e comparse nel totale disinteresse di tutti: ne risulta un quadro cupo e disperato che infetta il glamour dello star system e lancia un’ombra funerea anche sui protagonisti. Il tutto è raccontato con il contorno della tipica fauna hollywoodiana fatta di giornalisti spietati, produttori infidi e interpreti disposti a ogni cosa per ottenere un buon ruolo o almeno un primo piano. La storia di un musicista di colore avrebbe meritato maggiore approfondimento, come anche quella di un titano come Irving Thalberg, ma nel complesso Chazelle riesce a immortalare con efficacia e potenza un mondo che ama e odia, realizzando alcune sequenze mirabili, come quella in cui Nellie sfida gli uomini che l’accompagnano a mordere un serpente a sonagli.

Brad Pitt all'anteprima parigina del film
Brad Pitt all'anteprima parigina del film (ansa)
L’avvento del cinema sonoro è destinato a una rivoluzione che distruggerà molte carriere e renderà possibili molti capolavori, ma da un punto di vista etico cambia tutto perché non cambi nulla. Per fortuna Chazelle non cede alla debolezza di un approccio moralista e capisce che a Hollywood il bene e il male sono intrecciati costantemente: la battuta che riassume il senso ultimo del film è affidata a un socio di Manny, che lo convince a recarsi a casa del gangster spiegandogli che “non c’è molta differenza con il nostro ambiente”.