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Paolo Genovese: "Con 'Il primo giorno della mia vita' racconto il nostro male di vivere"

In sala il nuovo film del regista di 'Perfetti sconosciuti': "I nostri malesseri sono legati alla società"
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Una storia di fine e di rinascita, di seconde possibilità, di dolore e di speranza. A due anni da Supereroi Paolo Genovese è tornato in sala con Il primo giorno della mia vita, dal suo omonimo romanzo del 2018. Il regista romano di Perfetti sconosciuti torna a indagare sul grande tema dell'esistenza, esplorando quel lasso di tempo tra la scelta della morte e la possibilità di un ritorno. Ad aiutare i protagonisti disillusi un uomo speciale che tenta di farli innamorare, di nuovo, della vita. Gli attori sono Toni Servillo e Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco e il giovane Gabriele Cristini.

"Il primo giorno della mia vita". Da dove nasce l'idea?

"L'idea del film è nata prima di quella del libro. Il primo seme è stato quando ho visto un documentario, The Bridge sul Golden Gate di San Francisco, interessante: un documentarista ha messo una telecamera fissa sul ponte che è quello con il più alto …

Una storia di fine e di rinascita, di seconde possibilità, di dolore e di speranza. A due anni da Supereroi Paolo Genovese è tornato in sala con Il primo giorno della mia vita, dal suo omonimo romanzo del 2018. Il regista romano di Perfetti sconosciuti torna a indagare sul grande tema dell'esistenza, esplorando quel lasso di tempo tra la scelta della morte e la possibilità di un ritorno. Ad aiutare i protagonisti disillusi un uomo speciale che tenta di farli innamorare, di nuovo, della vita. Gli attori sono Toni Servillo e Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco e il giovane Gabriele Cristini.

"Il primo giorno della mia vita". Da dove nasce l'idea?

"L'idea del film è nata prima di quella del libro. Il primo seme è stato quando ho visto un documentario, The Bridge sul Golden Gate di San Francisco, interessante: un documentarista ha messo una telecamera fissa sul ponte che è quello con il più alto numero di suicidi, e ha ripreso per un anno quello che succedeva. Alcune tra le persone che saltavano e sopravvivevano lui le intervistava, e mi ha colpito che quasi la totalità di loro, nei 7 secondi del salto, tanto ci vuole per arrivare giù, si erano pentiti. Ecco, quei sette secondi in aria mi sembravano una cosa su cui non sapevo che fare ma che mi ha stimolato, emozionato, incuriosito. Da lì è nata l'idea. Perché si vuole tornare indietro? Quindi c'è un momento, c'è qualcosa che ti può far cambiare. E quindi quei 7 secondi sono diventati sette giorni e ho pensato di raccontare come persone che veramente hanno toccato il fondo per 1000 motivi diversi e il loro possibile cambio di rotta, verso la salvezza. E sono convinto che spesso quando non riusciamo a trovarla da soli, questa decisione deriva da qualcuno che ci tende una mano, chiunque esso sia: un amico, un parente, fratello, sorella, uno sconosciuto qualunque. Per salvarci abbiamo bisogno di qualcuno. E così nasce l'idea di un uomo misterioso, volutamente non identificato, nessuna relazione diretta, ma un uomo che decide di regalare una settimana della sua vita per far innamorare questi quattro personaggi della vita stessa".

Come avete scelto la tipologia dei casi?

"Quando parli di toccare il fondo, con i miei sceneggiatori, ci siamo messi a ragionare su quale tipologia di mal di vita profondo volessimo raccontare. Ce ne erano tanti, i mal di vita così forti che ti possono portare a cercare nella fine l'unica uscita d'emergenza dalla vita. Alcuni li abbiamo esclusi volutamente, come il mal d'amore, molto sfruttato. Abbiamo individuato questi quattro mal di vivere che ci toccavano tutti. In qualche modo ci sembravano interessanti per motivi diversi. Il primo è il personaggio di Mastandrea, un motivatore che non riesce a motivare gli altri perché è depresso. La depressione è il male del secolo, è trasversale a età, classi, regioni. Ed è un male fortemente radicato nella società e che deriva, ahimè, dallo stile di vita della società. Ho letto le statistiche ultime dicono che più o meno 8 milioni di italiani soffrono di depressione. Che va da quel fastidio, l'ansia con cui ti svegli la mattina e non sai bene cos'è, fino ad arrivare a quella invalidante che non ti permette di vivere. Però è un male legato profondamente alla società, perché non capisci da dove deriva. Non sai perché stai male, come dice anche il nostro protagonista. Il secondo è il lutto. Penso che sia uno dei drammi più forti che chiunque può trovarsi ad affrontare. E soprattutto il lutto inatteso. Una madre che perde una figlia, Margherita Buy, per una malattia fulminante, improvvisa, imprevedibile e non riesce a vivere con questa assenza. In realtà nel film la situazione è un po' più complessa, non è l'assenza ma la paura della perdita, del dolore. Poi tra i protagonisti c'è un bambino: è abbastanza spiazzante, in un quartetto del genere, ma era interessante affrontare il disagio adolescenziale, che è un altro dei mali del secolo. La difficoltà di trovare una propria collocazione, di sentirsi all'altezza. Un bambino bullizzato. Io, tra l'altro, sono ambasciatore nazionale contro il bullismo; quindi, è un tema che mi tocca e questa storia, anche se in maniera mediata, viene da una storia vera. La quarta storia è quella di un'atleta che finisce in sedia a rotelle, ma in realtà anche questo è simbolico. Di un altro tipo di malessere. Il dover vincere la competizione, l'ansia da prestazione. Anch'essa collegata alla nostra società: il dover raggiungere il dover essere catalogato, valutato, apprezzato per i risultati che porta al dover raggiungere sempre qualcosa che ti porta, in caso di non riuscita, a un senso di inadeguatezza".

Sono mali di vivere legati alla nostra società.

"Sì, questo è il filo comune. Il mal d'amore non è assoluto, non è legato alla società. Invece questi sono molto legati al momento che stiamo vivendo, perché penso che un'idea possa essere buona in assoluto, ma è tanto più forte quanto è connessa con il momento in cui questa idea esce. Immagino Perfetti sconosciuti: quell'idea funziona tanto perché realizzata in quel preciso momento. Se fosse uscita molto prima, non avremmo avuto ancora la percezione del problema che stiamo vivendo attraverso la tecnologia. Se fosse uscita oggi sarebbe stata un po' in ritardo sui tempi. Quindi la connessione con il tempo, con la società, è fondamentale e secondo me questo film la ha: tra l'altro è un lavoro che è stato in gestazione molti anni e vede la luce ora dopo il periodo di pandemia. Io ne sono felice perché ogni storia ha il suo destino e perché ora più di quando è stato girato lo sentiamo tutti molto di più".

Il suo rapporto con la depressione e il suo rapporto con il dolore? Che significa anche lavorare a un film sul dolore per così tanto tempo?

"La depressione è un male trasversale, nel senso che chiunque abbia i pori aperti, una certa sensibilità verso la società e quello che ci circonda, non può non risentire di tutto quello che succede. Quindi è un sentimento, chiamiamolo così, abbastanza fisiologico. Io nella mia vita, da sempre, da quando otto anni, ho avuto dei momenti di depressione. L'importante è che siano fisiologici, cioè che non prevarichino la tua persona fino a paralizzati. L'importante, come il personaggio di questo film cerca di far fare ai quattro protagonisti, è il reagire, il trovare sempre un punto di vista diverso, un motivo, un un qualcosa per andare avanti. E questo, ovviamente in maniera molto larga, vuol dire non arrendersi mai nel cercare la felicità, anche se penso che non esista la felicità. Ci sono momenti di felicità, che probabilmente sono quelli che ogni volta di dover andare avanti". 

Quindi nel suo caso da dove arriva questa spinta?

"Io mi sento fortunato, sono la mia famiglia e gli amici. Che sono una famiglia allargata. E ti dà quel calore che ti aiuta moltissimo. E il mio lavoro, moltissimo. Ancora oggi ne sono felice e spero che questo non smetterò mai. Tutte le mattine che mi sveglio per andare a scrivere o per andare a fare le prove o per fare qualunque cosa che riguarda il mio lavoro, sono felice e sono grato di quello che sto facendo. Non me lo scordo, non mi sono abituato, è un senso di benessere ed è impagabile. Mi sento molto fortunato".

Lei parlava di "Perfetti sconosciuti": in fondo anche questi quattro personaggi sono sconosciuti tra loro. A proposito del film c'è il suo cammeo in "Chiami il mio agente", con tanto di locandina coreana del film.

"Mi ha divertito essere nella serie, mi piaceva quella francese e l'idea di trasportarla da noi con il nostro star system, ho detto subito sì. Ed è stata una esperienza catartica, perché al di là del fatto che non ho fatto niente, dovevo semplicemente stare seduto ad ascoltare qualcuno che non voleva fare il mio film. Ma comunque avevo una macchina da presa davanti ed è stato difficile per me. Non sapevo dove guardare, che fare, eccetera. E saranno molto felici gli attori con cui lavorerò in futuro, perché da ora in poi gli vorrò molto, molto più bene. Perché ho capito quanto è difficile stare seduti su una sedia zitti per 10 secondi. Immaginiamo recitare per due ore davanti a una macchina da presa..."

Ma in realtà anche lei si è trovato di fronte alla bocciatura del film?

"Devo dire che ho avuto la fortuna di lavorare con Medusa, Giampaolo Letta, e con Marco Belardi, che mi hanno sempre appoggiato. Però nella normale dialettica regista-produttore è giusto che ci siano delle perplessità, rispetto a film che escono dai binari. L'importante è che non diventino un veto".

Ci sono decine di remake. Quali preferisce?

"Devo dire per me, ma penso per qualunque autore, il rapporto con il remake è abbastanza schizofrenico. Perché ti lusinga che qualcuno decida di rifare il tuo film, ma quando lo vedi non sei mai soddisfatto. Ma è normale che sia così. E come se un figlio moro te lo rimandassero a casa biondo. Soprattutto una sceneggiatura come Perfetti sconosciuti, a cui siamo stati attenti anche alle virgole, all'uso del singolo avverbio. Devo dire sono tutte molto, molto fedeli, anche troppo. Sono fedeli nei colori, nei costumi, addirittura nella fisionomia dei personaggi: c'è il personaggio di Battiston che è sempre un personaggio un po' sovrappeso, pacioccone. Però va bene. Ne ho visti tanti, non so. Forse in quello francese c'è una grazia particolare, devo dire il coreano è molto divertente perché è un pochettino sopra le righe, quindi mi ha divertito molto".

Dopo il set di "I leoni di Sicilia", la serie dalla saga di Stefania Auci, Palermo è diventata la sua seconda casa grazie al lungo periodo di riprese.

"Sono innamorato pazzo ormai di Palermo, ma soprattutto di palermitani. Sono siamo stati accolti in maniera meravigliosa a braccia aperte, ma non in quanto cinema, perché quello magari un po' più scontato, ma nella vita normale, dove nessuno ti conosce e vai in giro, nei negozi, tra le persone: c'è un calore, un'accoglienza, una gentilezza incredibile. Sono innamorato di questa città, nonostante il suo caos, che pure è ordinato".

Che esperienza è stata "I leoni di Sicilia"?

"Bellissima, per due motivi. Il primo è che, come si vede, ho bisogno sempre di cambiare. E infatti gli ultimi miei film sono molto, molto diversi tra di loro. E quindi I leoni di Sicilia è stata un'esperienza completamente diversa. Non avrei mai scritto una cosa del genere. L'Ottocento, il costume, il mélo, una storia differente rispetto al passato. Mi ha appassionato buttarmi in un mondo che non conosco, quel periodo storico quei personaggi, di quel modo di parlare, di vestire, di muoversi. Quindi la novità mi ha appassionato moltissimo. E poi forse era giusto il momento di fare una grande serie internazionale per la Disney, visto che vengo da 13 film per il cinema".

Prossimo progetti?

"Sto facendo le prove di Perfetti sconosciuti, che porto a teatro.  Debuttiamo il dieci febbraio con un tour italiano. Gli attori sono Marco Bonini, Valeria Solarino, Dino Abbrescia, Anna Ferzetti, Massimo De Lorenzo e Alice Bettini, che è una sconosciuta. È stato bello immergermi in un progetto fatto tanti anni fa e riportarlo in vita in qualche modo. Mi hanno chiesto di fare Perfetti sconosciuti due, la serie, perfino un gioco da tavolo. Ma pensavo che fosse un capitolo chiuso. Poi, casualmente, l'hanno portato a teatro in giro per il mondo, mi hanno invitato a qualche prima teatrale, sono stato a Buenos Aires, a Budapest, a Praga. E ho capito che c'era qualcosa di diverso nel teatro. C'era una energia, una potenza rispetto al pubblico che non solo mi ha appassionato, ma mi ha riportato all'idea originaria di riprese. In Perfetti sconosciuti le sette persone non sono casuali, io dall'inizio volevo lasciare un posto a tavola vuoto, dal quale sono state fatte molte inquadrature, come se fosse il posto per lo spettatore. Volevo una immedesimazione totale, come se lo spettatore sedesse a tavola con loro. Al cinema lo puoi fare fino a un certo punto, ma ho visto che a teatro questa immedesimazione c'è, questo grande salotto in cui quasi il pubblico diventa parte dello spettacolo, soprattutto sulle risate. Le battute tra amici e le risate di scena sono accompagnate da quelle del pubblico. Il calore della sala mi ha emozionato. Non ho mai fatto teatro, mi sto divertendo molto".

Il film era pensato a New York, che è diventata Roma.

"L'ho pensato a New York, poi c'è stata la pandemia, si è bloccato tutto e per quello poi ho fatto il romanzo. Ma è interessante come riflessione, perché io amo New York, pensavo a quella città ma non perché bisogna girare all'estero per fare un film internazionale. Ma che a Chinatown, New York, ci sia un uomo che regala una settimana della sua vita per salvare la tua, ci credi, lì tutto può succedere. È forse veramente l'ombelico del mondo. Ma poi in America non partivano i progetti, così ho cominciato a riadattare la sceneggiatura, passando da Manhattan Bridge a Ponte Sisto, da Central Park a Villa Borghese. Oggi, non lo dico per dire, tornassi indietro lo rifarei in Italia. E uno dei produttori americani con cui eravamo in ballo, è stato molto illuminante: "Paolo, questa è una storia così forte che se la fai italiana ha un carattere e la puoi esportare ovunque. In America è uno dei tanti film. Quindi adesso ho raccontato questa storia che penso abbia un messaggio universale, però con una radice così italiana, con degli attori così meravigliosi che ne sono felice. Sono felice di fotografare Roma, che ho trasformato in una grande metropoli del mondo dove tutto può succedere".