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La bellezza invisibile di Bethann Hardison, la modella che diventò attivista

Celebrata come rivoluzionaria del fashion, dopo aver abbandonato le passerelle è diventata agente. Al festival di Sundance ha presentato 'Invisible Beauty' il documentario che ha diretto con Frederic Tcheng
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Naomi Campbell la chiama 'Ma' - mamma - per tutti gli altri è Bethann. È stata la musa di Calvin Klein, Gucci e modella di passerelle a New York e Parigi negli anni Sessanta e Settanta ma poi anche super agente e, soprattutto, attivista. Bethann Hardison è diventata una figura di riferimento nella lotta per la diversità razziale nel mondo della moda. Il racconto delle lotte, delle passarelle e molto altro è tutto dentro Invisible beauty, il documentario diretto con il francese Frederic Tcheng e che ha presentato al Sundance Film Festival che si è appena concluso.

Nel corso della sua vita Bethann ha visto gusti e tendenze cambiare, inclusa la considerazione nei confronti delle modelle afroamericane. Ora, la splendida ottantenne nativa di Brooklyn - celebrata come rivoluzionaria della moda - mette il cuore a nudo dicendo la sua su un mondo che ben conosce, su e già dalle passerelle e ritratta sulle copertine patinate di Elle…

Naomi Campbell la chiama 'Ma' - mamma - per tutti gli altri è Bethann. È stata la musa di Calvin Klein, Gucci e modella di passerelle a New York e Parigi negli anni Sessanta e Settanta ma poi anche super agente e, soprattutto, attivista. Bethann Hardison è diventata una figura di riferimento nella lotta per la diversità razziale nel mondo della moda. Il racconto delle lotte, delle passarelle e molto altro è tutto dentro Invisible beauty, il documentario diretto con il francese Frederic Tcheng e che ha presentato al Sundance Film Festival che si è appena concluso.

Nel corso della sua vita Bethann ha visto gusti e tendenze cambiare, inclusa la considerazione nei confronti delle modelle afroamericane. Ora, la splendida ottantenne nativa di Brooklyn - celebrata come rivoluzionaria della moda - mette il cuore a nudo dicendo la sua su un mondo che ben conosce, su e già dalle passerelle e ritratta sulle copertine patinate di Elle o Vogue. Inclusione, diversità, rappresentazione, pari opportunità: queste le sue coordinate. L'abbiamo incontrata a Park City, dopo la première - festeggiatissima - del suo provocante film documentario.

Mrs. Hardison, partiamo dal titolo: perché 'bellezza invisibile'?
"È successo che a un certo punto le modelle 'nere' e 'marroni' sono scomparse. Anche il fashion 'giallo' ha iniziato a scomparire. Per me la bellezza invisibile era importante. C'era stato anche uno studio chiamato Invisible People che documentava quello che l'industria pubblicitaria non stava facendo, e come le modelle di colore stavano sparendo".   

Eppure negli anni Settanta c'erano modelle e modelli neri. Poi, come dice lei nel film, sono scomparsi per circa un decennio.
"La cosa interessante è che negli anni Sessanta una donna aprì un'agenzia di modellli, si chiamava 'Black Beauty' e ingaggiava soprattutto modelle nere. Arrivarono le varie Beverly Johnson e Iman e ci fu un afflusso notevole di modelli di colore differente nei primi anni Ottanta. Può darsi che sia successo perché io esistevo, anche se io avevo un'agenzia di modelle per lo più bianche, solo con qualche ragazza nera".

Quindi cosa è successo?
"È successo che un uomo stupendo chiamato Regis Pagniez, di Parigi, venne spedito qui, negli Stati Uniti, da Filipacchi, l'editore del mensile Elle in Francia, per aprire Elle America. A lui non interessava di che colore eri: se eri bella, o bello, ti prendeva. Elle americana concorse subito contro le pubblicazioni di Condé Nast, tipo Vanity Fair, Vogue, Glamour, e quelle di Hearst. Quando Pagniez venne in America le modelle nere vennero subito valorizzate".

E poi?
"E poi nel 1989 il Muro di Berlino crollò, e l'europa dell'Est si aprì a noi. I talent scout iniziarono a cercare volti in Paesi come l'Ucraina o l'Estonia. E le ragazze dell'Est iniziarono ad arrivare. Corpi perfetti, magrissime, zigomi, taglio degli occhi, wow! Molti dicevano che erano magre perché malnutrite. Beh, a quel tempo in quei Paesi dell'europa dell'Est, ex sovietici, erano tutti malnutriti! I designer si buttarono su di loro, inclusa Miuccia Prada. Niente più le Linda Evangelista, le Christy Turlington, le Naomi Campbell ma solo le europee dell'est. E questo è durato per tutti gli anni Novanta".

I grandi sarti dunque si allinearono?
"Esatto. I designer si controllano reciprocamente e si imitano. Non importa quanto originali e individualistici siano, tendono a seguire le tendenze. Fanno quello che l'altro fa. All'improvviso la modella nera venne rimpiazzata da queste modelle che chiamavamo le 'grucce appendi abiti'".

Durò molto?
"Dieci fottutissimi anni, lo scriva pure! Per frustrazione abbandonai l'agenzia nel 1996, me ne andai in Messico a godermi un po' di libertà nella mia casetta ai tropici. Poco dopo mi chiamarono: 'Bethann, devi tornare, non abbiamo più modelle nere!' Insomma, tornai. Ma il pendolo non oscillava dalla nostra parte. Non cambiava nulla. Fu allora che iniziai a sentirmi attivista e indissi la prima conferenza stampa che è stato l'inizio di tutto".

Che ruolo ha avuto Gucci nella sua vita?
"Sono sempre stata una fan di Gucci. Non tanto per gli abiti o la pelletteria di lusso, quanto per il suo lato gangaster! (ride, ndr). Ogni volta che Aldo Gucci veniva a New York cenavano insieme. Ma la cosa che più mi colpiva di Gucci è che il loro negozio di New York chiudeva dalle 14 alle 16 come i loro negozi in Italia! Il pranzo veniva prima di tutto. Che forza gli italiani".

Qualche anno fa, come vediamo nel film, lei inviò una lettera aperta a tutti i designer di moda esortandoli a essere più inclusivi e abbracciare le diversità. È soddisfatta dei cambiamenti, da allora?
"Sì, molto è cambiato grazie a quella lettera. Molti tra i maggiori designer di moda hanno capito e si sono adeguati. Mi prendo tutto il credito! Il pendolo non tornerà più dove era una volta. Ma spero che sia bilanciato. Dopotutto sto ancora cercando la grande modella bianca!".

Ovvero?
"Qualcuno di recente mi ha detto, 'le modelle bianche oggi hanno più difficoltà  a trovare lavoro'. E io rispondo, 'lo immagino, ma non è che mi dispiaccia per loro, perché se mi esprimessi in questo senso ci saranno modelle nere che diranno, 'beh era ora che sentissero difficoltà, come noi tutta la vita'. Dovevo mettere la ragazza nera e il ragazzo nero in pista. Ma non intendevo rimpiazzare nessuno.

Lei si considera una femminista?
"Non ho mai capito cosa sia essere una femminista. Una simpatica signora bianca ha cercato di spiegarmelo, ma non ho capito del tutto. Culturalmente, le donne bianche e nere sono diverse. Noi donne nere non avevamo bisogno di essere indipendenti. Le bianche sì. Mi spiego: noi nere siamo cresciute indipendenti, perché i maschi ci hanno sempre abbandonate. Bollette e figli erano nostra responsabilità. La cultura bianca, cacucasica, era abituata alla donna a casa e all'uomo che provvedeva a tutto. Per noi neri è il contrario. Dov'è l'uomo che amavi e con cui hai fatto figli e che se ne è andato? Le donne bianche hanno iniziato a manifestare per la loro indipendenza togliendosi il reggiseno, quando il reggiseno io me lo ero già tolto da una vita!".