Sarà presentato il 26 febbraio, giorno di chiusura della fashion week milanese, ed è l'evento più atteso: Milano: the inside Story of Italian Fashion il docufilm di John Maggio, svela il mondo della moda. Testimoni eccellenti: Tom Ford, Giorgio Armani, che racconta la sua vita, Santo Versace, che parla dell'omicidio di Gianni, ucciso a Miami il 15 luglio 1997, e rivela il piano segreto di una fusione con Gucci, che il fratello approvò pochi giorni prima della morte. Scritto e prodotto da Alan Friedman, (produttore esecutivo e coautore Giuseppe Pedersoli), il film è un viaggio affascinante tra cronaca e costume in cui le star - Sharon Stone, Frances McDormand, Helen Mirren - spiegano il loro rapporto con la moda. "Le riprese principali" racconta Maggio, premiato con un Emmy nel 2018 per il documentario Panic: The Untold Story of the 2008 Financial Crisis "sono durate più di sedici mesi, dalla fine del 2020 alla primavera …
Sarà presentato il 26 febbraio, giorno di chiusura della fashion week milanese, ed è l'evento più atteso: Milano: the inside Story of Italian Fashion il docufilm di John Maggio, svela il mondo della moda. Testimoni eccellenti: Tom Ford, Giorgio Armani, che racconta la sua vita, Santo Versace, che parla dell'omicidio di Gianni, ucciso a Miami il 15 luglio 1997, e rivela il piano segreto di una fusione con Gucci, che il fratello approvò pochi giorni prima della morte. Scritto e prodotto da Alan Friedman, (produttore esecutivo e coautore Giuseppe Pedersoli), il film è un viaggio affascinante tra cronaca e costume in cui le star - Sharon Stone, Frances McDormand, Helen Mirren - spiegano il loro rapporto con la moda. "Le riprese principali" racconta Maggio, premiato con un Emmy nel 2018 per il documentario Panic: The Untold Story of the 2008 Financial Crisis "sono durate più di sedici mesi, dalla fine del 2020 alla primavera del 2022. Abbiamo dovuto fare i conti con i blocchi per il Covid e la produzione stop-and-go".
Com'è nata l'idea?
"Alan Friedman, produttore e co-sceneggiatore del film, mi ha contattato nel 2019 dopo aver visto Panic, sulla crisi finanziaria del 2008. In quel film presento i protagonisti del più grande salvataggio di Wall Street, raccontando il volto umano. Credo che abbia pensato di interpretare in modo simile i protagonisti della moda in Italia, in particolare in quel momento tra la fine degli anni 70 e gli anni 80, quando Milano sfidò Parigi".
È stato difficile concentrare tutto in 90 minuti?
"Ogni film è una sfida da contenere in 90 minuti. Credo che ci sia un'arte nel dare forma a una narrazione entro quel limite di tempo, finché riesco a catturare emotivamente il pubblico e mantenere la sua attenzione, mi sento di aver fatto il mio lavoro. Inevitabilmente abbiamo dovuto tagliare alcuni nomi e alcune storie che sono importanti ma non servivano alla nostra narrazione. Speriamo di realizzare una docuserie più lunga su ciascuna delle case di moda italiane come seconda stagione di Milano".
"Dal concetto di "famiglia". Ero affascinato dalle famiglie che costituivano la maggior parte delle case di moda italiane e dal concetto di "capitalismo familiare". Alan Friedman aveva così tanti contatti che ero fiducioso che avremmo potuto completare questo affascinante albero genealogico".
Il film intreccia glamour e cronaca: il delitto Gucci, l'omicidio di Gianni Versace. Cosa le interessava che venisse fuori?
"Per la mia sensibilità americana l'idea di "dinastie familiari" mi ha ricordato le grandi opere. C'è tutto: il dramma, il dolore, l'amore, il tradimento, il romanticismo e la passione, il fondamento dell'opera. Il palcoscenico era Milano, ho concepito il film in dieci atti".
Giorgio Armani, solitamente riservato, qui si è concesso. Com'è stato il rapporto con lui?
"Ancora una volta, devo ringraziare Alan. Ha corteggiato il signor Armani per due anni. Per la prima volta ha raccontato la storia della sua vita davanti alla telecamera. È stato meraviglioso, si è davvero aperto. È uno scambio intimo. Armani è l'indiscusso re della moda italiana. Questo è un film sull'intera galassia di geni creativi che hanno inventato il prêt-à-porter e che oggi rappresentano l'esempio più riuscito dell'eccellenza del Made in Italy. Ma non c'è dubbio che Giorgio Armani rimane la figura più importante".
Gli stilisti "vestono" i film, le star trionfano sul tappeto rosso. Secondo lei oggi hanno più peso delle sfilate?
"Come potrebbero non averlo? Sono cartelloni pubblicitari ambulanti, includerei anche gli influencer. Adoro l'aspetto di "arte vivente" nel vedere la moda nei film. Preferisco vedere il giovane Richard Gere o Samuel L. Jackson in Armani in un film: questo mi ispira, mi racconta una storia su vestiti e personaggi che non trovo in una sfilata".
"Tutte le storie sono complicate. Ci sono ego in tutti i campi dell'arte e dell'industria, e so che non piacerò a tutti. Per me devi raccontare una storia onesta e autentica, indipendentemente dall'argomento".