Pierfrancesco Favino: "Mi dicono che sono un perfezionista, ma io mi sento solo inadeguato"
di Arianna Finos , di Arianna FinosLa conversazione con Pierfrancesco Favino riprende il filo dall'appello che l'attore ha fatto all'ultima Berlinale sul cinema italiano, ma prosegue affrontando mille altri temi. Si parte dal film, L'ultima notte di Amore, di Andrea Di Stefano (Escobar, The informer), in sala il 9 con Vision, a cui l'attore tiene moltissimo, "sarebbe un peccato se le persone non si accorgessero che sta arrivando un film diverso, che non si vedeva da tanto tempo". Interpreta un poliziotto che arrotonda con lavori extra e che durante l'ultima notte prima della pensione viene coinvolto in un intrigo drammatico. "Un film girato in pellicola, con un uso minimo di effetti digitali, con esplosioni, spari, macchine vere. Con qualche rischio nel farlo, ma pensato in sicurezza. Ho guidato nel traffico reale notturno, solo io e l'operatore, ho corso tra le macchine, sono stato vicino a esplosioni vere. La stampa internazionale, Screen e Variety, sottolineano che questo &…
La conversazione con Pierfrancesco Favino riprende il filo dall'appello che l'attore ha fatto all'ultima Berlinale sul cinema italiano, ma prosegue affrontando mille altri temi. Si parte dal film, L'ultima notte di Amore, di Andrea Di Stefano (Escobar, The informer), in sala il 9 con Vision, a cui l'attore tiene moltissimo, "sarebbe un peccato se le persone non si accorgessero che sta arrivando un film diverso, che non si vedeva da tanto tempo". Interpreta un poliziotto che arrotonda con lavori extra e che durante l'ultima notte prima della pensione viene coinvolto in un intrigo drammatico. "Un film girato in pellicola, con un uso minimo di effetti digitali, con esplosioni, spari, macchine vere. Con qualche rischio nel farlo, ma pensato in sicurezza. Ho guidato nel traffico reale notturno, solo io e l'operatore, ho corso tra le macchine, sono stato vicino a esplosioni vere. La stampa internazionale, Screen e Variety, sottolineano che questo è il film di Andrea Di Stefano che potrebbe avere più riscontro nel mondo, proprio perché è completamente italiano. In film di questo tipo di solito vediamo in azione personaggi con altre divise e non abbiamo dubbi che ce la possano fare. Nel caso del mio personaggio, invece, non è scontato".
Una volta gli attori italiani si lamentavano perché Hollywood offriva loro solo ruoli di italiani.
"Infatti sono venuto via da lì per quello, non mi andava il cliché".
Ora neanche quello.
"Ora lo fanno direttamene loro, non perché un sistema intero si rifiuta di farlo, ma perché abbiamo lasciato che ci fosse nei nostri confronti un atteggiamento di poca protezione rispetto al nostro prodotto. Come mai i Bafta vengono vinti da un film girato e interpretato da tedeschi? Il tedesco è parlato meno dell'italiano. Il discorso è industriale, non è culturale. È banalmente legato alla protezione interna industriale del prodotto. Se una grande produzione gira in Francia il protagonista è francese e parla in francese. Denzel Washington ha appena girato un film da noi, il ruolo di una italiana è interpretato da una cubana, perché? Abbiamo un ruolo sempre minore, tutti, nel cinema europeo".
A Berlino c'è stato un forte impegno politico di attori e registi, a partire da Sean Penn e il documentario sull'Ucraina
"Rispetto le posizioni di tutti, la mia è che dovrebbe sempre parlare il lavoro. Le mie posizioni politiche, etiche e morali le esprimo attraverso i film e le storie che scelgo. Viviamo un momento di grande confusione da questo punto di vista. Poi certo, Penn rischia in prima persona".
Pensa che oggi a Sanremo il suo monologo di Koltès sulla solitudine urbana, il racconto dello straniero incontrato per caso, sarebbe stato accolto come cinque anni fa?
"No. Ma non per quello che è successo a Crotone. In questo momento fa anche molto figo cospargersi il capo di cenere. Quel monologo non l'ho fatto per una questione politica: parla di lavoro e non di immigrazione. Ho appena finito di girare Comandante con Edoardo De Angelis, sul commendante di un sottomarino nel 1940 che affonda una nave belga e porta in salvo i superstiti della nave che lui stesso ha affondato. Preferisco che sia quella storia a parlare. Troppe dichiarazioni alla fine significano nulla, sono anche un gesto di ego, a meno che non le faccia chi è davvero capace di cambiare il mondo".
Nel film si racconta di poliziotti corrotti.
"Sono persone, alcune in divisa altre no, che intravedono la possibilità di fare un colpo. Non ci sono giudizi su una etnia o su un'arma. Dopodiché noi abbiamo nei confronti di quel mondo un senso di intoccabilità probabilmente superiore rispetto ad altri paesi. Ma questo film vuole fare spettacolo, non sollevare questioni morali. Poi è vero che per i poliziotti, come per i professori, gli stipendi non siano adeguati. Ho parlato con ex poliziotti e ex carabinieri, molti ha una doppia professione, non per forza illegale. Da ragazzino ho fatto il buttafuori o il servizio d'ordine ai concerti, la metà dei colleghi aveva un distintivo. Non ce la facevano ad arrivare a fine mese: come si fa a campare a Milano con 1.600 euro al mese e una famiglia sulle spalle?".
Lei ha fatto tanti lavori e ha sempre rivendicato la sua non appartenenza al mondo del cinema. Le sue figlie hanno già fatto qualche ruolo.
"Questo mestiere per me è stato anche l'affrancamento dalla storia familiare. È chiaro che certe volte interrogo le mie figlie: il mio sogno era lo stesso dello spettatore, di questo mestiere non sapevo nulla. Loro sono nate e cresciute tra le quinte di un teatro, spesso sul set. Credo che questo mestiere si riesca a fare solo se davvero ti appassiona, sono abbastanza feroce sull'idea della raccomandazione, lo sarei anche con le mie figlie. Però se capissi che quella è la loro forma di espressione, non le frustrerei per paura che possa andare male".
Pierfrancesco Favino è Mario Draghi nel consiglio di classe di 'Call my agent'
Nella serie Call my agent - Italia scherza sulla ossessione per i ruoli. Ma la recitazione per lei è una passione da cui è quasi sopraffatto.
"È così. È lo strumento con cui esprimo cose come non riesco in altri modi, con cui sperimento la realtà. Non mi interessano premi, soldi, fama. Voglio recitare, stare con gli altri, guardare la troupe o i tecnici a teatro. Tutte persone che perdono sonno e pazienza e energia per un'inquadratura, che non è niente eppure diventa tutto: in questo momento storico è una cosa di una poesia enorme".
Stefano Accorsi a 'Call my agent - Italia': "I dialetti li può fare solo Favino"
Si scherza sul fatto che può interpretare tutti. Ma l'etichetta del troppo bravo diventa un ingombro?
"Lo è, un ingombro. Mi fa piacere, ma che vuol dire? E poi, dopo che ti hanno detto bravo, che c'è? Io vedo il margine di crescita, quello che non riesco ancora a fare. Passa per perfezionismo, è solo passione. Guardo Cate Blanchett in Tar e penso che sia a un livello che io non ho raggiunto e non so se lo raggiungerò, lei ha la mia età. E vedo attori giovani un approccio più nuovo rispetto al mio".
Cos'è oggi per lei la solitudine?
"Che come buona parte della popolazione mondiale, dopo aver fatto colazione, letto le notizie sul telefono, scrollato Instagram, spento lo schermo, mi sento inadeguato".
Che significa?
"Il mondo ti propone modelli di benessere fisico, economico, estetico inarrivabili. O aderisci, o ti senti escluso. A 50 anni ho gli strumenti per poter dire che mi vado bene stortignaccolo, un ragazzo - si parla molto di ragazze ma ci sono anche ragazzi in difficoltà oggi - si sente schiacciato".
Il pensiero che la tiene sveglio la notte?
"Che futuro stiamo costruendo per i nostri figli? Lo stiamo costruendo o ci stiamo facendo portare e basta? Questo mi preoccupa".
Cosa la fa dormire bene?
"Diamo per scontato che il mondo debba assomigliare a noi, ci sorprendono le visioni delle nuove generazioni. Mi porto con fierezza l'immagine di mia figlia di spalle, camminare da sola verso un treno e un viaggio per l'America".
'Belve', Carolina Crescentini e le scene di sesso: "Ecco come faccio per girarle"
Scene di sesso e come affrontarle. Carolina Crescentini ha dato i suoi consigli. Lei?
"Come dice Carolina, hai 70 persone intorno, se riesci in quelle condizioni ad avere una pulsione sessuale sei pronto per un altro genere di film. So che oggi ci sono film in cui il bacio è digitale perché un attore rivendica la privacy e in una importante scuola teatrale gli allievi rifiutano ruoli che non sentono vicini alla propria sensibilità. Gli attori un tempo non venivano sepolti in terra consacrata perché erano capaci di fare ciò che non si doveva, diventare ciò che non erano. Va bene il rispetto dei diritti civili, ma il limite tra rispetto e censura si sta assottigliando. Prevedo una reazione opposta a questa paura del corpo che sembra medievale".
A cosa lavora oggi?
"A nulla. Ho finito Comandante, mi prendo una pausa meritata di riflessione. Anna (Ferzetti, sua moglie, ndr) è impegnata in teatro e io mi occupo delle bimbe con piacere. Faccio il papà".