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Sydney Sibilia e il suo 'Mixed by Erry': "I miei film? Epici e bizzarri, l'ha deciso l'algoritmo"

In sala il film sui fratelli Frattasio e il loro commercio di audio cassette vendute sulle bancarelle a cinquemila lire che fece nascere il reato di pirateria
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L'energia e la freschezza che si respiravano un anno fa sul set napoletano di Mixed by Erry - la città calata negli anni Novanta, quella del primo scudetto, di Maradona, Pino Daniele e Massimo Troisi - si sono trasferite in pieno nel film prodotto da Groenlandia e arrivato in sala la settimana scorsa. Un film-fenomeno, scritto e diretto benissimo da Sydney Sibilia, che ha riportato alla ribalta la storia dei fratelli Frattasio e di un mondo di audio cassette, "falsi originali", che hanno fatto conoscere tanta buona musica a un'intera generazione, facendo arrivare sulle bancarelle a cinquemila lire la compilation di Sanremo quando il festival era ancora in onda (arrecando danni all'industria discografica e facendo nascere il reato di pirateria). Ma ha anche fatto conoscere i tre attori protagonisti, che sembrano fratelli davvero. Su di loro poggia il film - Luigi D'Oriano, Giuseppe Arena e Emanuele Palumbo - anche se a sostenerli ci sono Fabrizio Gifun…

L'energia e la freschezza che si respiravano un anno fa sul set napoletano di Mixed by Erry - la città calata negli anni Novanta, quella del primo scudetto, di Maradona, Pino Daniele e Massimo Troisi - si sono trasferite in pieno nel film prodotto da Groenlandia e arrivato in sala la settimana scorsa. Un film-fenomeno, scritto e diretto benissimo da Sydney Sibilia, che ha riportato alla ribalta la storia dei fratelli Frattasio e di un mondo di audio cassette, "falsi originali", che hanno fatto conoscere tanta buona musica a un'intera generazione, facendo arrivare sulle bancarelle a cinquemila lire la compilation di Sanremo quando il festival era ancora in onda (arrecando danni all'industria discografica e facendo nascere il reato di pirateria). Ma ha anche fatto conoscere i tre attori protagonisti, che sembrano fratelli davvero. Su di loro poggia il film - Luigi D'Oriano, Giuseppe Arena e Emanuele Palumbo - anche se a sostenerli ci sono Fabrizio Gifuni e Francesco Di Leva, Cristiana Dell'Anna.

(ansa)

È stato difficile trovare i tre protagonisti?

"Molto. A un certo punto ci siamo perfino dovuti fermare nelle ricerche. Perché quando fai un film a Napoli parte lo stereotipo: 'che cavolo ci vuole?' I ragazzini a Napoli si buttano, questo è un luogo comune, perché a noi non servivano persone spontanee, ma attori tecnici perché il film è molto scritto. E quindi cercavamo persone strutturate. È vero che i prescelti avevano fatto poche cose ma sanno leggere il testo, mettere gli accenti comici dove devono essere. Non sono tre ragazzi spontanei, sono tre cavolo di attori: mi hanno stupito sul set, anche se non gliel'ho mai detto. È stato bellissimo lavorare con loro".

(ansa)

Sono straordinariamente in sintonia.

"Con la scusa del Covid - non potete ammalarvi, vi mettiamo in una casa - hanno convissuto per cinque mesi senza poter uscire neanche la sera. Dopo un po' si crea la fratellanza che non è solo 'ci vogliamo bene' ma anche 'non ci sopportiamo più', col vaffa facile dei fratelli. E questo un po' si vede, era la sfida del film, tu vedi tre fratelli, esattamente come sono i protagonisti".

Che hanno detto i veri Frattasio del film?

"Gli è piaciuto. È stranissimo vedersi all'interno di un film. Quante persone conosciamo che hanno avuto un film su di loro? Avevo fatto Giorgio Rosa ma non c'era più. Erry ha detto bello il film 'ma certo la colonna sonora...', perché lui quando veniva sul set appuntava sul copione i brani che avrebbe voluto, appunti suoi, brani scelti da lui. Alcuni li abbiamo messi, altri no, perché erano anche anacronistici, troppo recenti. 'Perché quel pezzo che ti ho suggerito non la hai messo, mannaggia? Vabbè, se facciamo la serie'".

La famiglia Frattasio è rimasta la stessa?

"Più unita che mai. Quando ho chiamato Ernico si sono presentati tutti e tre. Si muovono in gruppo. La mamma è morta da pochissimo, il padre non c'era già quando li ha conosciuti, le mogli sono ancora Teresa e Francesca. I tre fratelli sono nel film, sono la pubblica accusa nel processo. Oggi lavorano confezionando le scatole regalo che si usa regalare e far consegnare per anniversari e compleanni".  

(ansa)

E lavorare con Liberato?

"Una figata, ma anche complesso, perché non ci conoscevamo. È stato bravissimo, ricordo le call, ovviamente libertà assoluta, lui ha letto, ha visto le scene e al piano mi diceva 'ma che dici se una cosa così...' e mi faceva sentire cose belle e così è nato il tema".

Sanremo, un'altra storia, un'altra epoca.

"Sanremo non va dato per scontato, noi lo facciamo, ma provate a spiegarlo a uno straniero. Perché così importante? Cosa è? Un festival tipo X Factor? No. 'Che canzoni ci sono?', lascia perdere le canzoni... uno spettacolo di sei ore... non si può spiegare. All'epoca era diverso, era più breve, lo conduceva Andrea Occhipinti, collega produttore, leggermente meno mediatico. C'è un allineamento di pianeti, Sanremo è perfetto per i social creando un evento crossmediale incredibile, paragonabile solo al Superball in America, alla partita".

Il film racconta una favola italiana, su ragazzi quasi inconsapevoli della propria illegalità. Non facile trovare il tono.

"La cosa che mi piaceva era che la legalità e il giusto non sempre si allineano. La cosa che mi ha convinto a fare il film è stato l'incontro con i Frattasio: 'Nostro padre era fissato con l'onestà, era la cosa più importante'. E che faceva? 'Vendeva i liquori falsi al mercato'. Per loro era una cosa onesta, una sorta di ammortizzatore sociale. E sono sempre rimasti indipendenti rispetto alla criminalità".

Oggi?

"Oggi la musica è gratis per tutti, è scomparsa la dimensione fisica. Ci ha pensato un'azienda di Amsterdam che si chiama Spotify, su cui di fatto c'è la musica più o meno gratis, addirittura c'è la stessa cosa che faceva Erry, dopo che hai ascoltato le canzoni un algoritmo ti dice se ti piace questo secondo me ti piace pure quest'altro. Era Spotify, che all'artista dà lo 0,0007 per cento. E Erry: 'A saperlo glieli avrei dati pure io'. Lui aveva la voglia di fare ascoltare la musica, lui voleva fare il deejay. Tutto il film parla di dove nasci: a Forcella. Non è facile fare il deejay se sei nato nei Settanta a Forcella, neanche se sei nato negli Ottanta a Salerno è facile fare il regista. Empatizzavo con il fatto che il luogo dove nasci condiziona i tuoi sogni".

Come lo possiamo definire il film, ora che è finito?

"Faccio una fatica a definire i miei film, ma non solo io. I film che faccio sono di fondo commedie, ma per L'isola delle Rose c'ero rimasto malissimo perché l'algoritmo, quando l'hanno messo su Netflix, lo aveva definito epico bizzarro. Li chiamai: 'È l'algoritmo, non possiamo cambiare'".

Ora se n'è fatto una ragione.

"Diciamo che io cerco di raccontare storie come se stessi a cena con gli amici: 'Ma ti ho raccontato quello che è successo a Forcella...'. Partono così i mei film. Se dopo un anno che la racconto - ho pochissimi amici per questo - dopo un po' capisco dove fa ridere. Ed è la realtà che fa ridere. Tutto quello che c'è nel film sono i racconti dei fratelli, presi con le loro parole, le carte del processo: 'Operazione Mike' l'ho letta sul processo, le parole del giudice sono quelle del processo. È una sorta di falso d'autore della realtà, in fondo faccio sempre così".

C'è uno sguardo caldo anche su Napoli.

"Non volevo fare Gomorra o una Napoli in cui si spara. Da noi non si spara un colpo, l'unica cosa che esplode sono i fuochi d'artificio del pallone di Maradona. E anche fotograficamente mi ha aiutato molto viverli quegli anni lì da piccolo, è un po' come me li ricordavo io. Erano un po' grigi, gli abiti dai colori industriali, quei fucsia, il verde acquamarina. Napoli poi è una città che si mette in posa, è vanitosa e sa farlo".