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Valeria Solarino diventa suora nel film di Walter Veltroni: "Dedicarsi all'altro è la vera battaglia"

Si intitola 'Quando' il nuovo film di Veltroni, in arrivo nelle sale il 30 marzo, con l'attrice e Neri Marcorè. Racconta di Giovanni, fiero comunista, che entra in coma per poi risvegliarsi 31 dopo...
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In Quando, di Walter Veltroni, Valeria Solarino interpreta la suora che accompagna il protagonista Neri Marcorè - che si è risvegliato da un coma lungo trent'anni - alla scoperta di una realtà e di un Paese profondamente cambiati. "Mi sembrava una bella occasione per riflettere su questi ultimi trent'anni, densi di cose che viste isolate sembrano surreali, raccontate a uno che si è addormentato. Ed è una metafora, il film: è vero che Giovanni si è addormentato realmente, ma forse anche noi. È come se facendo astrazione della propria vita individuale si vedesse meglio quel che è successo". Presentato al Bif&st di Bari, Quando arriva in sala dal 30 con Vision.

All'inizio l'idea di interpretare una suora, spiega l'attrice, "mi ha un po' intimorito, per educazione e scelta sono lontana dal mondo della chiesa. Ho cerca…

In Quando, di Walter Veltroni, Valeria Solarino interpreta la suora che accompagna il protagonista Neri Marcorè - che si è risvegliato da un coma lungo trent'anni - alla scoperta di una realtà e di un Paese profondamente cambiati. "Mi sembrava una bella occasione per riflettere su questi ultimi trent'anni, densi di cose che viste isolate sembrano surreali, raccontate a uno che si è addormentato. Ed è una metafora, il film: è vero che Giovanni si è addormentato realmente, ma forse anche noi. È come se facendo astrazione della propria vita individuale si vedesse meglio quel che è successo". Presentato al Bif&st di Bari, Quando arriva in sala dal 30 con Vision.

All'inizio l'idea di interpretare una suora, spiega l'attrice, "mi ha un po' intimorito, per educazione e scelta sono lontana dal mondo della chiesa. Ho cercato un dialogo con una suora, per capire una scelta così radicale, non riuscivo a entrare in connessione. L'ho trovata immaginando le scelte che fanno tutti quelli che si dedicano agli altri. E ho costruito un personaggio che ha come caratteristica principale l'accoglienza, le ho dato una morbidezza, un'apertura. Dal dedicarsi agli altri questa suora trova nutrimento per se stessa". Anche l'abito le metteva qualche tensione "mi spaventava l'idea di avere scoperto solo il viso, senza trucco. Poi durante il film ho dimenticato di averlo. Quando alla fine lei si toglie il velo è come se non importasse, se quello fosse solo un costume. L'abito sottolinea solo la sua posizione nella società. Ma quel che conta è il modo in cui stai al mondo, l'incontro di anime".

Nel film il personaggio interpretato da Marcorè dice che in fondo quello che conta, oggi come allora, è l'accoglienza, l'accettazione dell'altro. Ma il Paese sembra andare in una direzione opposta: "Ho paura che non ci sia più spazio per l'accoglienza" prosegue l'attrice, "e che tutto quello che è rivolto verso l'altro, paradossalmente, sia affidato alla generosità dell'individuo, al volontariato. Non c'è un senso civico alto, non solo in Italia. Viviamo in un mondo in cui regna il mercato, la globalizzazione ha asfaltato qualsiasi sentimento. Tutto è indirizzato verso l'individuo singolo e non la collettività. Si pensa: se l'interesse o il diritto negato non mi riguarda, io non lotto per quello. Quando mi esprimo su certi temi chi mi critica è diffidente: come se uno difende solo qualcosa perché ci guadagna e ti riguarda, non si immagina che qualcuno lo faccia solo perché lo ritiene giusto. E non vedo cambiamenti all'orizzonte". Com'è cambiata Valeria rispetto a una sé giovanissima? "Guardando indietro mi rivedo con una grande ingenuità, e uno slancio. In preda a un grande desiderio ma anche al timore di non riuscire, costante di questo mestiere. Da giovani si ha uno slancio inconsapevole, il futuro non è delineato, vivi il presente. Solo quando le cose si strutturano hai la visone di quel che è successo, succede e succederà. E perdi un po' l'illusione".

Alla se stessa giovane non darebbe consigli: "Ogni età ha caratteristiche che sono giuste. Se avessi avuto la consapevolezza di oggi sarebbe stato tutto più faticoso". E cosa vedrebbe, quella ragazzina nella donna di oggi? "Non ho mai fatto bilanci" risponde. "Ma penso che si riconoscerebbe. Non ho tradito i principi in cui credevo, solo tirato fuori caratteristiche che c'erano già". Intanto ha trovato il tempo per ricominciare a studiare filosofia. "Da due anni, mi mancano pochi esami. In un tempo orizzontale, superficiale, avevo voglia di profondità, di qualcosa di bello. Un tempo amavo Kant, puntavo alla teoretica, oggi sento vicina la filosofia politica".

 

Di fare l'attrice ha pensato "dalle prime volte a teatro, ma sembrava troppo bello per me. E non avrei voluto farlo come hobby. Ho tentato allo Stabile di Torino, mi hanno preso, è cambiato tutto". Momento più difficile? "Ogni provino è un dramma. Tu porti te stessa, difficile pensare davanti a un rifiuto che cercano altra tipologia fisica o recitativa, pensi che non vai bene tu, in quel momento e nel mondo. Ho imparato a gestirlo ma vivere sotto un continuo giudizio è faticoso. Sono anche difficili da gestire le pause, quando pensi che non lavorerai più e il giorno dopo poi ti chiamano. Gestire l'assenza".

Il lavoro non manca, è nel pieno del tour di Perfetti sconosciuti a teatro: "La risposta del pubblico è entusiasmante, i teatri pieni. Il gruppo che Paolo Genovese ha scelto è forte e unito, siamo amici che si ritrovano ogni sera a fare un gioco, pieno di imprevisto: anche perché prepariamo il cibo davvero, cuciniamo la pasta, mangiamo. Arriviamo alla fine dello show senza accorgercene". Momenti più belli di carriera? "Tanti. Ma penso a un film piccolo, Walzer, unico piano sequenza, fatto con pochi mezzi. Tra le mille difficoltà abbiamo vissuto un'esperienza intensissima, che ha cambiato il mio sguardo, mi ha fatto capire che la bellezza del mio lavoro è mentre lo fai, non il risultato. E ho amato Viola di mare, grande sfida, storia d'amore tra due giovani donne, un film di cui condividevo il messaggio. E il monologo, arrivato per caso quando a teatro, dopo uno show, ho incontrato Luana Rondinelli, le ho fatto i complimenti e chiesto se poteva scrivere qualcosa per me. È nata la meravigliosa di Gerico Innocenza Rosa. E mi piace girare Rocco Schiavone, mi piace la scrittura, i dettagli, lavorare con Marco Giallini è una delle cose più divertenti della vita. Stiamo proprio bene insieme".