Eleonora Giorgi: "Ho detto no ad Alain Delon, Jack Nicholson e Moravia. Sono stata una stupida"
di Arianna FinosEleonora Giorgi si è appena trasferita nella nuova casa ai Parioli, nel salotto ancora gli scaffali da riempire e scatole di libri, al muro il ritratto di nonna Katò, bellissima signora bruna dai capelli corti. Un ritorno alle origini. “In questo periodo ci sono pensieri che mi ossessionano, quasi. Io non ho l'eroismo dei coraggiosi perché sono prudente, conosco la mia debolezza da sempre. Ma come mai ho avuto così forza, coraggio nella vita? Sono nata in un’oasi, quella di nonna Katò, i primi quindici anni vissuti in una famiglia atipica ai Parioli, in cui una nonna parlava come Stanlio e Ollio, l’altra con l’accento teutonico. Erano straniere, emancipate. E poi mamma e papà che si sposano a 18 e 20 anni, fanno cinque figli e si lasciano. Ieri leggevo la lettera di Oriana Fallaci su Pasolini: quando lui è morto lei era a pranzo con Miriam Mafai e Giancarlo Pajetta, Miriam, la sorella di Giulia, la nuova comp…
Eleonora Giorgi si è appena trasferita nella nuova casa ai Parioli, nel salotto ancora gli scaffali da riempire e scatole di libri, al muro il ritratto di nonna Katò, bellissima signora bruna dai capelli corti. Un ritorno alle origini. “In questo periodo ci sono pensieri che mi ossessionano, quasi. Io non ho l'eroismo dei coraggiosi perché sono prudente, conosco la mia debolezza da sempre. Ma come mai ho avuto così forza, coraggio nella vita? Sono nata in un’oasi, quella di nonna Katò, i primi quindici anni vissuti in una famiglia atipica ai Parioli, in cui una nonna parlava come Stanlio e Ollio, l’altra con l’accento teutonico. Erano straniere, emancipate. E poi mamma e papà che si sposano a 18 e 20 anni, fanno cinque figli e si lasciano. Ieri leggevo la lettera di Oriana Fallaci su Pasolini: quando lui è morto lei era a pranzo con Miriam Mafai e Giancarlo Pajetta, Miriam, la sorella di Giulia, la nuova compagna di mio padre. Mio padre entra in un mondo diverso, mamma diventa neocatecumenale, integralista, con questi cinque figli di cui ognuno ha la sua storia, ma di certo io sono l’unica che ha reagito vigorosamente e anche protettivamente verso i più piccoli, perché i nostri genitori hanno avuto altre cose da fare. Questa è stata la prima crisi. Io ero legata a papà, a cui somiglio come una goccia d'acqua, mentalmente soprattutto, e mia madre diventa ostile: mi sembrava una pazza – perdonami mamma – in preda all’estremismo. Una donna che ha messo davanti a tutti il cammino spirituale e la sua comunità”.
Lei è andata a vivere da sola presto.
“Sì, e mi sono fidanzata a 14 anni. Il paradosso che io divento al cinema la Lolita nuda, ma in realtà avevo avuto un solo ragazzo, Gabriele. Giulia è legata a mio padre e io passo da madre a madre, una contaminazione pazzesca. Lei era femminista, era comunista. Era tutta una serie di cose che noi non conoscevamo. Mio nonno era un generale. Ho saputo che esisteva l'omosessualità al mio primo film. Giulia mi spedisce a Milano per fare delle foto, e nel frattempo mi fa fare un percorso per entrare all'Istituto centrale del restauro, una mia passione. Era pazza della mia vitalità, praticità. Io, che non sono alta e sono formosa, esordisco fotomodella di taglie forti per Annabella”.
Il primo incontro al cinema con Fellini e Roma, 1972.
“Sì, ero andata a vivere con Gabriele, ci prendono nella scena dei motociclisti, sono un puntino tra gli altri in Piazza Euclide. Ma Fellini l’avevo incrociato ragazzina, qui per strada da bambina, voleva me e mia sorella per fare le ragazzine del suicida in La dolce vita. E un’altra volta sulla spiaggia, sempre con Gabriele, Fellini mi aveva predetto che avrei fatto cinema, mi aveva detto di andare a Cinecittà”.
Il debutto con Storia di una monaca di clausura, scritto e prodotto da Tonino Cervi.
“Si leccava le ferite di Deserto rosso. Ma faceva anche tanti film di genere. Avevamo la Sartoria Tirelli, gli studi erano al Safa Palatino, la troupe veniva dal set di Visconti, le eccellenze italiane. Ho dovuto sostituire Ornella Muti, che era diventata famosa con il film di Damiano Damiani, era conosciuta anche in Spagna. Cervi aveva incontrato tutte le aspiranti attrici. Io andai per curiosità, per competizione con mia sorella, con il cappello di paglia e le zeppe, buffa, carina. Lui si incantò, mi chiese di fare questo provino, erano solo delle foto. Mi fecero indossare il vestito di Charlotte Rampling, mito assoluto della mia generazione, di Addio, fratello crudele che a me non entrava, ricordo il momento umiliante con i costumisti che stringevano i lacci del bustino come dannati. E poi c’era la scena di spogliatoio, mi era chiaro che fosse una specie di allusione. Mentre mia sorella era libera, io invece ero come nonna, fidanzata con Gabriele, che poi è diventato un grande cardiochirurgo. Ma noi a 17 anni andavamo a Saint-Tropez, mi diceva levati il costume, mandai una cartolina a mamma 'sono a Saint-Tropez e sono in topless', mia madre si vergognò col portiere. Gabriele delle scene di nudo disse: 'Ma che importa, il mondo è cambiato'. Alla conferenza stampa sono spigliata, piaccio ai giornalisti. Poi partiamo per Londra, in moto, dieci giorni. L’esame era saltato per via del film. Torno e scopro che avrò un contratto per quattro anni. Inizio Appassionata, il personaggio diventa una Lolita d'Italia. Da allora, mentre Gabriele resta ragazzo, io entro in un mondo di adulti. I set per me erano come stare con professori e preside, a scuola. Io e Gabriele ci lasciamo”.
Con Ornella Muti sul set?
“La prima vola che la vedo penso che sia la donna più bella del mondo, denti come perle, occhi pazzeschi, vestita firmata, mentre io sono una studentessa. Sul set c’è tra noi una sotterranea competizione per avere le attenzioni: Tonino era furbissimo, si divertiva come un pazzo, godendo nel dividerci. E il convento tutto costruito dentro al Palatino, il più bel teatro di posa del mondo. La mia vicina di camerino era Elizabeth Taylor”.
Com’era?
“Lontanissima. Dicevano fosse spesso ubriaca, sottobraccio con il produttore, ricordo un certo Peppe il Roscio, terribile: 'Elisabeth!', urlava e le pizzicava il fondoschiena. Quando facevo la principessa invece che la novizia volevo che lei mi vedesse con quei costumi. Lei lavorava con Patroni Griffi, aveva un vestito lilla. Ho sempre sognato la magia degli adulti che mi dicono 'brava'”.
Si lascia, poi c’è Alessandro Momo.
“La mia prima storia con uno del cinema, ma con origini comuni. All’epoca vivo da sola, lavoro tanto, sono introversa. Ma Alessandro è un ragazzo di questo quartiere, mio padre e suo nonno si conoscevano. Lui aveva una Honda piccola, io avevo comprato la moto di Gabriele. Era un pazzo vivacissimo. Lui girava Profumo di donna, ero in casa e mi sento chiamare dal cortile, è lui: 'Sono venuto a fare un giro'. Era venuto via dal set perché in quel mondo maschilista che c’era allora avevano sfottuto una comparsa, la 'comparsaccia', una vecchia signora procace,e a lui questo non era piaciuto. Poi io parto per Londra con degli amici del cinema, serate, sfilate di moda…torno, avevo prestato la moto ad Alessandro. Lui mi dice 'vado a lezione, poi te la restituisco'. Sto da amici, ma mio padre mi trova: 'Alessandro è caduto dalla moto, corri al Santo Spirito'. Arrivo che c’erano solo i genitori, lui era morto, me lo hanno fatto salutare. Un grandissimo trauma”.
Una crisi profonda, la droga.
“La morte di Alessandro, la solitudine, è stato troppo. Ma entra nella mia vita Angelo (Rizzoli ndr): ho sempre sognato con i libri, ho avuto sempre un senso romantico della vita e lui un angelo lo diventa davvero. Aveva anche profondi problemi. Ma siamo stati felici. La grande crisi è il risveglio con la Finanza in camera da letto. E quello che mi hanno fatto dopo…io sono una donna fiera, umile ma fiera. Non voglio il ritratto di una persona che ha subito torti gravi. Le faccio un esempio? Fiorella Mannoia, a cui penso come una pari grado, presenta Dalla, io no. Certo, lo so che questo è un Paese della canzone. Se potessi andare sul palco a cantare Borotalco e Mia moglie è una strega, farei come loro che cantano…”.
Prima delle cronache giudiziarie eravate una coppia socialmente molto corteggiata.
“Sì, ne ridevamo, lui era più riservato e introverso di me. Poi sono successe cose molto pesanti. Ho passato gli ultimi trent’anni a ricostruire tutto quello che è successo davvero. Alla fine di quell'anno tragico, di arresti, in cui io scopro un mucchio di follie di cui non mi va di parlare per rispetto di una persona che non c'è più. Cose che io non voglio più, ma voglio lui, insieme siamo stupendi e lui mi ha sempre detto che avrebbe voluto fare il professore di storia. Io ero legata a New York, mi sarebbe piaciuto trasferirmi là ma poi lui non avrebbe potuto. Gli dissi però adesso basta, devi vendere. Perché il suo è stato uno dei primi esempi in Italia di un'operazione economico politica che ha usato un braccio giudiziario. Me l'ha detto Pietro Longo. Alla fine di tutto questo è chiaro che io sono bruciata, e dico ad Angelo di ricominciare. Ma ora mi viene da piangere perché tutto quel che è successo è rimasto compresso, ho cercato con il cervello di rimettere in ordine tutto, ma con il cuore non ci sono riuscita. Quando ho scritto il mio libro Maurizio Costanzo, che mi conosceva da piccola perché mio fratello lavorava con lui e me lo aveva presentato, mi disse: 'Hai fatto il libro bianco? Ora devi fare quello nero'. Ma io non sono pronta. Non mi va di fare una guerra. Ho mantenuto un rapporto grande con il pubblico che mi ha scelta brillante, ottimista, buona, senziente, un po’ ingenua. Tra tutti i miei film amati c’è questo personaggio. Faccio cinquant’anni di carriera a giugno, da quell’esame mancato, dal primo set”.
“Quando andò in onda Lo zio d’America con Muti e De Sica, Christian mi portava i diagrammi con il gradimento dei personaggi da parte del pubblico e il mio saliva moltissimo con le spettatrici: lui ne era entusiasta”.
Torniamo ad Angelo Rizzoli.
“I periodo della grande inquisizione, sì. Dopo la vicenda giudiziaria lui si lega a Berlusconi. Io gli faccio questo ultimatum. Così mai più. Perché io vedo che tutto ricomincia, uguale come prima. Ma non avevo capito, non ero abbastanza matura, che quella era l’azienda di suo nonno e c’era stato un furto e uno smacco, perché le testate erano fiorenti, l'azienda non aveva dei buchi, c'erano dei buchi per i soldi da dare ad Agnelli, avevano comprato sto maledetto Corriere della Sera, ma l'azienda era sana. I politici tornavano nella nostra villa, vivevamo al di sopra delle nostre possibilità e io non volevo. Io dicevo prendiamo una casa a New York, nascondiamoci, inventiamoci una nuova vita, lui mi disse che ero una piccola borghese. 'Io non accetto critiche da nessuno, meno che mai da mia moglie, la porta è quella, se vuoi'. Non era vero, ma io ne ho approfittato. Perché non potevo, non volevo. Però a me lui è mancato. Siamo rimasti molto legati”.
“Hanno montato ad arte un conflitto sulla separazione di questi beni, adducendo delle colpe che non avevo e di cui non potevo parlare perché ero l'unica persona che poteva dissequestrare dal Tribunale penale, legalmente giuridicamente, i beni in comunione. Noi ci eravamo accordati e io avevo accettato quello che voleva lui. Ma, pur rispettando l’accordo, ha iniziato ad accusarmi, io ero soggiogata da lui. Ho avuto il coraggio di andarmene ma la crisi fu enorme. Infatti, sono fuggita in campagna con un uomo diverso, ad allevare bambini e fare l’agricoltura biologica. Lui si è risposato e sua moglie mi ha odiata dal primo giorno. Non ho mai capito perché, non le ho mai fatto nulla. Dopo trent’anni ha detto cose di me in tv tremende, senza contraddittorio. Che Angelo non mi voleva al funerale: io sono andata con Alberto, il fratello di Angelo, e mio figlio Andrea, mi hanno chiesto di andare con loro. Questa signora ha detto 'cosa fanno le persone di spettacolo per le telecamere'. Ma non le ho fatto niente, sono solo esistita prima di lei. Quando citavo Angelo in tv, che è stato una parte della mia vita, arrivavano telefonate al fulmicotone alla Rai. Io sono andata avanti, voglio vivere serena. Per combattere bisogna avere armi e carattere giusto, mi sarei ritrovata come I duellanti, in guerra per trent’anni, cioè rovinandomi la vita, sempre incazzata. Così mi sono fatta appendere per i piedi, sono stata lì”.
Rimpianti o pentimenti?
“Mi sono divertita a stilare mentalmente un elenco di tutte le volte che ho detto no a uomini considerati fantastici, da Alain Delon a Jack Nicholson fino ad Alberto Moravia. Mi sono detta: ma perché ero così? Perché tutti quei no? Ero traumatizzata dal fatto che al cinema mi avevano trasformato in un oggetto del desiderio. Alla fine ho avuto un numero di uomini piccolissimo. Perché avevo paura di essere usata, perché probabilmente ero immatura. Adesso mi sono pentita di avere avuto sempre paura del sesso e degli uomini e quindi poter dire sì solo con il grande amore, sennò no. Ho capito troppo tardi che avrei dovuto avere lo stesso coraggio da esploratrice che avevo nella vita, anche con gli uomini. Chiedo scusa a tutti loro perché sono stata una stupida”.
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A Warren Beatty ha detto sì.
“Grande seduttore, una di quelle persone che usano armi psicologiche, adorano il narcisismo, la seduzione. Era un incredibile uomo di charme, ti faceva parlare, e aveva abitudini riservate, come me. I nostri vicini a Los Angeles erano Marlon Brando e Jack Nicholson. Brando non l’ho conosciuto, mentre un pomeriggio arriva una spider e un tizio con gli occhiali scuri e la camicia hawaiana, era Nicholson. Devo dire che lui si era fatto avanti quando non stavo più con Warren. Adoravo Angelica Huston, simpatica, forgiata dalla sofferenza, madre suicida, il padre regista difficile. Warren si divideva tra il cinema, lavorava per anni ai progetti, e la politica, mi ricordo un’affollata convention di Gary Hart, che era del suo giro. Se devo pensare a un fermo immagine penso a Vernice Beach nello specchietto retrovisore, al tramonto. E la tenerezza di trovare a casa di Warren un armadio di vestiti di Julie Christie: 'Provane uno, ti sta bene, con questo rosso sembri lei'. Scriveva, disegnava case, suonava il pianoforte. L’ho visto alterato solo quando vado a fare una passeggiata tra i cactus dietro la piscina e lo sento urlare 'Eleonora, dove sei? Qui è pieno di serpenti a sonagli'. Perché Los Angeles è così. Non è una città in cui mi sentivo a casa. Un ricordo bello fu quando Warren volle mostrare a un gruppo di amici Borotalco, ero stata premiata a Montreal. Ma, quando inizia la proiezione mi accorgo che la copia mandata da Cecchi Gori non ha i sottotitoli. Sobbalzo, ma Jack mi fa un cenno. Si guardano il film facendosi molte risate. 'Fantastico'".
Il film in cui si è piaciuta di più?
“Sicuramente Borotalco, l'unico dei miei film dove io, grazie alla fiducia di Carlo, che era un coetaneo, non avevo più 'presidi' e 'professori', ero con la mia generazione. Sicura di me ho costruito il personaggio, dentro e fuori, usando persino le mie scarpine turchesi…”.
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Nudo di donna?
“Film complesso. Girato pochi mesi prima di Borotalco, personaggio straordinario a cui io non potevo aggiungere nulla. Nino Manfredi portava sullo schermo una sua personale crisi con la moglie, Erminia, che mi ha fatto da assistente costumista, presenza importante. Nino era una personalità complicata, due mesi di lettura del copione a casa sua, facevo lezioni quotidiane di veneziano. Avevo un doppio personaggio, la moglie bibliotecaria veneziana, raffinata, colta, vagamente rompipalle e questa gioiosa puttana rock, colorata, Riri. E poi c'è un terzo personaggio emblematico, una donna con i capelli neri alla fine che non si sa più chi sia in questa Venezia. Il film avrebbe dovuto farlo Laura Antonelli. Un giorno Nino mi telefona: 'Ti devo parlare, ti voglio vedere subito'. Mi spiega: 'Ho scritto un film tratto dal libro, mi riguarda molto, lo produco. C’è Monicelli alla regia ma io non vorrei Laura Antonelli, vorrei te'. Monicelli lasciò il film, scusandosi con me 'non è per te, è il principio. E poi tu sei troppo giovane. Ma tu lo devi fare'. Presero Alberto Lattuada, io preparavo con lui Una spina nel cuore. E fu un inferno. Non si trovarono, furono dal primo giorno contrasti, discordie. Finito il set a Venezia c'erano dei giorni di riprese a Cinecittà, dove io non ero prevista, per fortuna, perché loro litigarono e Lattuada lasciò il film. Quindi poi l’ha firmato Nino”.
È stato il set più difficile?
“Sì. Anche Oltre la porta, con la Cavani. Liliana è una donna che anticipa i tempi. Una pioniera che somiglia alla stirpe delle mie nonne. Quando mi ha offerto questo film così tormentato, è stata una delle più grandi emozioni della mia vita. E l'occasione di lavorare con Mastroianni, che è stato un guru. Difficile anche Marcello, raffinato, molto snob, buono, piacione, simpaticissimo, grande affabulatore, se iniziava a raccontare non andavi più via. La storia del film era morbosa, intellettuale, misteriosa. Il film fu girato in Marocco, con una troupe di prim'ordine, in presa diretta. Io recitavo in italiano, inglese, francese”.
Tom Berenger?
“Veniva da Il grande freddo che è il film-mito della mia generazione, visto 50 volte e quindi mi ha delusa. Stava sempre con la foto dei bambini, si sentiva un pesce fuor d'acqua. Era come sono gli americani in Africa, in Medio Oriente, stava scomodo, aveva paura di bere il ghiaccio. Per loro già l’Italia era 'exotic', come diceva Beatty. E intanto stava succedendo tutto, quella situazione di Rizzoli…”.
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Una situazione tragicomica sul set?
“Sono per me connesse all’idea della morte in scena. Mi capita quando giro la scena di apertura di Borotalco sulla terrazza. Ho detto 'ma se scavalco e mi butto continuate a girare?'. Abbiamo riso per ore. E poi nel primo film di regia, primo ciak con la Muti: 'Silenzio, ciak, azione!|'. Mi entra un pulviscolo di cipresso, soffoco, c’erano i paparazzi, penso 'muoio soffocata in questa situazione mediaticamente prefetta'. Mi ha salvato un truccatore. A Venezia con Nudo di donna volevo prendere il vaporetto e fuggire lasciando lì Lattuada. Il cinema è talmente finto che la morte, la scomparsa, in fondo sono la cosa più vera. Infine, sulla scopa con Renato Pozzetto, Mia moglie è una strega, sul braccio meccanico insieme, dieci metri di altezza. Al primo ciak con il peso di Pozzetto ci ribaltiamo all’indietro, sottosopra. Renato invidiava il mio super metabolismo, lui a dieta perenne. Aveva una roulotte con il cuoco. Mi è dispiaciuto che non gli abbiano dato il David per il film di Avati Lei mi parla ancora. Lo meritava. E a un attore come lui a quell’età si dà. L’hanno dato a Elio Germano a cui non serviva, è un grande attore, ne ha vinti tanti”.
L'incontro con Massimo Troisi?
“Sì, una storia d’amore breve, ai tempi di Non ci resta che piangere, per scherzo dal set mi chiamava sempre Roberto Benigni. Ci conoscevamo già, ci aveva presentati Lina Wertmüller. Dopo la separazione da Angelo, in uno stato emotivo particolare, accetto un invito di un operatore turistico insieme a mezzo mondo del cinema. C’era anche Pietro Mennea: non avevo mai corso in vita mia, me lo ha insegnato lui, ci hanno fatto la paparazzata che stavamo insieme, lui rideva. C'erano anche Sergio Leone, Little Tony. Una mattina Massimo mi racconta: 'Ho fatto un sogno bellissimo, ero su un’isola, io e mille donne belle e disponibili'. Rispondo: 'Io invece vorrei stare su un'isola col più figo del mondo che non mi vuole…'. Era poetico, pigro, spiritoso, sempre con Sergio Leone, in caftano, al bar. Io e la Muti siamo le attrici più giovani ad aver visto quel cinema. Ecco perché dopo Borotalco sono rimasta senza fiato per il fatto che Verdone non mi avesse richiamato. Pensavo a noi come a una nuova coppia comica, Sordi-Vitti, anche se loro sono irraggiungibili. Quando gira Io e mia sorella con Ornella Muti ero in Inghilterra, resto ferita, è spaventoso per me. Il personaggio di ragazzina rock, quello del film, ero io. Ho girato Compagni di scuola, un piccolo ruolo dopo quaranta film da protagonista. Mi sentivo mortificata ma non l’ho mostrato. Bisogna essere umili”.
Adriano Celentano?
“Uno degli uomini più sexy mai incontrati. Quando ho fatto il film con lui ero incinta e innamoratissima di Angelo, ma quando entra nella stanza sono comunque colpita dal suo sex appeal animalesco, che prescinde la sua volontà. Lui un lento, una bionda che parla veloce, personaggio che ho usato sul set anche con Pozzetto, Dorelli, Villaggio…”.
Massimo Ciavarro, Sapore di mare 2.
“Ci conosciamo sul set di Sapore di mare 2, io penso ad altro, la crisi con Angelo. A Forte dei Marmi in roulotte, bussa il regista ed entra con questo angelo, un putto, saltella da una gamba all'altra. Prima di uscire mi sussurra 'ahó io non te garantisco niente, le battute ecc'. L’ho amato, nella sua paura di sbagliare. La nostra scena culto è 'pizza fredda e birra calda', mi fanno tutti la battuta. L’ho amato non da cotta, quasi da sorella, non che non ci fosse il sesso, ma l’affinità, era un’oasi di verità, semplicità, di valori basici, sani. Siamo stati insieme dieci anni, a un certo punto mancava il romanticismo. Dopo che ci siamo lasciati, poi abbiamo fatto una piccola casa di produzione insieme. Lui mi odia per questo, perché effettivamente non era più il tempo dell'artigianato artistico. E poi è sparito di punto in bianco, per sempre, dalla mia vita. Lo vedo ogni tanto perché è nonno, ci sentiamo pochissimo. È la sua natura, è tenebrosissimo”.
“Era il ragazzo che avrei dovuto incontrare dopo Gabriele, un’affinità creativa pazzesca. E un modo di vivere semplice. Ci piaceva camminare decine di chilometri, parlando. Siamo stati tanto in Grecia coi bambini. Durata sei anni, ma lui con un piede dentro e uno sul pianerottolo. La moglie di Claudio Bisio, Gabriella, mi vedeva infelice e tormentata, mi disse 'è l’ospite d’onore della tua vita da molti anni'. Quando ho voluto concretizzare una convivenza avevo due figli, ed ecco la crisi. Ero divisa tra lui e i figli, non avevo tempo per me. Non c’era parità, ne ho sofferto”.
Oggi?
“Non ho un compagno. Anche perché secondo me, nonostante stia tutto cambiando molto velocemente, esiste una figura discriminata e non prevista del decreto Zan, che è la donna sopra i 60 anni, di cui tranquillamente Dagospia può scrivere 'le carampane' o ' le vecchiacce'. Una sessantenne non è una merce sul mercato dell’amore. Ci avete allungato la vita ma dobbiamo fare trent’anni da vedove".
Si chiama ageismo.
“Io ho reagito, voglio tornare protagonista e durante la pandemia ho scritto un film e ora sto anche scrivendo il libro. Si chiama Lockdown love story, storia d’amore tra una ultrasessantenne e un musicista venticinquenne. Il mio film è un risarcimento per me e le coetanee esodate dall’amore. Un Pretty woman per sognare, che a volte è anche meglio di fare: all'apparir del vero; tu, misera, cadesti…. Ma ci facciamo un caffè? Una sigaretta. Spenga la registrazione un attimo, andiamo in cucina (pausa caffè)".
“Un format in Rai, sul bene tra le persone, l’ottimismo. Poi, due produttori musicali di New York metteranno su vinile il disco di Mia moglie una strega, Magic, che è un piccolo culto, sull’altro lato c'è una canzone che mi fece fare Malgioglio, Quale appuntamento. Tanti progetti, quindi. Ma anche la netta consapevolezza, adesso che si è così accorciata la dimensione davanti, che fatto salvo il rapporto coi figli e col mio nipotino, per quello che ho avuto io, potrei anche uscire di scena adesso. E anzi ho molta paura di invecchiare tanto, perché ho il terrore delle malattie e perché il mondo sta cambiando in un modo che non mi fa sentire a mio agio. Va di moda essere caratteriali. Si chiamava cattiva educazione”.
Il pubblico le vuole bene.
“Affetto allo stato puro: essere parte del loro immaginario e carnalmente delle loro vite. Mi onorano e se potessi fare solo Eleonora Giorgi dalla mattina alla sera sarei felice”.