Asghar Farhadi: "In Iran la rivolta continua. Non torneremo al buio"
di Arianna Finos , di Arianna FinosAsghar Farhadi, regista, sceneggiatore e produttore iraniano, una carriera internazionale che conta due Oscar (per Una separazione e Il cliente), e innumerevoli premi dai festival di tutto il mondo, sarà in Italia per partecipare a una masterclass (già sold out) al Museo del cinema di Torino e sarà premiato con La stella della Mole. Lunedì il cineasta sarà ospite a Torino di un evento organizzato dal direttore artistico del Museo, Domenice De Gaetano e dal presidente Enzo Ghigo. Farhadi introdurrà la proiezione del suo film Un eroe.
In Iran ci sono tanti giovani, donne e uomini, che continuano a scendere in piazza …
Asghar Farhadi, regista, sceneggiatore e produttore iraniano, una carriera internazionale che conta due Oscar (per Una separazione e Il cliente), e innumerevoli premi dai festival di tutto il mondo, sarà in Italia per partecipare a una masterclass (già sold out) al Museo del cinema di Torino e sarà premiato con La stella della Mole. Lunedì il cineasta sarà ospite a Torino di un evento organizzato dal direttore artistico del Museo, Domenice De Gaetano e dal presidente Enzo Ghigo. Farhadi introdurrà la proiezione del suo film Un eroe.
In Iran ci sono tanti giovani, donne e uomini, che continuano a scendere in piazza rischiando la propria vita per chiedere la propria libertà. Pensa che le cose stiano davvero cambiando nel suo Paese? Che gli altri Paesi del mondo stiano dando abbastanza attenzione a questa battaglia? L'attenzione mediatica le pare stia scendendo?
"Stanno accadendo cose importanti in questo periodo nel mio Paese. Nei primi giorni delle contestazioni ho visto con i miei occhi la forza e la determinazione dei giovani che aveva attirato tutti. Se dovessi sintetizzare in una frase quello che sta accadendo in modo che possa essere compreso da tutti, è lo slogan che gli uomini accanto alle donne, ripetevano tutti insieme: 'Donna, vita, libertà'. Queste tre parole contengono la grandezza di quello che sta accadendo. Di solito nelle altre rivolte politiche e sociali, sia nel mio Paese che nel resto del mondo, raramente negli slogan entra la parola 'vita'. Questa credo sia la prima volta che diventa il fulcro di una protesta. Dal mio punto di vista, la richiesta di avere libertà di scelta nella propria vita è l'aspetto più significativo di questa protesta. Che ognuno possa scegliere per sé, e non venga comandato da un potere centrale. Il fatto che ora ci siano meno notizie su questa rivolta non vuol dire che la rivolta è finita, è solo fuoco sotto la cenere. Quando una luce viene accesa, è difficile che ci si abitui di nuovo al buio. Oramai è una strada senza ritorno. Quando si raggiunge la consapevolezza di una cosa è difficile ritornare indietro, e io sono molto speranzoso in questo momento, mi riempie di orgoglio".
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I festival del mondo continuano a fare appelli e accendere riflettori su colleghi come Panahi e altri registi arrestati.
"Certamente questo aiuta. Questa è solidarietà umana, che parte dal buon senso. Sono felice che alcune persone abbiano trovato la modalità di far arrivare la voce di questa protesta nei festival e nel mondo della cultura".
In che famiglia è cresciuto lei? Quando è diventato consapevole del fatto che le donne della sua famiglia avevano diritti diversi? Che rapporto ha con sua madre e le sue figlie?
"Io e mia moglie Parisa abbiamo due figlie di nome Sarina e Saghar che sono i più grandi regali che abbiamo avuto della vita. Sono circondato da tre donne, e in maniera inconsapevole la loro presenza ha avuto molta influenza sulla mia vita. Questo lo si può vedere anche in modo indiretto nei miei film e nei miei scritti. Personalmente sono nato in una famiglia di medie condizioni nel 1972, secondo di quattro figli. Il rapporto affettivo tra noi fratelli è rimasto tale e quale, e una delle abitudini che abbiamo, è quella di riunirci ogni tanto nella vecchia casa paterna e ricordare i vecchi tempi e i ricordi d'infanzia che sono sempre più dolci. Il rapporto di noi fratelli con nostra madre ha un valore affettivo molto alto ed è un rapporto molto profondo. Siamo in contatto e ci parliamo molto. È una donna matura e profonda, e come tutte le madri, è preoccupata della sorte dei propri figli. Una delle più grandi fortune della mia vita è stata quella di avere intorno persone eccezionali, a iniziare da mia madre fino ad arrivare a mia moglie e le mie figlie. Io, come del resto tutti quelli che vivono in Iran, già dall'adolescenza mi accorgevo delle disuguaglianze che esistono nella società riguardo al ruolo della donna. Questo non è un aspetto nascosto della nostra società, chiunque la può osservare a occhio nudo, ma nei rapporti sociali e familiari, questo non voleva dire una presenza "passiva" da parte delle donne. Più aumentavano i dislivelli e le disuguaglianze, più le caricava di un'energia per superare queste diseguaglianze e mostrarsi più forti. Ho sempre accennato delle mie interviste sul fatto che, le donne presenti nella mia vita, da mia madre, mia moglie, fino alle collaboratrici e amiche, sono sempre state donne molto forti. La loro forza nel risolvere problemi e mandare avanti la vita, sarà sempre più forte di quella degli uomini. Anche nei miei film, i personaggi femminili sono sempre quelli che rischiano di più e che cercano un cambiamento, come per esempio il personaggio di Simin in Una separazione".
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A undici anni ha visto il suo primo film. E da lì è nato tutto.
"In quel periodo insieme a un mio coetaneo andammo in un'altra città lontana da casa nostra. Lì c'era un vecchio cinema. Quando abbiamo preso il biglietto e siamo entrati nella sala, il film era già iniziato e noi eravamo arrivati a metà. Mi ricordo che era un film straniero. Sulla via di ritorno, ed era anche un lungo percorso, con la mia fantasia cercavo di ricostruire la prima metà del film che non avevo visto. Questo gioco era molto piacevole per me. In modo inconsapevole e senza che io l'avessi deciso, questo esercizio ha continuato a occupare la mia mente. Oggi posso dire che forse è stato l'inizio della mia creatività nel raccontare per il cinema. Devo tutto alla prima metà di quel film che non ho mai visto e ancora oggi non sono riuscito a confrontare la mia fantasia con la realtà di quel film per vedere se avevano qualche somiglianza oppure no".
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Quali sono i suoi maestri iraniani?
"Guardando all'indietro posso dire che il più importante, e forse il più profondo, contributo alla mia formazione cinematografica l'ho avuto proprio dal cinema iraniano. Posso dire che sono stato molto fortunato che la mia infanzia, la mia giovinezza, e l'età adulta, siano coincise col periodo d'oro del cinema iraniano. Sia prima, che dopo la rivoluzione, sono stati realizzati film straordinari, è il mio più grande piacere è sempre stato quello di vedere e rivedere varie volte questi film, leggere le critiche e scoprire aspetti che mi erano sfuggiti alla prima visione. Sono stato molto influenzato dai grandi registi, alcuni dei quali molto noti anche all'estero, altri meno. Cineasti come Dariush Merjui, nel mio film Il cliente ho fatto riferimento a uno dei suoi film più famosi, La vacca: è un cineasta che ha influenzato non solo gli altri cineasti della sua generazione, ma anche quelli della generazione successiva ai quali appartengo io. Un altro cineasta che ha avuto una fortissima influenza su di me e ha contribuito alla mia formazione, è Bahram Beyzai, in Italia noto per il film Bashù, il piccolo straniero. Un drammaturgo, un ricercatore, cineasta e regista teatrale, che però ha realizzato dei film straordinari. Nella mia mente lui è un po' il nostro Kurosawa. Ancora oggi moltissimi giovani cineasti sono influenzati dai suoi scritti, dai suoi film e delle sue opere. Accanto a questi due cineasti, altri registi come a Abbas Kiarostami, Ebrahim Golestan, Ali Hatami, Massud Kimiai, Nasser Taghvai, Nosrat Karimi, e molti altri che in questo momento potrei dimenticare. Un dei motivi per cui l'influenza del cinema iraniano è stato maggiore su di me, dipende dal fatto che l'accesso ai film iraniani era più facile, mentre i film stranieri erano materia di contrabbando di videocassette".
Sta ancora pensando di girare un film nel Sud d'Italia? Di che si tratta?
"Un po' per il mio amore per il cinema italiano e soprattutto per la lingua italiana, ho sempre desiderato fare un tuffo nella cultura italiana. È un desiderio che viene dal cuore, ma per ora non è stato programmato nulla in tal senso. È un desiderio che ho sempre confessato agli amici che ho in Italia, e ho sempre detto loro che mi piacerebbe un giorno fare un film qui. Ci penso da moltissimo tempo, ho anche delle idee, ma non ho mai programmato seriamente. Spero nel futuro, chissà".
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Ha spesso detto che Iran e Italia hanno molto in comune. Cosa?
"Di questo me ne sono accorto vedendo i film del periodo d'oro del cinema italiano. Ho scoperto, oltre l'eccellente qualità cinematografica, quali sono gli aspetti che mi hanno sempre coinvolto nel cinema italiano, per i quali non ho mai avuto la sensazione di vedere un film estraneo da me. Vedendo i film italiani ho sempre avuto la sensazione di vedere personaggi e situazioni per me molto familiari. Secondo me questa comunanza è dovuta anche a una somiglianza sentimentale tra le nostre due culture. In altri aspetti sono due culture molto differenti: nello stile di vita, nelle problematiche sociali e politiche completamente differenti, ma da un punto di vista sentimentale, l'esperienza della visione dei film, e il mio rapporto con alcuni amici che ho in Italia, mi hanno portato alla convinzione che Paesi come l'Italia e la Spagna, sono molto vicini al vissuto di noi iraniani malgrado le differenze".
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Quanto l'ha influenzata il neorealismo e cosa le piace del cinema contemporaneo italiano?
"Il neorealismo ha influenzato il cinema mondiale, non solo me. Forse è la cinematografia che più di tutti ha maggiormente influenzato il cinema mondiale. Ci sono state anche altre cinematografie che hanno influenzato la storia del cinema, come il cinema giapponese, francese o il cinema americano, ma secondo me, la cinematografia più pura e profonda, è stata quella italiana. La cosa che mi ha maggiormente colpito durante il periodo d'oro del neorealismo è stato l'attenzione di questi film nei confronti delle persone semplici e della vita quotidiana, e di aver creato fascinazione con gli elementi più piccoli e inusuali, ma comprensibili degli spettatori di tutto il mondo, mentre nel nello stesso periodo, lo stesso tipo di fascinazione a Hollywood veniva creato con altri mezzi. Per esempio, già in Ladri di biciclette di De Sica, si può notare questa contrapposizione quando il personaggio principale come lavoro fa l'attacchino dei manifesti dei film americani. È vero che il cinema italiano è conosciuto come cinema 'neorealista', ma all'interno di questa cinematografia esistono varie correnti con differenze molto marcate. Per esempio, il cinema di Fellini è molto diverso da quello di Monicelli, anche se tutti e due raccontano gli esseri umani e le complicazioni delle loro relazioni. Quello che mi piace moltissimo nel cinema italiano, è il rispetto nei confronti dello spettatore e la cura del dettaglio con la quale vengono raccontate le storie, quasi una forma di miniatura pittorica. Una cosa che forse mancava nelle cinematografie di altri Paesi, magari molto più grandiosi, ma più vuoti. Il cinema italiano era pieno di sentimenti delicati e riconoscibili dallo spettatore. Io questa sensazione la provo anche oggi vedendo i film dei giovani registi dell'ultima generazione italiana. In ogni caso, grandi registi come Monicelli con la loro ironia presente in tutti i loro film e i finali spesso drammatici, per me è sempre un esempio meraviglioso e impressionante, una mistura di vita quotidiana, ironia, e dramma. Lo stesso vale per Visconti e Scola che mi hanno insegnato moltissimo, e il precursore di tutti, Roberto Rossellini".
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Che set ricorda con più emozione?
"Della realizzazione del film in Spagna ho bellissimi ricordi, così come dell'ultimo film Un eroe che ho girato nella città di Shiraz. Forse è stata la troupe più bella che ho mai avuto".
Cosa significava il cinema per lei quando ha iniziato e cosa significa oggi?
"Il cinema, per me che già dall'età di tredici anni ho iniziato a realizzarmi i primi Super8, fino a oggi, è la più grande fonte di energia per superare la routine quotidiana".
Quale film l'ha commossa e quale l'ha fatta ridere di più?
"Sono stati molti film, soprattutto della cinematografia iraniana, ma se dovessi citare un nome che anche voi conoscete, forse dovrei concentrarmi su La strada di Fellini. È un film che non riesco mai a dimenticare e ha avuto una forte influenza su di me. Un film, che in un primo mento mi ha fatto molto ridere, ma che poi dopo la risata, mi ha fatto molto pensare. Questo è successo anche con i film di Monicelli, che per me è un genio nel mischiare dramma e risate.
Quale pensiero la tiene sveglio la notte e quale la fa addormentare con il sorriso?
"Quando scrivo una sceneggiatura, capita spesso di trovarmi di fronte a dei nodi che non riesco a risolvere. Fino a notte tarda, sono lì che penso ripenso a come proseguire la storia, come trovare delle soluzioni. A volte arrivo alla conclusione che forse questa storia non ha la forza necessaria per andare avanti e l'indomani dovrei metterla da parte. Poi mi addormento e la mattina dopo improvvisamente trovo le soluzioni. Mi rendo conto che mentre dormivo, il mio cervello in realtà ha continuato a lavorare, e la mattina dopo mi presenta la soluzione. Quel giorno per me diventa un giorno miracoloso. Questo è capitato moltissime volte nella mia vita. Sono andata a dormire senza speranza e mi sono svegliato con una meravigliosa idea".
Nuovi progetti?
"Del prossimo progetto non posso parlarne molto dettagliatamente, perché sto ancora scrivendo. Le posso dire che è un anno che ci sto lavorando, e sarà un progetto che girerò fuori dall'Iran".
Qual è il suo luogo dell'anima?
"Il posto in cui sono nato e ho le mie radici".