'L'ombra di Stalin', la regista Agnieszka Holland: "Un film sui giornalisti che riscrivono la Storia seguendo la verità"
di Alessandra De Tommasi , di Alessandra De TommasiAgnieszka Holland aveva in mente un film storico, senza sapere di averne realizzato uno profetico. Si tratta del progetto L’ombra di Stalin, presentato al Festival di Berlino e in arrivo il 16 aprile su Sky e NOW. La regista polacca candidata dall’Oscar ha raccontato una storia vera del passato che ancora oggi porta a conseguenze estreme. Il giovane reporter gallese Gareth Jones (James Norton), uno che poi è passato alla storia per aver intervistato Hitler e aver ispirato La fattoria degli animali di George Orwell, arriva nell’Unione Sovietica degli anni 30 per raccontare Stalin. Ma gli basta poco per capire che il regime ha scatenato una carestia in Ucraina per soggiogare il popolo e ridurlo alla fame. La propaganda dell’epoca cerca di metterlo a tacere, ma lui non demorde, a rischio della vita.
A quasi 90 anni di distanza il conflitto tra Russia e Ucraina continua su altri livelli e questo biopic assume un’urgenza insperata. E la regista, nota p…
Agnieszka Holland aveva in mente un film storico, senza sapere di averne realizzato uno profetico. Si tratta del progetto L’ombra di Stalin, presentato al Festival di Berlino e in arrivo il 16 aprile su Sky e NOW. La regista polacca candidata dall’Oscar ha raccontato una storia vera del passato che ancora oggi porta a conseguenze estreme. Il giovane reporter gallese Gareth Jones (James Norton), uno che poi è passato alla storia per aver intervistato Hitler e aver ispirato La fattoria degli animali di George Orwell, arriva nell’Unione Sovietica degli anni 30 per raccontare Stalin. Ma gli basta poco per capire che il regime ha scatenato una carestia in Ucraina per soggiogare il popolo e ridurlo alla fame. La propaganda dell’epoca cerca di metterlo a tacere, ma lui non demorde, a rischio della vita.
A quasi 90 anni di distanza il conflitto tra Russia e Ucraina continua su altri livelli e questo biopic assume un’urgenza insperata. E la regista, nota per progetti del calibro di Europa Europa e Poeti dall’inferno (in cui ha anche diretto Leonardo DiCaprio) spiega le ragioni di questo racconto straziante e ancora attuale, che vede nel cast anche Vanessa Kirby.
Da dove nasce l’idea del film?
«Non è una di quelle situazioni studiate a tavolino. Sentivo però dentro di me di dover raccontare come il mondo fosse ancora in una situazione pericolosa. Per dieci anni ho cercato di scandagliare l’attualità in cerca di spunti da portare al cinema, ma ho capito una triste verità».
Quale?
«I temi sociali al cinema vengono portati solo in chiave distopica. Faccio un esempio: la crisi del comunismo non è mai stata parte del racconto alle coscienze mondiali, come invece è successo per l’Olocausto. Milioni di persone hanno patito le conseguenze del nazionalismo russo ma non se ne parla a fondo, invece i crimini del passato vanno raccontati perché non si ripetano».
Perché ha usato la chiave del giornalismo?
«Perché mi interrogo sullo stato in cui versa la stampa oggi e su quali motivazioni si muova. Ecco perché sui giornali lo spazio per la verità si rimpicciolisce, specialmente dopo l’avvento dei social media. Intanto il potere manipola l’informazione diffondendo fake news. Quello che ci serve invece è puntare sul giornalismo d’inchiesta».
Il film nasce dal suo spirito civico?
«Assolutamente. Dobbiamo fare qualcosa, altrimenti la democrazia muore. E sta già accadendo: ogni mese viene ucciso qualche giornalista. Diciamoci le cose come stanno: l’Europa è governata da politici che hanno paura della verità e cercano di sopravvivere senza il coraggio di combattere nuove battaglie. Ecco allora che la rabbia sociale dilaga facendo il gioco dei regimi autoritari che vogliono il crollo dell’Unione Europea».
Quale sprone serve per un reale cambiamento?
«Pensa alle proteste del 1968: quando arriva il momento giusto la gente si ribella ed esige cambiamenti, ma non si può pianificare in anticipo, motivo per cui non ho mai pensato di darmi alla politica, gli equilibri sono troppo fragili. Peraltro la politica quotidiana è più noiosa di dirigere un film. O una serie tv, come The Wire, per capirci, che riesce ad approfondire questioni importanti».
Cosa pensa del revisionismo storico?
«Tutti i regimi hanno manipolato la storia e in Polonia è in atto proprio ora una corrente revisionista, ma una società senza storia è cieca».
Nel film lei ha messo a nudo non solo i problemi ma anche gli attori, come Peter Sarsgaard. Com’è andata?
«Lui era perfettamente a suo agio con il proprio corpo, proprio come Walter Duranty, il suo personaggio. Amava le orge perché forse era l’unico modo di sentirsi libero in Russia, per contrastare il puritanesimo del regime».
La sua versione di Gareth Jones non si basa sui muscoli e sulle maniere forte. Per questo ha scelto James Norton?
«James ha un’onestà genuina e un carisma naturale, come Gareth, un brav’uomo, dalle buone maniere, educato, senza grilli radicali per la testa, brillante e un po’ nerd. La forza di entrambi è più sottile ma abbastanza evidente».
Ha scelto come protagonista uno dei candidati più papabili a diventare il prossimo James Bond. In effetti nel suo film è una specie di spia che lavora sotto copertura. È il suo modo di perorare la causa?
«007 non è il mio stile, ma per James Norton farei un’eccezione: sarebbe un James Bond perfetto».