'Mostro', l'aldilà secondo Koreeda: due bambini e un dialogo tra la vita e il suo "dopo"
di Alberto CrespiNon credete a chi vi dovesse raccontare che al 76esimo Festival di Cannes ci sono solo capolavori. Dopo due giorni di concorso, il livello è di una dignitosa medietà (non mediocrità!), diciamo intorno al 7 meno meno. E la media si innalza grazie al 7 e mezzo che ben volentieri si può assegnare a Mostro (il titolo giapponese è Kaibutsu, quello internazionale è Monster, ma perché non tradurlo?), il nuovo film del giapponese Hirokazu Koreeda già vincitore della Palma d’oro nel 2018 con l’ottimo Un affare di famiglia.
Questa trama, che potrebbe sembrare lineare, nel film è narrata in tre blocchi che vanno avanti e indietro nel tempo, tentando di raccontare la storia da vari punti di vista. Sembra che Koreeda voglia tentare l’impossibile: riproporre la struttura narrativa del celeberrimo Rashomon di Akira Kurosawa, ovvero uno dei capolavori della storia del cinema che dovrebbe essere proibito, per legge, imitare. Il risultato è che Mostro è molto affascinante ma altrettanto misterioso, con passaggi narrativi che richiedono un notevole sforzo ermeneutico anche allo spettatore più smaliziato. E l’ermeneutica – parola difficile che significa “interpretazione del testo”, e che usiamo per gioco – è, al cinema, una bruttissima bestia.
Mostro, regia di Hirokazu Koreeda
Voto: 3 stelle su 5