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Scorsese in Italia: "Bertolucci era un dio, avrei voluto essere lui. Con Fellini preparavamo l'ultimo film"
(ansa)

Scorsese in Italia: "Bertolucci era un dio, avrei voluto essere lui. Con Fellini preparavamo l'ultimo film"

Il maestro protagonista alla Casa del cinema di un incontro affollato, tanti aneddoti e la proiezione di 'Mean streets'

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"Il mio dio era Bertolucci, avrei voluto essere lui". E poi "l'ultimo documentario - sulle professioni del cinema - che avremmo dovuto girare con Fellini". Martin Scorsese a Roma porta il suo mondo e il suo cinema. Ieri il primo appuntamento con Carta bianca, selezione di film accoppiati a sua libera scelta e proiettati sia a Roma che a Bologna in due iniziative della Festa di Roma e della Cineteca di Bologna. Sullo schermo all'aperto dietro la Casa del cinema c'è stata la proiezione di Mean Street, preceduta da una conversazione con Gianluca Farinelli davanti a una folla di appassionati (che si erano presentati fin dal primo pomeriggio) nel teatro Ettore Scola, la grande arena all'aperto nel parco di villa borghese.
Il programma di Carta bianca è stato curato dal maestro e ospita cinque coppie di film. A un titolo della sua filmografia, Scorsese ha abbinato un'opera che è stata una sua fonte di ispirazione. Tra le coppie Il sorpasso di Dino Risi e Il colore dei soldi, Mean Street e Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci. 

'Prima della rivoluzione'
'Prima della rivoluzione' 

Risi, Bertolucci, Fellini

Scorsese ha spiegato l'abbinamento tra Il sorpasso e Il colore dei soldi: "Il film di Dino Risi è meraviglioso, bello e vivo. Tratta dei vecchi valori. Qui, ovviamente, c'è molta più vita rispetto al mio. Risi mette in discussione i grandi valori in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. E trattarli nei tempi attuali è prezioso". E poi Mean Street e Prima della rivoluzione: "Quando ho visto questo film avevo ventitrè anni. Mi ha ispirato profondamente, io volevo essere Bertolucci. Lo guardavo come se fosse una divinità. Volevo essere subito un regista e fare film come lui. E invece ci sono voluti anni. E grazie a Mean Street ho  trovato me stesso. Quando è uscito tutti andavano da mia mamma a chiedere cosa pensasse del film e lei rispondeva "a casa nostra nessuno ha mai usato tutte quelle parolacce". "È vero - ha ricordato Scorsese - non si usava quel linguaggio. L'ho preso dalla strada". Tra i registi che hanno influenzato scorsese c'è sicuramente Federico Fellini. "Prima l'ho conosciuto a un festival a Sorrento. Poi a Roma. Quando l'ho incontrato gli ho subito detto "in questi giorni sono andato a spasso per la città, maestro come ultime cose da fare ho tenuto lei e la visita alla Cappella Sistina". Fellini mi ha risposto "io ormai sono un monumento noioso", ha ricordato Scorsese. "Poi gli ho chiesto quale fosse il ristorante migliore di Roma e mi ha portato da Cesarina", ha aggiunto il regista che ha concluso con un ricordo inedito: "Io e Fellini volevamo fare un documentario sui mestieri del cinema, con il suo modo, alla Fellini, pieno di umorismo. Purtroppo è mancato e non lo abbiamo più fatto".

Il sorpasso
Il sorpasso 

Scorsese - che venerdì sarà a Bologna con la Cineteca, altro incontro con il pubblico - ha tenuto anche una lezione di cinema per gli studenti del Centro sperimentale, partendo dall'inizio della sua vicenda professionale e umana, dispensando consigli tecnici e sentimentali. Senza mai far mancare l'umorismo.

(ansa)

Tutto inizia con l'asma

"L’inizio è stata la malattia, l’asma nel 1946. I miei genitori venivano dalla working class, non c'era neanche un libro in casa e avevano paura che morissi di asma. Si sono spinti all'estremo opposto, mi hanno proibito di fare qualunque forma di esercizio fisico, niente che avesse a che fare con una palla, per non correre e ammalarmi. Nessuna crisi di riso, perché se ti diverti troppo non respiri. Non sapendo cosa altro fare mi portavano al cinema. Il primo impulso fu l'associazione tra mio padre e mia madre al cinema per me. Le storie che raccontavano, le immagini in movimento. Questo è stato il primo collegamento. E anche disegnare piccole immagini, che alla fine diventavano quella che oggi chiamiamo lo storyboard. L’unico modo per raccontare le storie erano immagini in movimento, non avevo una preparazione letteraria. Monologhi, storie raccontate dalla gente, agli angoli della strada. Storie di mia madre, di mio padre, umoristiche".

(reuters)

Strada, chiesa, casa, cinema

L’area in cui vivevo era un posto difficile, ci vivevano persone perbene dal sud Italia, ma c’era la malavita presente che soffocava la nostra quotidianità. Il mio mondo era fatto di strada, chiesa, casa, cinema. I film di Hollywood. Ma  nel 1949 avevamo comprato un televisore e il venerdì sera a New York per le famiglie italiane c’era un film italiano, con sottotitoli. Con nonni e genitori ho visto Paisà, Roma città aperta, Ladri di biciclette. Questi film, ma anche le pellicole di Hollywood, raccontavano per me entrambi la verità, in modo diverso.  Ma quelli con cui sentivo un legame viscerale erano quelli italiani. I film di Hollywood erano pieni di fantasia, immaginazione,  e c'era noir, Il grande caldo l’ho visto cinque volte. Alla fine dei ’50 ho capito che i film si potevano fare, ma non c’erano soldi e nessuna macchine da presa. Io disegnavo, anche i movimenti di macchina, almeno nella mia testa, studiavo tutto, angolazioni, campo totale, i tagli, il cinemascope. E poi c’era un prete, padre Principe, aveva 23 anni era il nostro mentore, ci dava da leggere Joyce, Baldwin. Ci diceva “non c’è solo questa vita qui, potete conoscere altro” e con i suoi suggerimenti è entrato un altro mondo, il nostro era piccino, come un piccolo paesino siciliano dell’Ottocento. Io vedevo questo prete come un esempio, ho deciso che volevo diventarlo, sono stato in seminario, ma mi hanno invitato ad andarmene. Ho imparato che non è che perché vuoi essere come qualcuno puoi farlo, serve una vocazione che a volte chiede un’intera vita".

'Mean Streets'
'Mean Streets' 

Saltare sulla nuova onda

"Ma sono stato fortunato: a fine anni 60 arrivava nuovo cinema da Italia e Francia, e c’era anche l’avanguardia di New York. Questo e l’arrivo di macchine da presa più leggere mi ha aperto la porta del cinema. E mi sono trovato alla New York University del ’60, molto diversa di oggi. Il dipartimento di cinema aveva trenta studenti in tutto. Usavamo vecchie macchine da presa della Seconda Guerra mondiale, lì c’è stato un altro mentore, un professore italo armeno che mi ha incoraggiato ad andare avanti.  E molti studenti venivano dalla Grecia, da loro ho imparato molto. Dopo tre anni ho girato il mio primo corto. Vivevamo in una casa di tre stanze, origliavo e la notte mamma nel letto diceva a papà che volevo fare cinema, “deve essere matto”. Ma allora c’era la possibilità di reinventare, fare film è diventato una ossessione. Ci ho provato nel ’65, nel ’66, era un incubo. Le tecniche le acquisivo, ma cosa avevo da dire? Ero ancora troppo giovane. Non conoscevo le cose della vita, c’è voluto tempo per arrivare a Mean Streets. Tutta la scena politica americana era diversa da quella sullo sfondo del cinema europeo, parlo di prima del Vietnam. L’avanguardia artistica era oltre, ma non avevo gli strumenti per comprendere quello che raccontavano. Fare Mean Streets è stata una battaglia per conoscere me stesso, chi ero, avere le capacità tecniche e anche i finanziamenti. Ho fatto montaggio per i concerti di Woodstock giorno e notte, ero uno dei montatori del film, sono arrivato in California come montatore, per film musicali nel 1970. Ma non sono potuto entrare nel sindacato montatori, erano due mondi a parte, New York e Los Angeles. Ho iniziato a lavorare con Roger Corman, ho potuto fare exploitation, un film trash elegante a basso costo, tipo Bonnie & Clyde, Boxcar, basato su una storia vera. Quell’esperienza di aver girato in 24 giorni, con Cassavetes che mi minacciava di non fare mai più nulla del genere, è diventato lo schema su come arrivare a fare il mio film”.

Gli studi, colpi di fulmine e innamoramenti tardivi

Studiare i maestri; Scorsese ha realizzato il suo Viaggio in Italia ."È un ottimo consiglio ancora oggi. Devi capire dove sei e come sei arrivato, l’evoluzione che ti ha portato dove è il mondo oggi. Per come è il mondo oggi non puoi vivere nel vuoto. Devi essere consapevole dei maestri veri e quelli che non lo sono. Studiare la struttura, la composizione, il colore o il non colore, linguaggio, letteratura, tutto ti aiuta a esprimerti a modo tuo. Non devi fare quel che fanno loro, impari solo per gettare via magari, e fai invece i tuoi errori che diventano la tua voce, e alla fine trovi che i maestri che hai respinto anni dopo li riscopri. Spesso avviene casualmente. Magari non eri pronto prima, i primi film di Ozu, ad esempio, non entravo in contatto. I primi film giapponesi che ho visto sono stati quelli di Ugetsu e Kurosawa, ero giovane per Ozu quando ho visto Tokyo Story, a livello sociale anche non mi connettevo a storie di famiglia e matrimonio nella borghesia, io non vengo in quel mondo e non lo capivo. Ora per me sono un bagno di purezza un lavaggio interiore. Stavamo scoprendo De Palma, Spielberg e c’era un atteggiamento snob verso altro cinema. Se non dicevi che amavi Ozu ti davano del barbaro. Unico che lo odiava e ha avuto coraggio di dirlo era De Palma. Guardando il film invece io, negli ultimi quattro minuti ho sentito una emozione profonda".

Scorsese spiega che ai suoi tempi studiare cinema era più facile, perchè tutto era più ristretto. "Negli anni Sessanta il cinema di Hollywood non era appassionante come quello francese e italiano. Fellini, Mastroianni e Antonioni, Vitti: in tutte le case anche operaie sapevano chi erano. Ma la storia del cinema allora aveva trent’anni, c'erano il cinema russo, inglese, francese, italiano, asiatica, e Dryer e Bergman dal mondo scandinavo.  Ti potevi vedere tutto di ogni regista. Oggi il cinema viene da ogni parte del mondo e siamo a centodieci anni. Come guidare i giovani nel grande mare? Seguite il gusto e abbiate la mente aperta. Il vecchio modo di andare il cinema finisce ma ce ne è uno nuovo. I vostri errori sono la vostra voce".


Non meritavo la colonna sonora

“È la forma d'arte più pura, una ispirazione, la musica. Da piccolo avevamo questi vecchi dischi, visualizzavo la musica, era una stimolazione all’immaginazione di un bambino. La musica attorno a me è stata importante, era sempre intorno a me, radio, dischi, juke box, non mi potevo permettere concerti. Era la colonna sonora della vita. Al terzo piano dalle scale vedevo la strada, musica swing in camera mischiata al rumore dal macellaio, a caccia di topi e mille altri mestieri e suoni nella mia camera. C'era la vita pulsante di un villaggio. Non pensavo che i miei film meritassero una colonna sonora, Morricone o Rota. Le inventavo io. Non pensavo che facessero parte di quel tipo di film, poi ho lavorato con i compositori".

'Cape fear'
'Cape fear' 

Rapporto con gli attori e con i personaggi. Quel toro scatenato di De Niro

"Con De Niro si parlava poco, mi conosceva da quando avevo sedici anni, il quartiere, le persone dei nostri film, se si fosse messo un cappello sapevo che era quello giusto, conosceva la gente, è in vita, ci parla ancora. È l’unico ancora in vita che sa da dove vengo. E anche con Taxi Driver il personaggio era di Schrader, sapevamo chi era il personaggio, solitudine, paranoia, isolamento, essere scartato, elemento che conoscevamo bene. E la rabbia che schiuma dentro la sentivamo, la conoscevamo. Non c’era da parlare. Abbiamo fatto un film velocissimamente. Ero convinto che nessuno sarebbe andato a vederlo, e De Niro doveva andare a girare Novecento. E con Toro scatenato abbiamo chiesto a Schrader di scrivere velocemente la sceneggiatura e lui ha detto fatene quel che diavolo vi pare, con la mia benedizione. De Niro mi ha portato su un’isola, detesto sabbia ed erba, a lui piace, li per due settimane abbiamo riscritto il film. E il lavoro era fatto. Anche perché io non dovevo salire sul ring a prendere le botte. Alla fine era venuta fuori una cosa magica. E questo è molto interessante per quanto riguarda la creazione del personaggio. Perché se uno conosce Jack La Motta, era una persona zen, ma tu sapevi che aveva vissuto tanto. Bob lo sentiva, ma dovevo trovare io il modo di raccontarlo. E non parlavamo di psicologia, andavamo direttamente al dialogo. E davo a lui, a Bob, la libertà, perchè aveva capito che tipo di film volevo fare".

Folla di fan per DiCaprio, sul red carpet con De Niro e Scorsese

E questo mi è successo con Daniel Day Lewis e ora con DiCaprio, interessato alle stesse domande sulla condizione umana, anche se ha trent’anni meno di me. Non ha paura di andare in certi posti, l’ho capito sul set di The Aviator.  E The Departed, durante le riprese abbiamo riscritto il personaggio in corso, un modo di lavorare che è poi esploso con Wolf of Wall street. Sei mesi fa Leo mi manda messaggio, forse aveva il Covid, era costretto a stare a casa e guardava film. Mi dice che ha scoperto un film stupendo: Tokyo Stories. "Lo conosci? È un capolavoro". Cenere e diamanti gliel’ho fatto vedere per The Departed, anche per lo stile rivoluzionario. Anche con Pacino, De Niro, Pesci sapevamo chi erano i personaggi, era una riunione di famiglia. Ma per l’ultimo film, Killers of the flowers moon abbiamo riscritto ogni giorno la sceneggiatura, perché la situazione che vivono i personaggi  era così unica, piena di contraddizioni e ambiguità, era importante anche un battere d’occhio, un movimento. E lo stesso era successo con Shutter Island con Ben Kingsley e Mark Ruffalo, sono personalità scisse, vari strati".
 

Un film su Gesù per rispondere al Papa

"Ho risposto all'appello che il Papa ha fatto agli artisti nell'unico modo che so: immaginando e scrivendo una sceneggiatura di un film su Gesù. E sto per cominciare a realizzarlo", ha detto al direttore di La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. Scorsese ha raccontato della sua ammirazione per l'immediatezza del Gesù de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, dell'esperienza e del significato de L'ultima tentazione di Cristo e dello step successivo nella sua ricerca sulla figura di Gesù rappresentato dalla realizzazione di Silence. Scorsese ha parlato della sua esperienza della Grazia e della Misericordia, e della presenza della violenza nella sua vita come nei suoi film, nei quali la spiritualità ricorre invari modi, da Toro scatenato a Mean Streets, Taxi Driver, Casinò, Kundun.