Spettacoli

Matteo Garrone: “Cerco di fare solo film vivi. Nel mio ‘Io, capitano’ racconto il viaggio dei migranti”

GRETA DE LAZZARIS
GRETA DE LAZZARIS 

Al Filming Italy Sardegna, il regista di ‘Dogman’ parla del suo nuovo film. E fa una proposta per valorizzare le sale: “Dovrebbero essere classificate con delle stelle come accade per altri esercizi commerciali”

3 minuti di lettura

CAGLIARI – “Federico Fellini diceva che non esistono film belli o brutti, esistono film vivi o morti. Io cerco di fare film vivi e questo nuovo spero lo sia”. Matteo Garrone, ospite al Filming Italy Sardegna, racconta la sua idea di cinema, senza anticipare troppo sul nuovo film, Io, capitano in predicato per la Mostra di Venezia e in sala il 7 settembre. “Posso dire poco, che sarà un film coerente, spero, con i temi che affronto nel mio cinema. Credo di avere avuto una coerenza aver fatto scelte che sentivo, e pur cambiando ogni volta genere credo che ci sia un filo conduttore che lega il mio percorso”.

'Io capitano', il nuovo film di Garrone nell'inferno della Libia

Quanto a Io, capitano il regista commenta: “Non posso dire molto, ma dalle prime immagini si capisce il tono, è il racconto di due ragazzi che attraversano l’Africa per arrivare qui”. Seydou e Moussa sono i giovani attori protagonisti del film, che Garrone ha scritto con Massimo Ceccherini, Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri. Il regista si dice felice del risultato “anche perché quando non lo sono torno a girare”. E’ questa una tecnica, fermare il montaggio per rigirare alcune scene che non lo convincono e riempiono “i buchi neri” nel montaggio, gli appartiene da sempre: “E’ successo con tutta la parte iniziale de L’Imbalsamatore, quasi cinquanta minuti rigirati. Ogni volta mi metto da parte un salvadanaio a cui attingere per tornare sul set, magari con una troupe più piccola”.

Capita anche se ha un’idea che condisera necessaria, “è successo mentre guidavo il motorino a Roma, che mi venisse un’idea e anche se il film era già stato scelto per la Quinzaine a Cannes, ho fatto lo stesso i cambiamenti”. Del resto il cinema l’ho capito grazie al montaggio e a Marco Spoletini, le prime riprese erano fatte male, le ho affinate col tempo. E’ fondamentale avere l’idea di cosa andrai a montare”.

Le sale e le stelle. Garrone ha una proposta per migliorare la scelta delle sale. “Un’idea che nasce dalla mia esperienza di spettatore. Come succede per altri settori, per i ristoranti, le sale dovrebbero essere differenziati in base alle stelle. Ci vorrebbe una commissione per decidere in base a criteri standard le sale che per grandezza dello schermo e qualità tecniche. Mi è capitato di comprare un biglietto ed essere deluso. Penso che lo spettatore voglia sapere in che sala va a vedere il film, spero sia di stimolo anche per gli esercenti che vogliano migliorare la fruizione. Spero che si torni a creare sale che possano restituire l’impatto visivo che avevamo una volta. In questo momento c’è una sorta di situazione per cui anche l’esercente bravo ha gli stessi risultati di quello che invece ce la mette tutta, e non è giusto. Così si perde il pubblico”.

Non conta solo la qualità della sala, ma anche quella dei film. "E’ vero, ma si fanno errori, anche in buona fede. Quando ho girato Dogman avevo un altro protagonista e un altro luogo, non dico l’attore, ma il luogo era un parcheggio di Casal Palocco. E poi ho capito poco prima del set, che avevo bisogno di tornare alla familiarità del Villaggio Coppola, e che l’attore giusto era Marcello Fonte. A volte hai la fortuna di accorgertene in tempo e cambiare rotta. Fa parte del rischio. Ci sono grandi cineasti che hanno fatto capolavori e poi perso l’ispirazione. Io sono dell’idea che qualunque regista abbia fatto, anche in passato, un bel film, andrebbe giustificato per tutti gli errori successivi”.

Ai ragazzi che incontra alla Masterclass spiega che “ho poco da insegnare, sono autodidatta, ho imparato molto dal montaggio, i primi girati erano da risistemare al montaggio con Spoletini, poi ho imparato. Bisogna andare sul set con le idee chiare di quel che ti serve al montaggio”. Ricorda “io mi metto al servizio dei ragazzi che incontro che vogliano imparare, ma non ho il consiglio che ti cambia la vita. Cerco di dire che bisogna trovare il proprio linguaggio, non omologarsi. E fare i conti con quel che hai. Io ho iniziato che si girava in pellicola, giravo con gli scarti di Nirvana di Gabriele Salvatores, prendevo quaranta, cinquanta metri avanzati al laboratorio. Facevo tutti ciak brevi. Oggi le riprese e il montaggio costa mano, se hai una idea buona la realizzi con poco. I giovani non hanno alibi”.

Nel suo nuovo film Nanni Moretti stigmatizza i film dei registi giovani che usano in modo strumentale la violenza. “La violenza non deve mai essere un fine ma un mezzo per raccontare una storia o un personaggio, entrare nei conflitti per raccontare le contraddizioni che il personaggio vive. Non mi interessa la violenza come fine o per avere appeal sul pubblico. Io ho lavorato o14 anni a Dogman perché non trovavo punti di contatto con il protagonista della storia vera, e allora mi sono allontanato dal fatto di cronaca. Ho cercato una chiave altra per trovare una partecipazione emotiva. Quando faccio un film devo amare i personaggi che racconto, anche se fanno scelte che disapprovo”

I commenti dei lettori