La premessa di questa intervista a Christopher Nolan è lo scarto temporale. Siamo a Parigi, l’11 luglio, hotel Le Bristol, in quello che si rivelerà uno degli ultimi incontri del regista, tre giorni prima della première londinese interrotta dallo sciopero degli attori di Hollywood. Quaranta giorni dopo Oppenheimer ha superato i 662 milioni di dollari ed esce nelle nostre sale il 23, con Universal. Al momento dell’incontro, però, Nolan non sa di avercela fatta, pallido come la camicia bianca a maniche lunghe che indossa nell’afosa mattinata parigina, Circondato dagli attori — Cillian Murphy, Robert Downey Jr, Emily Blunt, Matt Damon — confessa un nervosismo che rasenta il panico, «un film lo finisce il pubblico, è lui che ti dice cos’è. Ci sono passato già, ma non migliora mai».
Oppenheimer è un thriller sulla vita turbolenta del fisico teorico americano a capo del progetto Manhattan e sulle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki che hanno aperto una nuova era per l’uma…
La premessa di questa intervista a Christopher Nolan è lo scarto temporale. Siamo a Parigi, l’11 luglio, hotel Le Bristol, in quello che si rivelerà uno degli ultimi incontri del regista, tre giorni prima della première londinese interrotta dallo sciopero degli attori di Hollywood. Quaranta giorni dopo Oppenheimer ha superato i 662 milioni di dollari ed esce nelle nostre sale il 23, con Universal. Al momento dell’incontro, però, Nolan non sa di avercela fatta, pallido come la camicia bianca a maniche lunghe che indossa nell’afosa mattinata parigina, Circondato dagli attori — Cillian Murphy, Robert Downey Jr, Emily Blunt, Matt Damon — confessa un nervosismo che rasenta il panico, «un film lo finisce il pubblico, è lui che ti dice cos’è. Ci sono passato già, ma non migliora mai».
Oppenheimer è un thriller sulla vita turbolenta del fisico teorico americano a capo del progetto Manhattan e sulle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki che hanno aperto una nuova era per l’umanità. Affronta i temi della genialità, dell’arroganza e dell’errore, individuale e collettivo.
Perché un film su Oppenheimer?
«Faccio parte di una generazione cresciuta, negli anni 80, con la paura della bomba. Ma quando faccio un film scelgo: leggendo American Prometheus ho trovato la sua storia la più drammatica mai letta, che attraverso la vicenda di un individuo raccontava un’epoca in cui gli scienziati erano le persone più importanti, interrogati dalla politica, dalla cultura, e non era facile trovare risposte. La tensione che c’è tra il personale e l’universale è ciò che trovo davvero interessante. Oppenheimer è l’uomo che più ha cambiato il mondo, rendendolo quello in cui viviamo e in cui vivremo».
Oggi il mondo affronta una nuova rivoluzione scientifica e tecnologica con l’Intelligenza Artificiale.
«Nel corso della nostra vita emergono continuamente nuove tecnologie, accompagnate dalla paura delle conseguenze. Questo sentimento è anche figlio dell’esperienza con Oppenheimer, che ha incarnato la massima espressione della scienza e del progresso scientifico, intrinsecamente un sentimento positivo che però ha portato alla fine a conseguenze tragiche. Molti ricercatori di A.I. mi confessano di aver guardato a Oppenheimer per capire quale sia la loro responsabilità, come comportarsi. Molte delle questioni proposte sull’A.I. come il controllo internazionale di questa tecnologia, ricordano la battaglia di Oppenheimer, dopo Hiroshima e Nagasaki, per affidare a un corpo internazionale di scienziati il controllo dell’energia nucleare. Abbiamo visto ciò che gli è successo. La sua storia è importante per i ricercatore oggi, ma non offre risposte facili. È un ammonimento».
Il prometeo americano ha pagato un prezzo alto.
«Ha sottovalutato il fatto che l’establishment e le istituzioni assorbono e trasformano ogni sviluppo per i proprio scopi, più che guidare il mondo verso una nuova era utopica».
Oppenheimer ha sempre cercato di spingesi oltre i propri limiti. Lei?
«Il suo era un intelletto straordinario e unico. C’è un punto di contatto tra noi, relativamente superficiale, ma che mi è stato utile a capire il suo ruolo nel progetto Manhattan: Oppenheimer si è trovato a dirigere un progetto gigantesco, con un gruppo eterogeneo di talenti da tutto il mondo: somiglia al lavoro del regista».
Come sarebbe il mondo senza Oppenheimer e l’atomica?
«Impossibile dirlo. Quando si guarda alla sua eredità, bisogna pensare che lui l’ha vista come un’arma abbastanza potente da fermare le guerre mondiali. Avevano vissuto la prima, cercavano di porre fine alla seconda. C’è chi ritiene che in realtà una certa stabilità del mondo è stata raggiunta grazie all’esistenza di queste armi. Personalmente io non lo trovo così rassicurante. Ma questo dimostra che non ci sono risposte facili al dilemma di fronte alla scoperta di queste invenzioni e nel film si racconta il conflitto tra gli scienziati e l’establishment militare».
Si è parlato molto dell’esplosione atomica raffigurata nel film e del fatto che lei abbia scelto di non usare effetti digitali.
«È stata una cosa che ho deciso subito, perché gli effetti digitali sono talmente versatili che sono usati per tutti i tipi di cose straordinarie. E allora il pubblico si sente al sicuro, sono come animazioni, difficile percepirne il senso di minaccia. Così ho sfidato la mia squadra di effetti visivi e digitali a inventare cose analogiche del mondo reale, come fotografie, cose microscopiche che potevano diventare più grandi sullo schermo. Così hanno fatto per le esplosioni. Avevamo il filmato dell’evento reale a cui fare riferimento, sapevamo esattamente a cosa miravamo, ma dovevamo andare oltre l’apparenza. Dare al pubblico un assaggio di come sarebbe stato essere in quel bunker a guardare quello che accade. Abbiamo messo gli attori in ambienti reali, i bunker, le tende che si trovano nel deserto di notte e tutti i protocolli di sicurezza che sono stati testati, realizzato vere esplosioni usando tecniche della vecchia scuola».
Nel suo cinema ricorre il tema del tempo.
«Sono affascinato dal tempo, perché ci ho sempre vissuto dentro. Ma a parte questo, la struttura cronologica riguarda il modo migliore per risolvere una storia, in Dunkirk c’era un attacco massiccio da terra, mare e tutto il resto. Per riunire queste cose è stato necessario un approccio particolare alla cronologia. Per quel che riguarda Oppenheimer, non mi interessano i biopic e le loro convenzioni. L’idea per me è far fare al pubblico l’esperienza della vita di qualcuno, per farlo in poche ore devi adottare un approccio prismatico. Guardare i diversi aspetti di quella vita e confrontarli l’uno con l’altro, così da dare al pubblico la sensazione dello sviluppo di un individuo e delle sue esperienze. E poi la mia generazione di registi gode ora di maggiori libertà narrative rispetto alla precedente. Penso che l’influenza della televisione e dei film dagli anni 50 agli anni 80 abbia reso e mantenuto la narrazione semplice e lineare. I registi precedenti a quel periodo erano invece in grado di fare cose folli, di ogni genere, con la struttura, così come facevano romanzieri e drammaturghi. Oggi possiamo godere di nuovo di alcune di queste libertà con la crescita dei video: prima i dvd, ora lo streaming: questo ha allargato la possibilità di raggiungere un pubblico in un modo più denso e complicato. Perché a casa le persone possono fermare il film, rivederlo, ragionarci. E al cinema invece c’è una concentrazione meravigliosa da parte di un pubblico che può cogliere in modo facile e immediato anche strutture cronologiche più complesse».