Con Oppenheimer di Christopher Nolan il cinema potrebbe inaugurare una nuova fase sulla paura della bomba, che avvenimenti e minacce circolanti intorno alla guerra in Ucraina hanno riportato alla più macabra delle attualità. È certo che all’indomani delle bombe sganciate sul Giappone il cinema americano non si fece mancare i titoli sull’evento e le sue conseguenze, impegnandovi le star e i registi più quotati dell’epoca.
Già nel 1947 usciva La morte è discesa a Hiroshima, docu-drama di tono auto-assolutorio che si immaginava raccontato in prima persona dallo stesso Robert Oppenheimer. Il tema della bomba venne poi declinato in vari generi cinematografici: dal biopic Il prezzo del dovere (1952), dove Robert Taylor interpretava il colonnello Paul Tibbets, l’uomo che aveva sganciato il primo ordigno restandone traumatizzato, all’Ultima spiaggia (1959), mélo con Ava Gardner e Gregory Peck; dall’efficace dramma famigliare Il giorno dopo la fine del mondo (1962) diretto e interpretato da Ray Milland, al kolossal full-star Sette giorni a maggio (1962).
Mentre A prova di errore (1964) di Sidney Lumet agitava lo spettro del conflitto nucleare, il tema più sensibile per l’opinione pubblica di quegli anni, costringendo il Presidente americano Henry Fonda ad affrontare un’emergenza che avrebbe potuto scatenare la guerra totale con l’Unione Sovietica. E qui siamo già dalle parti del cinema apocalittico, che in varie forme approvvigionerà gli schermi per decenni a seguire con film come Ultimi bagliori di un crepuscolo (1977) e altri titoli basati sulla minaccia atomica, interpretati da divi e tutti più o meno simili tra loro.
Oppenheimer e la vera storia della nascita della bomba atomica - clip
L’unico a spiccare sulla folla – e a pieno merito – è Il dottor Stranamore (1964) di Stanley Kubrick, genialmente satirico fino dal sottotitolo “ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”. Dove i potenti da cui dipende la sopravvivenza dell’umanità sono rappresentati come un branco di imbecilli incompetenti o esaltati (il generale Ripper, che scaglia l’attacco contro l’Unione Sovietica, il dottor Stranamore, scienziato ex-nazista ora al servizio dell’America…) e dove un impareggiabile Peter Sellers si produce in una molteplicità di personaggi. Mitica la sequenza in sottofinale, quella in cui il pilota maggiore T.J. “King” Kong disincaglia il portello che tratteneva la bomba e scende sull’obiettivo a cavalcioni dell’ordigno, gridando di entusiasmo e agitando il cappello da cowboy come a un rodeo.
Tra i prodotti più notevoli del filone realizzati negli anni Sessanta è senz’altro da ricordare il “mockumentary”, The War Game (1965) dell’inglese Peter Watkins, che in cinquanta minuti rappresentava il preludio all’attacco nucleare del Regno Unito da parte dell’Unione Sovietica e che vinse l’Oscar come migliore (falso) documentario. Dopo una relativa pausa negli anni Settanta, dovuta a una certa saturazione e al clima mondiale relativamente più disteso, gli Ottanta si aprirono con un film che fece sensazione: The Day After – il giorno dopo (1983), produzione televisiva a basso costo ma che impressionò molto il pubblico mostrando le conseguenze di un conflitto nucleare. Su una linea non dissimile si collocava, lo stesso anno, Testament di Lynne Littman: un giorno ha inizio l’olocausto nucleare; e il film lo mostra dal punto di vista di una famigliola della città di Hamlin, condannata a fine certa dal propagarsi delle radiazioni.
Se fino a ora il fulcro drammatico era la minaccia, adesso il fungo atomico compariva direttamente sullo schermo. Più vicino al filone tradizionale L’ombra di mille soli (1989): Paul Newman vi interpretava un generale che, durante gli esperimenti del Progetto Manhattan per la realizzazione dell’atomica, opponeva la propria umanità alla freddezza scientifica di Robert Oppenheimer. Immagine appiattita e schematica dello scienziato, di cui il film di Nolan rappresenta un doveroso risarcimento.