Venezia — Viaggio fantadistopico al centro della Mostra. Sullo schermo, tra le istallazioni, nei dibattiti di autori e politici, i temi sono la paura dell’Apocalisse, la minaccia dell’Intelligenza Artificiale, il multiverso come fuga generazionale da un presente impossibile.
La prima tappa è l’isola del Lazzaretto, futuristicamente ribattezzata Venice Immersive Island. Qui la sfida con l’I.A. è una realtà. Si chiama Tulpamancer, progetto unico al mondo, installazione che chiede di condividere ricordi e sogni, immaginando futuri possibili che ti fa rivivere attraverso scene virtuali. «Più sei sincero, migliore sarà l’esperienza», avverte Marc Da Costa, uno dei creatori che si sono ispirati alla tulpa della teosofa Annie Bessant, radici nel buddismo tibetano e l’idea della manifestazione fisica del pensiero tramite la pratica spirituale. Sullo schermo di un computer fermo all’89, scivolano …
Venezia — Viaggio fantadistopico al centro della Mostra. Sullo schermo, tra le istallazioni, nei dibattiti di autori e politici, i temi sono la paura dell’Apocalisse, la minaccia dell’Intelligenza Artificiale, il multiverso come fuga generazionale da un presente impossibile.
La prima tappa è l’isola del Lazzaretto, futuristicamente ribattezzata Venice Immersive Island. Qui la sfida con l’I.A. è una realtà. Si chiama Tulpamancer, progetto unico al mondo, installazione che chiede di condividere ricordi e sogni, immaginando futuri possibili che ti fa rivivere attraverso scene virtuali. «Più sei sincero, migliore sarà l’esperienza», avverte Marc Da Costa, uno dei creatori che si sono ispirati alla tulpa della teosofa Annie Bessant, radici nel buddismo tibetano e l’idea della manifestazione fisica del pensiero tramite la pratica spirituale. Sullo schermo di un computer fermo all’89, scivolano in bianco e nero domande in inglese. Tulpa chiede di ricordi intimi, dell’infanzia, odori e sensazioni. Quando sei stato davvero felice, come immagini il momento in cui morirai. Pochi minuti dopo, con indosso il visore VR di realtà aumentata, sei già al centro di un mondo a 360 gradi fatto su misura. La stanzetta non somiglia a quella della tua infanzia, le vie intorno sono più San Francisco che Roma Sud. Non è così tanto intelligente, sorridi. Ma Tulpa dai dettagli intuisce le passioni e ti travolge con decine di biblioteche disegnate, scaffali traboccanti di volumi. Commoventi statue in legno, madri che abbracciano bimbi, l’isola in cui hai fatto il bagno con le tartarughe. Sono lì: la spiaggia, l’acqua, sei immersa. Giorni di un futuro passato. Non è attraverso la logica o la verosimiglianza che Tulpa ti seduce, il processo è (ancora) imperfetto. La sfida la vince quando risveglia l’inconscio, manipola le tue emozioni.
Questo è il grande tema e Bertrand Bonello lo affronta con La bestia (in concorso, poi in sala con IWonder), immaginando un futuro dominato dall’I.A.: «Come potete dirvi giusti, il 67 per cento di disoccupati nel mondo?», chiede alla entità senziente Léa Seydoux. È costretta, per lavorare, di depurare clinicamente il suo subconscio da emozioni sgradite, deve mettere ordine nelle sue vite passate, ritrova il grande amore Louis (George MacKay) e un presagio di catastrofe. «L’I.A. è un’opportunità per la ricerca medica, è una minaccia quando è più forte di te: in politica, nell’etica è un pericolo» ragiona Bonello, 54 anni. I temi del suo film sono la paura e l’amore in un multiverso di epoche che si intrecciano, 1910 («la luce prima della guerra»), 2014 («il mondo prima del MeToo»), il 2044 («una distopia vicina»). «I miei genitori mi hanno insegnato che domani sarebbe stato meglio di oggi, mio figlio pensa che domani sarà peggio», dice Bonello.
La fotografia generazionale e il tema del multiverso sono al centro anche dell’altro film in concorso, La teoria del tutto, di Timm Kröger (in Italia con Movies Ispired) girato in bianco e nero e in cinemascope. Ambientato durante un congresso di fisica nelle Alpi svizzere, 1962, coinvolge un giovane fisico in teorie rivoluzionarie di meccanica quantistica, una pianista di jazz che sembra averlo conosciuto e amato. Un groviglio di falsi ricordi, amori impossibili, complotti e un oscuro segreto nascosto sotto la montagna. «La mia idea del multiverso e del film — dice il regista tedesco — risale a tanti anni fa, Oggi è una costante di arte, cultura, cinema maistream (l’universo Marvel, l’Oscar a Everything everywhere all at once), dare una risposta è compito degli storici, la mia piccola teoria privata è che il multiverso è molto affascinante per la mia generazione, e perciò così onnipresente, perché le possibilità e le opzioni reali che ci sono aperte ora sembrano meno di quanto sarebbero state decenni fa. Ci sentiamo intrappolati dalla vita moderna, in un modo che è molto povero di trascendenza. Ha anche a che fare con il denaro, ovviamente, con il capitalismo. Siamo quasi chiusi nei nostri appartamenti. Il modo in cui vediamo il mondo è ora plasmato in gran parte dai media virtuali e da molte possibilità virtuali. Come se potessimo giocare con un computer e vivere la vita che vogliamo. Cosa che non possiamo fare nella realtà».
Non sfugge al pessimismo il giovane Kroger, rispetto all’I.A.: «Sono curioso, ma penso che sia la fine di ciò che chiamiamo umanità e arte umana e l’avvento di una nuova civiltà, che funzionerà a modo suo. Non sappiamo dove ci condurrà, magari a una catastrofe, di sicuro verso una nuova era che non comprendiamo. Sento che c’è un intero vecchio mondo di emozioni, arte e sentimenti che rischia di andare perduto per sempre. Sono pessimista sul fronte politico, sul cambiamento climatico, a questo pensiero capitalistico in fase avanzata. Abbiamo molte visioni per la fine del mondo, ma nessuna utopia per un mondo migliore che sta arrivando».
E mentre lo sciopero hollywoodiano, che risuona nell’assenza di molti attori, viene sostenuto dai nostri 100autori, la Wgi (Writers Guild Italia) ha sperimentato rischi e i benefici dell’I.A. in un confronto pratico tra lo sceneggiatore Vinicio Canton e un avanzato programma. Sul tema al Lido c’è un delizioso corto, Petit, un robottino innamorato a Parigi, in cui l’italiana Tecma ha usato l’intelligenza artificiale per ricostruire la capitale francese.