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Pietro Castellitto a Venezia con ‘Enea’. “La mia prima volta qui, gli spritz, la congestione e un Sokurov da dimenticare”

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Il più giovane dei registi in concorso presenta il film (nel quale recita anche papà Sergio) sul disagio giovanile e “sul desiderio di vivere”. E racconta i ricordi legati alla Mostra. In sala otto minuti di applausi
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Pietro Castellitto, 31 anni, è il più giovane dei registi in concorso, nell’anno in cui c’è il più giovane presidente di giuria nella storia della Mostra, Damien Chazelle, 38 anni. Dopo I predatori, premio alla sceneggiatura nella sezione Orizzonti nel 2020, ecco Enea (in sala il 25 gennaio con Vision, accolto con otto minuti applausi), racconto di una generazione che vive tra circoli lussuosi e spaccio, tra noia e ricerca d’emozioni, non lontana da quella del romanzo di debutto di Castellitto, Gli iperborei. Incontriamo il regista, e attore, al Lido, nella quiete di una villa sul lungomare: in sala il suo Enea ha ricevuto otto minuti di applausi. “Devo tutto a Venezia. La profezia dell’Armadillo, I predatori, Freaks out: oggetti che mi hanno lanciato come attore e regista sono stati battezzati qui”.

FABRICE DALL'ANESE, 2017 (ansa)

Ricordi surreali, tragicomici?

“Venni dopo il liceo, u…

Pietro Castellitto, 31 anni, è il più giovane dei registi in concorso, nell’anno in cui c’è il più giovane presidente di giuria nella storia della Mostra, Damien Chazelle, 38 anni. Dopo I predatori, premio alla sceneggiatura nella sezione Orizzonti nel 2020, ecco Enea (in sala il 25 gennaio con Vision, accolto con otto minuti applausi), racconto di una generazione che vive tra circoli lussuosi e spaccio, tra noia e ricerca d’emozioni, non lontana da quella del romanzo di debutto di Castellitto, Gli iperborei. Incontriamo il regista, e attore, al Lido, nella quiete di una villa sul lungomare: in sala il suo Enea ha ricevuto otto minuti di applausi. “Devo tutto a Venezia. La profezia dell’Armadillo, I predatori, Freaks out: oggetti che mi hanno lanciato come attore e regista sono stati battezzati qui”.

FABRICE DALL'ANESE, 2017 (ansa)

Ricordi surreali, tragicomici?

“Venni dopo il liceo, una dozzina di anni fa, giurato del Leoncino d’oro. Facevamo orari assurdi, prima di entrare a vedere il film di Aleksandr Sokurov che poi vinse il Leone d’oro, dopo qualche spritz entrai in proiezione ed ebbi una congestione. Ricordo che il film si apriva con l’immagine di un culo, poi mi sono addormentato, svegliato, uscito a prendere aria. Ogni volta che vedo un film di Sokurov ripenso alla morte sfiorata. E poi tanti ricordi di quando da piccolo accompagnavo papà al Des Bains, albergo romantico, decadente, legnoso. Erano pochi giorni molto attesi, l'ultima vacanza prima della scuola. Già il giorno dopo saliva la malinconia”.

Lei è nostalgico, un po’ come il suo film?

“I ricordi in me raggiungono livelli di nostalgia molto alti rispetto ai miei amici, per sopportarla sono spinto ad andare aventi, creare nuovi ricordi. Perché se resti fermo diventa insopportabile”.

Pietro Castellitto con il cast del film

 (afp)

‘I predatori’, tre anni fa, aveva la libertà del debutto.

“Un’opera prima è un salto nel buio, quando ti accorgi che il pubblico ride sulle tue stesse cose l’emozione è grande, scopri la corrispondenza tra la tua intimità e quella degli altri. Poi scopri che il film non è più tuo, la vita di un film la fanno i posteri”.

Il secondo film è quello in cui ti aspettano al varco.

“Ho cercato di essere disciplinato, non farmi ingolosire dalla voglia di fare a tutti i costi un nuovo film. Trovi l’idea, iniziano le fatiche quotidiane, la paura torna quando lo presenti, poi finalmente svanisce l’ansia di aver convissuto per tanto tempo con una cosa che è destinata a tutti”.

Che film è ‘Enea’?

“Un film sul desiderio di vivere. Il bisogno che muove le scelte dei personaggi è quello di sentire dentro di sé il movimento della vita. Per quanto le feste e i luoghi che frequenta e le ambizioni di Enea possano sembrare elitarie, il suo desiderio di fondo è trasversale, riguarda tanti giovani di qualsiasi città, quartiere. Enea cerca la vita a tutti i costi: poi ci sono persone che fanno alcuni incontri, nascono nella parte fortunata della società e come vocazione trovano il cinema, altri ne trovano di più compromettenti. Il desiderio di fondo è simile, per quanto frequenti mondi corrotti, quel vitalismo di Enea è incorruttibile".

Castellitto con Benedetta Porcaroli

 (reuters)

Nel film c’è il confronto generazionale: i genitori pensavano che il futuro sarebbe stato migliore, i ragazzi di oggi no.

“Il disagio profondo dei giovani che abitano il film, e dei giovani in generale, nasce dal fatto che siamo in un contesto antitetico alla rinascita, alla possibilità di creare. Cresciamo in questo sistema di valori rigido che diventa paralizzante. I valori sembrano i migliori del mondo, ma stai male non riesci ad avere una vita piena, all'altezza delle tue ambizioni. Così sei quasi costretto a inventarti una guerra per sentirti vivo. E’ ciò che fanno giovani del film. Gli adulti dicono che i giovani hanno il futuro incerto, magari lo fosse, spesso invece è certissimo, ed è questa la tragedia. Immaginate la libertà che potevano avere le generazioni che uscivano dalle guerre. I valori dei giovani del mio film stanno formando e a volte possono sembrare del tutto amorali, per sentirsi vivi preferiscono questo, perché nell’altro mondo non c’è spazio per l’amore vero”.

La Roma di Enea?

“Sulla carta la si definisce la Roma bene, ma è una scelta narrativa, perché poi paradossalmente è in ambienti agiati che prolifera la paralisi. Il paradosso tragico dell'esistenza è che la vita la senti meglio in guerra. Roma Nord diventa una metafora della paralisi spirituale”.

Quanto l’ha paragonata al Vietnam c’è stata un’apocalisse di commenti.

“Era una battuta, l’avessi detta in video si sarebbe colto. Dalla vicenda ho imparato che le masse sono incomprensibili”.

Perché non ha voluto suo padre Sergio nel primo film e perché invece l’ha voluto in questo.

“Anche se il protagonista fosse stato uguale a mio padre, nel primo film non lo avrei preso. Ci ho messo talmente tanto a farlo e montarlo da solo, perché vanificare tutto dando la possibilità agli altri di dire che lo avevo fatto perché c’era lui? Volevo provare a darmi questo cantuccio di libertà assoluta. Questo film si muove su una temperatura ironica particolare che sapevo mio padre avrebbe intercettato perfettamente, anche dal punto di vista del disagio emotivo del personaggio. Però scappavo da questa cosa. Ho riflettuto, visto un altro attore. E ho capito che non potevo più scappare”.

Sergio Castellitto, alla sua prima volta in un film del figlio

 (reuters)

Sergio dice che lei è già un regista migliore di lui, come attore ancora no.

“Sono d'accordo. Chi sono io per contraddirlo?”

E poi c’è suo fratello Cesare. Anche lui vuole fare il cinema?

“Non che io sappia. Quando gli ho chiesto di fare il provino lui mi ha detto no, ma senza mandarmi a quel paese come sempre. Ho capito che c’erano i margini per convincerlo. A tavola una sera, con lui e mia sorella Maria, abbiano iniziato a provare una scena, lui improvvisava, in tre minuti ho capito che aveva la faccia tosta e l'intelligenza per fare questo mestiere a quell'età. Con lo spirito anarchico. Poi l'ho visto sul set acquisire una tecnica, la consapevolezza dell'esecuzione, lo sguardo da primo piano. Ma mai retorico. Mi ha stupito. Nel film ho cercato di ricreare il momento in cui la venerazione che i fratelli piccoli hanno per i maggiori inizia a scemare”.

Parliamo delle scelte visive di ‘Enea’.

“Nei film sintetizzi un mondo in un contenitore che deve essere diverso da quello che vai raccontando: è l’atmosfera del film. Forzando alcuni elementi racconti aspetti che non sono così presenti in quel mondo, ma lo descrivono. Perciò il film è contaminato da elementi esotici: le palme, gli aerei. La cosa importante è che l'atmosfera, la gabbia invisibile in cui si muovono i personaggi, funzioni, sia credibile. Allora lo spettatore accetta il trucco: i charter che dispensano cocaina come pioggia, le palme che crollano in giardino. Puoi circondarti dei consulenti più bravi, essere più verosimile possibile, ma se manca l’atmosfera il film non è incisivo e allora il trucco non lo accetti”.

La musica, a partire da ‘Spiagge’ di Renato Zero in più versioni.

“Sono un fan di Renato Zero. Spiagge è una canzone bellissima sulla giovinezza, sui corpi. E si prestava anche molto bene a essere storpiata”.

Il rapporto con Giorgio Quarzo Guarascio, il cantautore Tutti Fenomeni, che interpreta il suo migliore amico?

“È nata un’amicizia. Nel mio cinema di personaggi gli attori sono fondamentali, devono sentirsi protetti per avere il coraggio di essere fragili. Spesso è più importante la chiacchierata durante il caffè prima del provino, È importante scegliere attori che hanno filtrato l'esperienza della vita in maniera personale. Capita di incontrare persone che non hanno fatto questo processo, che sono abitate da una rabbia che non sembra neanche la loro, come ventriloqui, si indignano per le stesse cose. Io ho avuto la fortuna di lavorare con persone che avevano la vita dentro”.

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