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La Mostra ce l’ha fatta: il pubblico ha premiato il cinema senza divi

Più 9% di biglietti rispetto all’anno scorso, sale e red carpet pieni. In pole per il Leone Lanthimos e Hamaguchi
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Venezia —L’immagine di Venezia 80 è la graziosa Frankenstein Emma Stone che muove i primi passi, aggraziati e sbilenchi, verso la vita. La camminata diventa sfrenata, il taglio del traguardo è travolgente. Risate ed emancipazione femminile che scànsati Barbie. L’innamoramento collettivo a un festival è cosa rara e preziosa. È successo, per capirci, con Amour di Michael Haneke, Parasite di Bong Joon-ho, La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro. È quasi impossibile imbattersi in qualcuno — critica e pubblico — cui non sia piaciuto Povere creature. Chi sono Damien Chazelle (che la Stone la volle in La La Land) e i colleghi di giuria per rovinare la festa?

A pochi titoli dal gran finale, la rassegna ce l’ha fatta. Almeno secondo i numeri parziali. Al quinto giorno 35.500 biglietti venduti al pubblico, più 9 per cento sul 2022, 114.851 ingressi totali, più 18 per cento. «L’assenza dei divi di Hollywood che ci aveva fatto temere, non pare aver influito sulla partecipazione popolare. Sale sempre piene, gente in giro fino a tardi, tappeto rosso affollato». Rispetto alla pandemia lo sciopero SAG-AFTRA è una passeggiata ma si è sentita, eccome, la mancanza, non solo per la passerella ma per dire il loro pensiero, di Bradley Cooper, Emma Stone, Zendaya, Carey Mulligan, Michael Fassbender, Penélope Cruz. Anche perché Venezia ha legato da tempo parte del successo internazionale all’essere un ponte verso gli Oscar.

(ansa)

Il bollettino rapido dei partecipanti registra pochi disagi: l’ingorgo alla prenotazione del biglietto elettronico, l’ansia di accaparrarselo con conseguente opzione biglietto casuale in posti che fanno rimpiangere lo streaming a casa tua, la temperatura glaciale che ha reso il film sui sopravvissuti sulle Ande — La società della neve — un’esperienza interattiva. Il capitolo italiano: sei film in concorso sono troppi? Sì. Tra le altre cose, finiscono per allontanare l’attenzione dei critici internazionali (come i troppi tedeschi alla Berlinale e i troppi francesi a Cannes). Nell’insieme sono andati bene, c’è uno scarto tra il giudizio nostro e quello straniero.

(reuters)

Guardando alla classifica dei critici del Daily alla Mostra, e non solo, Adagio è considerato un buon film di genere, si è fatto notare Enea del 31enne Castellitto, è piaciuto Io capitano di Matteo Garrone, che sul tema profughi se la deve vedere con il potente Green border di Agnieszka Holland. Salvo sorprese non infrequenti, la corsa per il Leone vede in pole Yorgos Lanthimos di Povere creature e il giapponese Ry?suke Hamaguchi con Il male non esiste. Punte di eccellenza che hanno messo in risalto l’inadeguatezza di altri, non pochi, titoli del concorso.

Fuori gara, apprezzati, Hitman di Richard Linklater, sul finto killer che arresta potenziali mandanti, il poetico Day of the fight di Jack Huston, girato in bianco e nero. Scelta, anche alternata al colore, adottata in molti film: Green border, Maestro, La teoria del tutto, Povere creature. E una nuova generazione di cinefili, attori e registi, uno per tutti: Alain Parroni e il suo bel racconto generazionale Una sterminata domenica.

L’annuario delle polemiche annota quella di Pierfrancesco Favino sugli italiani nei ruoli di italiani — lo spunto: il Ferrari di Adam Driver — posizione che invitava forse l’industria a fare sistema senza subire troppo il potere delle major ma si è allargata diventando altro. Woody Allen non si è accorto — a volte l’età è una benedizione — del gruppetto di attiviste che lo contestavano all’anteprima di Colpo di fortuna. Sono sfilate folle di politici: Salvini, Sangiuliano, Renzi e persino Sarkozy, caccia isterica alla mezza dichiarazione politica atta a sviare, ancora una volta, l’attenzione dai film. Sotto la superficie social di rapper senza mutande e influencer vari c’è stato un mondo di visioni e discussioni, famiglie allargate, razzismo, diversità, natura. Per dirla con Roberto Cicutto, presidente uscente della Biennale: «La Mostra è un posto vivo, umano, reale. All’Intelligenza artificiale, utile in molti ambiti, non possiamo permettere di uccidere quel poco di divino che c’è in ognuno di noi».

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