Allora, a che festa andiamo? Per gli stakanovisti del party la Mostra non finisce più
dal nostro inviato Carmine SavianoUna scena del film 'Les creatures', di Agnes Varda, con Michel Piccoli e Catherine Deneuve
«Prima del vaporetto andiamo a vedere Les créatures, no?». «Ma uno spritz, invece?». Pochi secondi di riflessione, poi la giovane coppia che sosta nel primissimo pomeriggio all’esterno della Sala Corinto dove c’è il classico di Agnès Varda esce dall’impasse. Destinazione spritz, ovviamente. E al Lido, dove l’aperitivo è permanente, non dovranno fare più di qualche metro. Con trolley al seguito, stipati negli autobus, in lunga e cigolante fila indiana o a maledire il servizio taxi “che non risponde, ma che modi sono?”, ci si prepara al controesodo. E per chi, in fondo, non ne può più — “ma cosa vuole le dica…Tutto bello eh! Ma voglio tornare a casa mia, mi serve Milano” — c’è chi si appresta a fare i conti con la tristezza composta modello fine-estate, come la versione femminile di Cheyenne, lo Sean Penn di This must be the place di Sorrentino, che insensibile ai “forza, forza” del servizio di imbarco attraversa lentamente l’ultimo pezzo di terra guardandosi intorno prima di dire arriv…
«Prima del vaporetto andiamo a vedere Les créatures, no?». «Ma uno spritz, invece?». Pochi secondi di riflessione, poi la giovane coppia che sosta nel primissimo pomeriggio all’esterno della Sala Corinto dove c’è il classico di Agnès Varda esce dall’impasse. Destinazione spritz, ovviamente. E al Lido, dove l’aperitivo è permanente, non dovranno fare più di qualche metro. Con trolley al seguito, stipati negli autobus, in lunga e cigolante fila indiana o a maledire il servizio taxi “che non risponde, ma che modi sono?”, ci si prepara al controesodo. E per chi, in fondo, non ne può più — “ma cosa vuole le dica…Tutto bello eh! Ma voglio tornare a casa mia, mi serve Milano” — c’è chi si appresta a fare i conti con la tristezza composta modello fine-estate, come la versione femminile di Cheyenne, lo Sean Penn di This must be the place di Sorrentino, che insensibile ai “forza, forza” del servizio di imbarco attraversa lentamente l’ultimo pezzo di terra guardandosi intorno prima di dire arrivederci alla Laguna. “Forza, forza!”.
Il Lido si svuota ma non del tutto. Perché qui il demone del right to party è sempre all’opera. Nella ricerca dell’ultima festa ci si mettono un po’ tutti, anche chi non lo da a vedere, anche chi mette le mani avanti con un “ma quelle belle sono finite, forse c’è qualcosa dopo la premiazione finale”. Festeggiare, l’imperativo categorico. Forse espresso con termini non proprio tecnici ma efficaci dai quattro ragazzi che “stasera dobbiamo scassare”, ovvero fare di tutto per consegnarsi alla Storia. E le feste le cercano anche gli stakanovisti: “Magari incontriamo qualcuno per farci un po’ di k”, dove il kappa è l’unità di misura dei profitti in base 1000 euro.
«Che noia però, passano tutto il tempo a farsi selfie e fotografie. Ma dico io, se devi ballare, balla!» sentenziava Stefano Bonaga, quasi affranto, mentre su una piccola terrazza in riva al mare, scortato da Pif, parlava di isocrazia e del Pd, di Totò e metafisica. Oggi, in riva allo stesso mare, mentre l’aperitivo permanente continua attraversato da un mantra: — “Allora? A che festa andiamo?” — arriva un suggerimento portato da La Nuova di Venezia e Mestre. Eccola la festa: quella per i 100 anni Attilio Maguolo detto Toni, prigioniero nella ex Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Che con la generosità dei saggi svela il segreto della sua longevità: “Vivo solo, allevo canarini, canto e ballo”. Ecco, non sarà meglio la solitudine? Forse, ma di sicuro al Lido si pensa alla notte che arriva e non ai prossimi decenni. Perché il demone del right to party è sempre lì a lavorare operoso.