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Matteo Garrone: “I migranti sono persone, non numeri. La mia visione per dare loro una voce”

Incontro con l’autore che a Venezia ha ricevuto il premio per la migliore regia per ‘Io capitano’
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VENEZIA — Smoking impeccabile e riccioli indomabili, Matteo Garrone ha in mano il Leone d’argento alla regia e al fianco Seydou Sarr, il giovane senegalese premiato con il Mastroianni: «La purezza della sua interpretazione arriva al cuore — racconta il regista all’uscita dal Palazzo del Cinema — lui e Moustafa Fall sono eroi contemporanei. Con la loro tridimensionalità, umanità e spiritualità, sono il cuore della storia».

Questo premio è importante per aiutare il film in sala.

«Sicuramente avvicinerà ancor di più il pubblico. Sono felice, orgoglioso di averlo fatto. Mai come in questo caso si può parlare di un film corale, collettivo. Non sono africano e mi sono aggrappato a vissuti e racconti di chi quel viaggio lo ha fatto. Ho cercato di essere un intermediario, mettendo al servizio di questa storia la mia visione, dando voce a chi spesso non ne ha».

(reuters)

“Io capitano” racconta il viaggio dei …

VENEZIA — Smoking impeccabile e riccioli indomabili, Matteo Garrone ha in mano il Leone d’argento alla regia e al fianco Seydou Sarr, il giovane senegalese premiato con il Mastroianni: «La purezza della sua interpretazione arriva al cuore — racconta il regista all’uscita dal Palazzo del Cinema — lui e Moustafa Fall sono eroi contemporanei. Con la loro tridimensionalità, umanità e spiritualità, sono il cuore della storia».

Questo premio è importante per aiutare il film in sala.

«Sicuramente avvicinerà ancor di più il pubblico. Sono felice, orgoglioso di averlo fatto. Mai come in questo caso si può parlare di un film corale, collettivo. Non sono africano e mi sono aggrappato a vissuti e racconti di chi quel viaggio lo ha fatto. Ho cercato di essere un intermediario, mettendo al servizio di questa storia la mia visione, dando voce a chi spesso non ne ha».

(reuters)

“Io capitano” racconta il viaggio dei migranti ma da una angolazione diversa.

«Sì, una sorta di controcampo rispetto alle immagini che siamo abituati a vedere: le barche che arrivano nel Mediterraneo, a volte i migranti vengono salvati a volte no, il rituale conto dei morti. Con gli anni ci siamo abituati a immaginarli come numeri, non più come persone. Questo film mette la macchina da presa in un punto che dall’Africa guarda verso l’Europa. E prova a raccontare il loro viaggio, l’avventura. Perché in fondo sono loro gli unici portatori di una vera epica contemporanea, la loro è una sorta di odissea, è importante raccontare la storia dal loro punto di vista e far vivere quel viaggio in prima persona allo spettatore, con momenti di euforia e disperazione».

Il film ha momenti di fiaba e altri di crudo dramma. Con uno stile visionario.

«Cercavamo un racconto in cui la fiaba si fondesse con la verità necessaria al rispetto di chi ha vissuto questi orrori in prima persona e anche di chi non ce l’ha fatta. Da questo punto di vista mi ricorda certe atmosfere, a volte di Gomorra, come tipo di sguardo. Però al tempo stesso cerco un’astrazione fiabesca che mi rimanda all’ultimo che ho fatto, a Pinocchio. Ho avuto la sensazione che questi due filoni, due mondi, si fondessero. Quindi il film è raccontato con realismo, però c’è anche un’astrazione, direi un realismo magico. Sul set mi sono trovato in scene che mi sembrava di aver già vissuto. In fondo l’idea del protagonista che fugge di nascosto dai genitori alla volta del paese dei balocchi e nel viaggio scopre la violenza del mondo è alla base della fiaba di Collodi».

'Io capitano', il nuovo film di Garrone nell'inferno della Libia

Com’è stata la sua esperienza in Africa?

«Ho vissuto i primi mesi in Senegal durante la preparazione del film. È stato come ritornare indietro in un’epoca che ho vissuto, ho immaginato una Napoli del dopoguerra, quindi una povertà molto dignitosa, una grande vitalità».

I due ragazzi partono non per disperazione, ma per trovare nuove opportunità.

«La globalizzazione è arrivata forte anche lì, come succede a tutti noi, hanno il desderio di viaggiare, andare in quell’Occidente che sembra carico di ricchezze. Solo che loro devono rischiare la vita. E questo lo sentono come un’ingiustizia di fondo a cui non sanno dare una risposta».

Sul palco ha voluto ricordare le vittime del terremoto in Marocco.

«È una coincidenza terribile. Alla immane tragedia dei profughi, 25 mila le vittime, se ne somma ora un’altra. Era per me importante ricordarlo».

“Io capitano” cambia lo sguardo verso chi arriva. Ci rende più accoglienti. È un film, da questo punto di vista, politico?

«Dovrebbe chiederlo a chi lo vede. Non è tra i miei obiettivi cambiare lo sguardo del prossimo. Io racconto, faccio vivere i personaggi sullo schermo e faccio in modo che lo spettatore possa identificarsi con loro. Poi ognuno deciderà secondo la propria coscienza».

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