Un verdetto ecumenico, ma si poteva fare di meglio
di Alberto CrespiLa giuria poteva fare due scelte, entrambe parziali: una scelta “civile”, premiando film che narrano la contemporaneità, affrontano temi forti e politicamente divisivi; o una scelta cinefila, andando su pellicole che giocano con i generi, creando gli ibridi oggi sempre più di moda. Ha fatto una cosa a metà, distribuendo i premi in modo quasi ecumenico.
Ma siccome il premio più importante è comunque il Leone d’oro, Povere creature è un Leone non molto dissimile da quelli andati, negli ultimi anni, a La forma dell’acqua, a Joker, a Nomadland. Premi a un cinema-cinema fin troppo autoreferenziale. Yorgos Lanthimos è il primo greco a vincere il Leone, ma ormai è di fatto un cineasta internazionale: dopo gli esordi in patria ha cominciato a girare film in inglese fin da The Lobster, nel 2015.
Nessun suo film ci sembra un capolavoro, a esser generosi, ma Povere creature è se non altro pieno di humour, gioca finemente con…
La giuria poteva fare due scelte, entrambe parziali: una scelta “civile”, premiando film che narrano la contemporaneità, affrontano temi forti e politicamente divisivi; o una scelta cinefila, andando su pellicole che giocano con i generi, creando gli ibridi oggi sempre più di moda. Ha fatto una cosa a metà, distribuendo i premi in modo quasi ecumenico.
Ma siccome il premio più importante è comunque il Leone d’oro, Povere creature è un Leone non molto dissimile da quelli andati, negli ultimi anni, a La forma dell’acqua, a Joker, a Nomadland. Premi a un cinema-cinema fin troppo autoreferenziale. Yorgos Lanthimos è il primo greco a vincere il Leone, ma ormai è di fatto un cineasta internazionale: dopo gli esordi in patria ha cominciato a girare film in inglese fin da The Lobster, nel 2015.
Nessun suo film ci sembra un capolavoro, a esser generosi, ma Povere creature è se non altro pieno di humour, gioca finemente con gli stereotipi degli horror “alla” Frankenstein e propone un’idea di eros al femminile paradossale, spiazzante, sanamente provocatoria. Mettiamola così: è un Leone divertente. Per quanto riguarda la storia del cinema, è da parecchi anni che sembra essere piuttosto disinteressata ai premi veneziani: ma se ne riparlerà fra qualche decennio, chi ci sarà, chi ne avrà voglia.
Agnieszka Holland avrebbe potuto essere la quarta donna di fila a vincere il Leone: si accontenta del Premio Speciale dell’ottantesima edizione, o per meglio dire abbozza, perché la sua faccia sul palco era più chiara di qualunque parola.
L’Italia rientra nei giochi grazie a Io, capitano di Matteo Garrone: in fondo, per motivi sia etici sia estetici, era l’unico dei sei film italiani in lizza (troppi!) a poter far breccia negli occhi e nel cuore di una giuria internazionale. Va detto che le premiazioni a Green Border (Holland) e a Io, capitano (Garrone) sono state un momento emozionante, che ha idealmente rotto le pareti del Palazzo del cinema facendo entrare la realtà; e bene ha fatto Garrone a far salire sul palco con sé i due ragazzi protagonisti, Seydou Sarr e Moustapha Fall, e a ricordare la tragedia del terremoto in Marocco, paese dove è stata girata tutta la parte del film ambientata in Libia.
Resta il mistero su alcuni altri premi, in primis il Gran Premio della Giuria (secondo premio del palmarès) al delicato ma fin troppo criptico Il male non esiste del giapponese Ryusuke Hamaguchi. Si poteva far meglio. Tutta la Mostra, forse, poteva far meglio. Ma si dice che il meglio è nemico del bene, per cui, bene così.