Caleb Landry Jones: “Attore nonostante i tanti no, mi ha spinto l’inconsapevolezza”
Caleb Landry Jones è così convinto — a ragione — di essere unico che si dispiacerebbe dell’accostamento pur lusinghiero a Joaquin Phoenix. Però il confronto, per talento e temperamento, rende l’idea. Anche se fisicamente sono molto diversi: l’attore del Missouri, 33 anni, ha capelli rossi, incarnato lattiginoso e occhi azzurri di fuoco. Dopo il Prix d’interprétation masculine vinto a Cannes l’anno scorso con il pluriomicida di Nitram, ha sfiorato la Coppa Volpi a Venezia con Dogman di Luc Besson, un incrocio tra La carica dei 101 e Joker (ancora Phoenix, sì), che sarà in sala con Lucky Red dal 12 ottobre. Il suo protagonista è la cosa migliore: un ragazzino che il padre psicopatico e violento fa crescere in gabbia con i cani, da adulto ha perso l’uso delle gambe e vive ai margini della legge grazie ai furti della sua banda di umanissime bestiole e alle esibizioni canore in versione Edith Piaf o Marlene Dietrich in un locale di drag queen.
Parla con l’accento scozzese per via del n…
Caleb Landry Jones è così convinto — a ragione — di essere unico che si dispiacerebbe dell’accostamento pur lusinghiero a Joaquin Phoenix. Però il confronto, per talento e temperamento, rende l’idea. Anche se fisicamente sono molto diversi: l’attore del Missouri, 33 anni, ha capelli rossi, incarnato lattiginoso e occhi azzurri di fuoco. Dopo il Prix d’interprétation masculine vinto a Cannes l’anno scorso con il pluriomicida di Nitram, ha sfiorato la Coppa Volpi a Venezia con Dogman di Luc Besson, un incrocio tra La carica dei 101 e Joker (ancora Phoenix, sì), che sarà in sala con Lucky Red dal 12 ottobre. Il suo protagonista è la cosa migliore: un ragazzino che il padre psicopatico e violento fa crescere in gabbia con i cani, da adulto ha perso l’uso delle gambe e vive ai margini della legge grazie ai furti della sua banda di umanissime bestiole e alle esibizioni canore in versione Edith Piaf o Marlene Dietrich in un locale di drag queen.
Parla con l’accento scozzese per via del nuovo film?
«Sì. Giro in Scozia Harvest di Athina Rachel Tsangari (prodotto da Ken Loach, ndr) e tengo l’accento perché temo di perderlo, non sono bravo in queste cose. Non le dispiace vero?».
Il suo Douglas è affamato d’amore, lo trova in un branco di creature emarginate come lui.
«Un personaggio complesso e difficile, a volte spariva dietro Edith Piaf o Marlene Dietrich. C’è voluto un lungo viaggio per arrivarci, fatto un po’ con Luc e un po’ nella solitudine del mio albergo. Spero funzioni».
Com’è stato lavorare con 70 cani?
«Facile. A volte non lo è recitare con attori che pianificano ogni sguardo e gesto. I cani e i bambini vivono davvero il momento, tolgono ogni preconcetto, un cane arriva e ti lecca la faccia. E tu non sai che fare, sei sorpreso e da qui nascono i momenti onesti, speciali. E poi c’è Besson: dirige, fa la fotografia, è maestro di recitazione, con lui è tutto fluido».
Quando s’è innamorato del set?
«Ho iniziato a 16 anni, con i fratelli Coen (Non è un paese per vecchi, ndr). Dopo pensavo che non sarebbe potuto capitare nulla di così bello, un film perfetto, anche se io ero terribile. Prima c’era stata qualche serie tv. Mi ha folgorato un’intervista di Bob Dylan che raccontava del brano It’s alright, ma (I’m only bleeding) che non sapeva come fosse arrivato, l’aveva scritto di getto. E io capivo quella sensazione, perché anch’io faccio musica. Ascoltandolo ho pensato che fosse ora o mai più. Guardavo i film di Hoffman, Nicholson, De Niro, Lon Chaney. E qualcosa dentro di me, l’ignoranza, mi diceva che anch’io potevo trasmettere quelle emozioni, anche se non sapevo come. Mi colpiva James Dean, con il suo modo sensuale di giocare con uomini e donne, cosa che lo rendeva molto fisico. E ho iniziato a guardare Buñuel, Fellini, Godard, Bergman Kurosawa. Volevo fare il regista, pensavo di poter realizzare Napoleon di Kubrick quando avevo 26 anni. Mi sbagliavo. Ma nella recitazione ho capito che potevo fare la differenza. Sul set di L’ultimo esorcismo ho provato qualcosa di molto diverso, e ogni volta che osavo, la cosa diventava più interessante. L’ignoranza mi ha spinto a Los Angeles, convinto di avere dentro qualcosa da condividere».
È stato rifiutato alla Juilliard School.
«È stato uno dei tanti no, grazie no».
Cosa l’ha fatta andare avanti?
«L’inconsapevolezza. Credevo in qualcosa ed ero convinto che tutti gli altri avessero torto. Che si fottano tutti, gliela farò vedere… era quella la mia mentalità a vent’anni».
E oggi?
«Non so ancora cosa sto facendo. Ho più fiducia in me stesso. Ma cerco di mantenere quella spavalderia. Il primo giorno di X-Men — L’inizio mi sono svegliato da un sogno in cui l’angelo mi diceva: perderai tutto e lavorerai da matti per riaverlo. Era il primo giorno di riprese, ero nervoso. Ma c’era qualcosa che mi diceva: fai quello che senti, fidati del tuo istinto e non smettere mai di farlo. Anche se ti sgridano, continua: se fallisci e non troverai mai un altro lavoro, almeno saprai che lo hai ascoltato. Penso di averlo conservato, sono stato fortunato a lavorare con registi che quell’istinto lo vedono e lo seguono. Sei bravo solo quando le opportunità ti vengono date».
Lei è anche musicista.
«Suono musica da quando ero bambino in chiesa, con i miei amici abbiamo messo su una band. Ho sempre composto musica. Mia madre scrive musica, sono cresciuto vedendola mettere i suoi sentimenti nel pianoforte e ho visto l’effetto su di lei, stare meglio, lasciarsi andare, farsi trasportare altrove. Lo provo anch’ io, la musica è uno spazio senza regole. Sei al fianco di tutti coloro che hanno già fatto musica. Non sarò mai Mozart, o Miles Davis, ma lì dentro c’è il mio spazio di libertà e di espressione. Quel che ho trovato nel cinema sono gli altri: una famiglia, una squadra, una band in cui tutti sono importanti e se uno è debole lo siamo tutti. Negli anni il mio amore per il cinema si è evoluto, ed ora è un’ossessione bellissima».