Te l’avevo detto, opera seconda di Ginevra Elkann porta alla Festa una Roma appena più distopica di quella degli ultimi giorni. Una città bollente dentro la quale si muove un’umanità smarrita e dolente, personaggi costretti a fare i conti con le proprie dipendenze — l’alcol, l’ossessione per la fede o per il cibo, la chirurgia estetica. Tra momenti dolorosi, grotteschi e buffi, si intrecciano le vite di una pornostar al tramonto (Valeria Golino), una fanatica religiosa (Valeria Bruni Tedeschi), due fratelli (Danny Huston e Greta Scacchi) che si ritrovano, una madre alcolizzata (Alba Rohrwacher) che vuol riprendersi figlio e marito (Riccardo Scamarcio).
Com’è nata l’idea del film?
«Volevo inserire un gruppo di personaggi in una situazione più grande e capirne le reazioni. Come in Magari, il mio primo film, la storia nasce dal mio interesse un po’ psicanalitico nel guardare dentro le persone che soffrono. Guardare a quest…
Te l’avevo detto, opera seconda di Ginevra Elkann porta alla Festa una Roma appena più distopica di quella degli ultimi giorni. Una città bollente dentro la quale si muove un’umanità smarrita e dolente, personaggi costretti a fare i conti con le proprie dipendenze — l’alcol, l’ossessione per la fede o per il cibo, la chirurgia estetica. Tra momenti dolorosi, grotteschi e buffi, si intrecciano le vite di una pornostar al tramonto (Valeria Golino), una fanatica religiosa (Valeria Bruni Tedeschi), due fratelli (Danny Huston e Greta Scacchi) che si ritrovano, una madre alcolizzata (Alba Rohrwacher) che vuol riprendersi figlio e marito (Riccardo Scamarcio).
Com’è nata l’idea del film?
«Volevo inserire un gruppo di personaggi in una situazione più grande e capirne le reazioni. Come in Magari, il mio primo film, la storia nasce dal mio interesse un po’ psicanalitico nel guardare dentro le persone che soffrono. Guardare a questi dolori, capirli, dare loro una voce. Senza mai giudicare. I miei personaggi sono deboli ma capaci di prendere decisioni forti. Chi ha vissuto ai margini, o in difficoltà, chi ha sbagliato e sofferto ha spesso uno sguardo sul mondo che è più largo e accogliente».
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Dal dolore si fugge, si impara a conviverci, lo si sublima nell’arte.
«Ci sono tanti modi per affrontarlo. È una cosa che conosco bene, e in fondo il mio cinema è il racconto di una bambina che sfugge al dolore andando nella sua immaginazione. A periodi alterni della vita ho cercato di colmare questo vuoto, questo dolore, in vari modi. È una sensazione che riconosco, questa fuga, ma poi arriva un momento in cui sei costretta a guardare davvero il dolore, lo accetti e diventa parte di te. In qualche modo ti riempie, non lo fuggi più».
Quando ha capito che il cinema era la sua strada?
«Già a 14 anni sapevo di voler fare questo lavoro. E alla famiglia è stato ovvio. Da bambina andavo spesso in sala, con mia madre e mio padre. Ho visto presto Bette Davis, Lubitsch, Platoon e Apocalypse Now. Ho sviluppato la mia idea su cosa fosse bello o brutto in un film e nonno Gianni (Agnelli, ndr) si interessava ai miei giudizi, si è instaurata questa conversazione. Ho iniziato presto a lavorare sui set».
Ha aspettato molto per dirigere.
«Avevo paura del confronto. Di ciò che avrebbero detto gli altri. Di tante cose. Poi è arrivato il momento e quando mi sono trovata sul set, dopo aver fatto tanti mestieri del cinema, ho capito che quello era il mio posto. Con il cinema ho trovato una voce, un linguaggio, il poter essere me stessa, senza filtri».
I film che l’hanno segnata?
«Mi hanno visivamente marcato film come Happy together o In the mood for love, che vidi a Parigi, uscii dalla sala e rientrai per rivederlo. Autori come Kiarostami, Ozu. Ma anche Pretty Woman, visto mille volte. Lo spettro delle cose amo è largo».
Il titolo, Te l’avevo detto. Lei sente il giudizio degli altri?
«È una frase che spesso fa piacere dire come è irritante riceverla. Entrambe le cose fanno parte della natura umana. Ho sempre vissuto con tanti sensi di colpa, atavici. Amo chi non ha giudizi da dare, chi è libero».
Nel film c’è un pianeta morente.
«C’è un parallelo tra la dipendenza personale — sei un alcolizzato, sai che ti fa male ma non riesci e smettere di bere — e quella che ci porta al consumo infinito che minaccia il Pianeta. Hai caldo e accendi l’aria condizionata, anche se il clima atroce dipende anche da quello. Ci vuole consapevolezza, certo, ma non credo che l’umanità sia capace di cambiare e lo vediamo adesso nella terribile situazione in cui siamo. Non ho così tanta speranza. Ma poiché stiamo facendo dei grandi progressi scientifici spero che arrivino da lì i modi per preservare questo Pianeta».
La guerra in Medio Oriente?
«Mi crea moltissima rabbia. Questa è una guerra che uccide dei civili, dei bambini. Perché ci sono delle persone che decidono di farsi la guerra e quindi che tutto il resto non conta? Dov’è la coscienza di queste persone? Cosa c’è di più importante della pace? C’è un perpetuare dei gesti di violenza, da entrambe le parti, che è il frutto di tutto il peggio dell’umanità. Un peggio che c’è e non se ne andrà, perché noi uomini siamo ripetitivi. Forse dopo questo orrore ci comporteremo un po’ meglio. Però poi ci tranquillizzeremo e torneremo a comportarci nello stesso modo».
Lei ha vissuto molto all’estero, da tempo si è fermata in Italia.
«Sono italiana, lo sono i miei genitori, ma sono cresciuta all’estero. Come un immigrato la mia idea dell’Italia era quella raccontata dai miei genitori. Solo venendo a vivere qui ho capito che cosa veramente fosse questo Paese. Mi manca una parte di cultura con cui non sono cresciuta. Penso che sia un bene per me vivere e fare crescere i miei figli qui, Roma è un luogo di bellezza e cultura, in cui anche nei peggiori momenti c’è sempre lo spazio per un pizzico di leggerezza, qualcosa ti fa ridere, che ti allevia».