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Kasia Smutniak, il suo viaggio nel passato per capire il presente delle frontiere d’Europa

Esordio alla regia per l’attrice che in ‘Mur’ racconta il passato e il presente della Polonia, suo paese d’origine
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Chi ha fatto, nelle ultime settimane, facili ironie sulle attrici italiane che si danno alla regia (non ne sono mancati anche nella nostra categoria: critici, giornalisti, “opinionisti”…) sarà forse costretto a rimangiarsele. È la tendenza del cinema italiano del 2023, e dopo il buon esordio di Micaela Ramazzotti (Felicità) visto a Venezia, alla Festa di Roma sono già passati due film che in modo diverso regalano uno sguardo potente sulla storia e sull’attualità.

C’è ancora domani di Paola Cortellesi, del quale vi abbiamo già riferito, rievoca i giorni del ’46 quando le donne ebbero il diritto di voto e contribuirono alla vittoria della repubblica nel referendum del 2 giugno, ma parla anche di un tema tragicamente attuale come la violenza domestica sulle donne. Mur, di Kasia Smutniak, è invece un documentario su uno dei confini tragici dell’Europa di oggi: quello fra Polonia e Bielorussia. Per una giusta coincidenza, Mur è per molti versi il contraltare di Green Border, il film di Agn…

Chi ha fatto, nelle ultime settimane, facili ironie sulle attrici italiane che si danno alla regia (non ne sono mancati anche nella nostra categoria: critici, giornalisti, “opinionisti”…) sarà forse costretto a rimangiarsele. È la tendenza del cinema italiano del 2023, e dopo il buon esordio di Micaela Ramazzotti (Felicità) visto a Venezia, alla Festa di Roma sono già passati due film che in modo diverso regalano uno sguardo potente sulla storia e sull’attualità.

C’è ancora domani di Paola Cortellesi, del quale vi abbiamo già riferito, rievoca i giorni del ’46 quando le donne ebbero il diritto di voto e contribuirono alla vittoria della repubblica nel referendum del 2 giugno, ma parla anche di un tema tragicamente attuale come la violenza domestica sulle donne. Mur, di Kasia Smutniak, è invece un documentario su uno dei confini tragici dell’Europa di oggi: quello fra Polonia e Bielorussia. Per una giusta coincidenza, Mur è per molti versi il contraltare di Green Border, il film di Agnieszka Holland visto in concorso a Venezia: Holland racconta quei luoghi, e quei drammi, con i mezzi della fiction, pur narrata attraverso un bianco e nero (come il film di Paola Cortellesi…) che dà un tono crudamente realistico alle vicende: il suo è un film-film, molto classico nell’impianto, ma politicamente dirompente tanto che il governo polacco pre-elezioni l’ha duramente attaccato e l’industria cinematografica polacca non se l’è sentita di candidarlo all’Oscar per il film straniero, dove sarebbe stato un ovvio favorito. Smutniak gira invece in digitale, a colori, con l’ausilio delle tecnologie “leggere” (videocamere a mano e telefoni cellulari) che oggi rendono possibile realizzare un documentario in (quasi) qualsiasi condizione, anche le più estreme.

(agf)

Kasia Smutniak è a tutti gli effetti, dal 1998, un’attrice italiana. Vive in Italia, recita in italiano, interpreta ruoli italiani. Ma è nata a Pila, in Polonia, e curiosamente è figlia di un generale dell’aviazione: viene, insomma, da una famiglia di militari. Il dato non è banale. Innanzi tutto, quando la vediamo sorvolare il confine polacco-bielorusso a bordo di un aliante, dovremmo ricordare che vola da quando ha 16 anni e ha il brevetto di pilota. Inoltre, Mur non è solo una ricognizione giornalistica sulla “zona rossa” al confine fra i due paesi, dove i migranti provenienti dalla Bielorussia vengono trattati dall’esercito polacco come carne da cannone e merce da scambio. È anche un viaggio della regista nel suo passato, un modo di incontrare i parenti rimasti in Polonia (alcuni dei quali vivono a Zamosc, una città quasi al confine con l’Ucraina, altra frontiera “calda” per motivi diversi). Le scene con il padre, i nonni, i cugini sono toccanti e divertenti: raccontano l’altra faccia della medaglia, quello che potremmo definire il “fronte interno”: persone della classe media che vivono dignitosamente, consapevoli – ma anche impotenti – di fronte ai drammi che avvengono appena fuori la soglia di casa.

Naturalmente il cuore drammatico del film sono i due viaggi che Kasia Smutniak compie nella zona rossa, accompagnata dall’altrettanto eroica operatrice Marella Bombini: prima in auto con due volontari che cercano di aiutare i migranti che si nascondo nella foresta; poi in bicicletta, e a piedi, con un altro volontario che la accompagna alla ricerca di questo fantomatico muro che i polacchi (nella primavera del 2022, quando il film è stato girato) stanno costruendo in gran segreto lungo il confine. Sono scene ansiogene e drammatiche, in cui i percorsi dei volontari si interrompono di continuo davanti ai check-point dell’esercito e della polizia, e ogni volta è una scommessa drammatica, con il rischio costante di essere arrestati. La paura si trasforma poi nel proprio contrario quando Kasia, forse grazie ai contatti paterni (il padre, come si diceva, è un generale in pensione), riesce ad arrivare al confine in modo “embedded”, accompagnata da una donna soldato molto gentile che le mostra il muro e le descrive, con malcelato orgoglio, i dettagli tecnici dell’opera in costruzione (“Cinque metri di sbarre di metallo, e sopra queste cinquanta centimetri di filo spinato, per un’altezza complessiva di cinque metri e mezzo… telecamere dovunque e sensori per evitare che ci passino sotto scavando dei tunnel…”).

Kasia Smutniak ha raccontato il presente e il passato del proprio paese mettendosi in gioco con encomiabile coraggio. Perché ci mostra “dal vero” i luoghi e i drammi che Agnieszka Holland ci ha raccontato. Il film, in questo autunno del 2023, si chiude con una nota di speranza del tutto “esterna” ad esso: le elezioni in Polonia hanno decretato la vittoria delle opposizioni al regime fascistoide di Andrzej Duda. Quel muro, prima o poi, cadrà. E Kasia Smutniak sarà la prima a esultare.

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