✕

Franco Nero e Vanessa Redgrave

 

Franco Nero: “Non c’è vita senza Vanessa, il nostro amore è un film. Ho frequentato Sinatra e amato William Holden. Spielberg mi ha soffiato La lista di Schindler”

Ascolta l'audio

La relazione, da più di mezzo secolo, con l’attrice britannica, i set con i maestri italiani, l’amicizia con le star internazionali, gli aneddoti, i momenti incredibili. Intervista con il divo che da “Django” in poi non ha mai smesso di collezionare ricordi
8 minuti di lettura

“Con Vanessa ci siamo conosciuti nel ’66, la nostra storia dura da 57 anni. Ed è una storia strana. Come ha detto lei in tv, abbiamo avuto momenti fantastici e qualcuno brutto. Ma la maggior parte fantastici”. Franco Nero è di passaggio nella sua casa romana, tra un set e un altro, “sono da poco tornato dal Brasile, poi tre giorni a Palermo per un set, oggi qui, tra due giorni riparto. Come mia nonna ho un’indole gitana, mi piace il viaggio e sono tanto curioso”. È quasi a disagio per la grande commozione suscitata in tv dal videomessaggio che Vanessa Redgrave gli ha fatto avere, una grande dichiarazione di amore. “che vuole che le dica, il nostro rapporto sembra il copione di un film”.

In che senso?

“In genere ci si conosce, ci si sposa, si hanno figli, poi ci si lascia ed è finita, si divorzia. Noi no. Abbiamo lasciato che questa storia andasse avanti. Anche i figli, sulla spinta dei nostri nipotini, hanno voluto tutt…

“Con Vanessa ci siamo conosciuti nel ’66, la nostra storia dura da 57 anni. Ed è una storia strana. Come ha detto lei in tv, abbiamo avuto momenti fantastici e qualcuno brutto. Ma la maggior parte fantastici”. Franco Nero è di passaggio nella sua casa romana, tra un set e un altro, “sono da poco tornato dal Brasile, poi tre giorni a Palermo per un set, oggi qui, tra due giorni riparto. Come mia nonna ho un’indole gitana, mi piace il viaggio e sono tanto curioso”. È quasi a disagio per la grande commozione suscitata in tv dal videomessaggio che Vanessa Redgrave gli ha fatto avere, una grande dichiarazione di amore. “che vuole che le dica, il nostro rapporto sembra il copione di un film”.

In che senso?

“In genere ci si conosce, ci si sposa, si hanno figli, poi ci si lascia ed è finita, si divorzia. Noi no. Abbiamo lasciato che questa storia andasse avanti. Anche i figli, sulla spinta dei nostri nipotini, hanno voluto tutti che tornassimo ancora insieme. Con Vanessa ho vissuto i momenti più belli e più terribili della nostra vita, come ha detto lei. Il più bello è stata la nascita di nostro figlio Carlo, i più drammatici quando ha perso il nostro secondo figlio, fu un dolore immenso. E quando è morta Natasha. Non posso immaginare una vita senza Vanessa”.

Il segreto di un rapporto così longevo?

“La stima è la cosa principale. Vanessa è una donna difficile, molto difficile ma è da ammirare perché da una vita combatte per i diritti umani. Ci siamo incontrati anche su quello. Sono tante le cose che ci hanno legato, perciò va bene”.

Impegno e romanticismo si legano benissimo.

"Un anno ci avevano invitato a leggere de testi nella cattedrale di Saint Paul a New York. Nel frattempo, era fine anno, ci avevano invitato a un festival a Capri. Io l’ho convinta, era vicino a casa. Non l’avessi mai fatto. C’erano delle cose che a lei non sono piaciute e dopo un giorno mi ha detto ‘possiamo andarcene via?’. Era il 31 dicembre. E dove andiamo? Chiedo. E lei: a Tivoli, al villaggio. Ho chiamato, siamo andati e abbiamo trascorso una serata favolosa con i ragazzi e don Benedetto, abbiamo visto i fuochi d’artificio, ballato il valzer. È stato indimenticabile. Le cose semplici sono le migliori”.

Il set a Palermo era quello di Schnabel, La mano di Dante, dal romanzo di Nick Tosches?

“Sì, un cameo ma per un genio. Mi ha chiamato e titubavo, ma poi ho detto di sì, ci sono tante star, Al Pacino, Martin Scorsese, Gerard Butler. Io interpreto un mafioso che conosce i segreti di Dante. Arrivano gli americani, Oscar Isaacs e Gerard Butler, e mi fanno fuori per prendere il manoscritto legato a Dante”.

Una scena de 'Il pentito', 1985, regia di Pasquale Squitieri

 

Lei vive tra Roma e Londra, la sua carriera ha sempre oscillato tra Hollywood e l’Italia. Ha girato oltre 250 film. C’è qualcosa che si è pentito di aver fatto e qualche no clamoroso che ha detto?

“La carriera è fatta di fortuna. Devi essere al punto giusto al momento giusto. Io ho rinunciato a tanti film, magari perché ero impegnato, e molti sono stati successi mondiali. Penso a Gorky Park. In Italia ho rifiutato La piovra, le cose televisive, anche di successo, non mi sono mai interessate. Ho rifiutato anche Il maresciallo Rocca. C’è un film che avrei voluto fare, Lady Hawk, i produttori avevano pensato a me, il regista insisteva per Kurt Russel e prendono lui. Dopo qualche giorno, per un litigio, quello lascia il set e mi richiamano. Ma io avevo preso ormai la serie Gli ultimi giorni di Pompei, con grandi attori. Il film l’ha fatto Rutger Hauer”.

Franco Nero e l’omaggio a Django: “Grazie a quel film sono diventato famoso nel mondo”

Nella sua biografia, Django e altre storie, parla dei suoi incontri con Sordi, Mastroianni, Gassman.

“Il primo incontro con Sordi fu in vacanza, lui era con Piero Zuffi, uno romanissimo e l’altro emilianissimo, sentirli parlare mi faceva ridere. Con Alberto facemmo I promessi sposi, io Fra Cristoforo, lui don Abbondio. Veniva da me, ‘a Nero ma come si pronuncia ‘sta frase? Il suo inglese era maccheronico. Gassman l’ho frequentato quando tutti e due eravamo a Los Angeles, io giravo Il pirata da Harold Robbins. Vittorio era solo, senza Diletta. Io avevo una bella casa, mia madre cucinava e lo invitavo a mangiare. E lui diceva no, che aveva da fare. Poi richiamava, “ho pensato che…”. Amava la buona cucina e aveva una gran fame. Diceva le cose in modo buffo, quasi a malincuore. Con lui e Mastroianni avevamo il progetto di un film su tre italiani in America, nato dalla mia esperienza, un giovane attore chiamato a Hollywood che si porta avvocato e agente. Purtroppo, diedi l’idea a Fernando Ghia, produttore che ebbe la green light dalla Fox al progetto ma puntava in alto, voleva Billy Wilder, il tempo passava e l’opzione dopo un anno scadeva. Gli ultimi giorni ci siamo inventati un progetto che Alan Ladd jr, il presidente della Fox si portò a vedere ai collaboratori. Era la storia di un italiano – Mastroianni - che tra i tavoli di Las Vegas incontra un tizio - Gassman – che lo invita a vivere con lui perché la moglie – avrebbe dovuto essere Shelley Winters – era un po’ ninfomane e lui aveva bisogno di aiuto. Alla fine, chiamavano me, perché ero giovane, ma io finivo per innamorarmi della figlia della coppia, Goldie Hawn. Il lunedì dopo il weekend Alan Ladd disse: il progetto non si fa, mia moglie ha detto che siete “sciovinist pigs”, c’era stata la ribellione delle mogli”.

'Jonathan degli orsi', 1993, regia di Enzo G. Castellari

 

Tra i suoi primi titoli c’è Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli.

“Ricordo benissimo quando girarono la scena in cui Tognazzi balla il tip tap per fare colpo su produttore Enrico Maria Salerno. I personaggi maschili del film sono tutti negativi, a parte il garagista che ero io, avevo vent’anni. Pietrangeli avrebbe voluto girare un film con me e Vanessa, ma fece un errore. Vado a prendere Vanessa all’aeroporto, andiamo a incontrarlo e lui era un po’ ubriaco. Quando siamo tornati a casa lei dice ‘io con quello non ci lavoro’. E così abbiamo girato il film con Elio Petri, Un tranquillo posto di campagna. Fu piacevole, tra fattoria, vacche e vitelli si lavorava e la sera si stava con i contadini, c’erano tante cose da fare. Con Vanessa stavamo bene, a volte litigavamo, la sera non parlavamo ma il giorno dopo tutto era come prima. Lì girai una scena esilarante con l’ottimo George Gerét, che interpretava il custode, ma il suo inglese con l’accento francese era così terribile che nella nostra scena insieme io continuavo a ridere come un pazzo. L’abbiamo provata tante volte e alla fine Petri mi diede uno schiaffo: ‘Basta!’.”

Ha lavorato con tanti registi italiani.

“Mi divertivo ad alternare un film d’autore e uno commerciale. Mi piacque girare con Marco Bellocchio Marcia trionfale, ma anche girare i film con Damiani, Corbucci. E ho fatto dieci film con Enzo G. Castellari. Il più divertente era Gigi Magni, e lui ricambiava. Sul set ero Garibaldi e gli dicevo ‘ma tu con me ti annoi, hai lavorato con tanti attori comici’, rispondeva ‘Non hai capito un cazzo, nella vita non sono divertenti. Io con te faccio i duelli’. È vero, facevamo i duelli western, uno chiamava ‘fire!’ e si vedeva chi sparava per primo. Stavamo sempre a giocare”.

Qualche disavventura sul set?

“A cavallo sul set di Camelot, con tutta l’armatura, si rompe la cinghia della sella e volo. Per non dire di Django. Sono andato in ospedale, mi hanno riempito di massaggi con l’alcol perché mi avevano tenuto per ore dentro una palude in pieno inverno”.

Franco Nero e Vanessa Redgrave sul set di 'Camelot'

 

Passiamo a Hollywood. L’incontro più clamoroso?

“Quello con Frank Sinatra. Mi avevano preso per Camelot, avevo convinto il regista con il mio Shakespeare imparato sui dischi. Arrivo a Los Angeles distrutto, il mio agente mi porta al ristorante e al tavolo vicino c’era Sinatra con Mia Farrow, s’erano appena sposati: ‘E’ un attore italiano’. Iniziamo a parlare poi Sinatra mi fa ‘ma sei stanco?’. Rispondo di no anche se non mi reggevo in piedi. Mi porta con lui in studio dove incide That’s life con l’orchestra. Ero seduto con Mia Farrow, ogni tanto Frank interrompeva, veniva, mi dava un’occhiata, dava un bacetto a Mia come a dire ‘ao’ non ce provà’. L’ho incontrati tanti anni dopo a Monte Carlo al concerto Pro Celebrity, torneo di tennis che mischia una celebrità e un professionista. Eravamo seduti io Sinatra e Roger Moore. Mio figlio in campo, 17 anni, bravissimo, con un’attrice e di fronte un professionista e Barbara Sinatra. Mio figlio tirava pallate tremende e con una colpisce Barbara. Frank scatta incazzato “ma chi è questo?” interviene Moore, “è il figlio di Franco, è stato un incidente, non succederà più. Sinatra non era uno da fare arrabbiare”.

E Roger Moore?

“Una delizia, ho ancora alcuni quadri, mi ha fatto diversi ritratti. Era stupendo, aveva humour inglese ma parlava bene l’italiano per via della moglie Luisa. Ho fatto un film con la figlia in Colombia, Deborah Moore, lui mi chiamava, “mi raccomando, da un’occhiata a mia figlia, insegnale”. Avrebbe voluto che avessimo una storia, ma non è successo”.

Nero in 'Django' di Sergio Corbucci, 1966

 

A proposito di coppie. Lei conosceva Burton e Taylor.

“Con Burton legammo subito. E una sera facemmo un duetto sulla canzone di Camelot, che lui aveva fatto a teatro e io al cinema. Liz e Richard litigavano in continuazione. Feci un cammeo in Wagner, miniserie di cui lui era protagonista. Vado a Vienna e eravamo invitati al ballo delle diciottenni, un teatro enorme vicino all’albergo. Andiamo solo io e Richard, che ha litigato con Elizabeth e si mette a bere. A un certo punto vicino a noi c’è il famoso chirurgo Barnard e lui prende a offenderlo, a dirgli cose terribili. E io “Basta”, una figuraccia tremenda. Alla fine, ho dovuto accompagnarlo, sorreggerlo fino all’albergo”.

Il suo divo preferito?

“William Holden, il sogno è stato fare un film con lui: 21 ore a Monaco, del ‘77, sulle Olimpiadi del ‘72. Stavo sempre a baciarlo. Da ragazzo vedevo i suoi film sei, sette volte, Picnic lo avrò visto dieci volte. Era bello, era sexy”.

S’era innamorato di Holden?

“Sì, ma in modo platonico. Quando girai il western Keoma gli chiesi di interpretare mio padre, lui voleva ma poi non siamo riusciti, è dovuto tornare negli Stati Uniti”.

Con chi ha ancora rapporti?

“Con Quentin Tarantino. Mi adora. Fino a poco tempo fa ogni volta che volavo a Los Angeles cenavamo in un locale che oggi è chiuso. Da quando è sposato e con prole, la cosa si è un po’ allentata. Ho rapporti anche con Harrison Ford. Mi ha anche fatto gli auguri per il compleanno. Quando girava Indiana Jones volevo prendere i diritti di Schlndler’s List, ma per un giorno Spielberg mi ha fregato. Allora chiamai Harrison, “fammi un favore, dì a Spielberg che quel ruolo devo farlo io. Lui ci ha parlato ma Spielberg ha detto che lo avrebbe girato più in là. Infatti, l’ha fatto dieci anni dopo. E ha preso mio genero, Liam Neeson. L’ha visto a teatro con Natasha, è andato nel camerino, “farei questo film”. E di quello che era successo prima non l’ho mai detto a Liam”.

Nero in 'Django' di Sergio Corbucci, 1966

 

Vi vedete spesso?

“Sì, l’ultima volta a Roma è venuto a girare un film e abbiamo cenato con Vanessa. Una bella serata. Con i suoi figli ho un rapporto incredibile, mi chiamano nonno. Michael fa l’attore, e Daniel fa business con il Margarita, che era il drink preferito di Natasha”.

Un suo amico era Kirk Douglas.

“Sì. Con Kirk ci conoscemmo a Los Angeles, andai con Goldie Hawn, mi ero fermato a casa sua e lui si mise a cantare gli stornelli romani. Poi è venuto a Roma, voleva fare un film da regista e mi voleva come protagonista. E voleva andare a trovare Elsa Martinelli. Ma l’episodio divertente è che organizza una cena, io quella sera lavoravo con Telly Savalas, li raggiungo al ristorante e c’era lui, la moglie, gli invitati e tutti mangiavano. Ma alla fine nessuno pagava. Nessuno chiedeva il conto al cameriere. Così mi sono rotto i coglioni e ho pagato io. Cose che succedono”.

Con Goldie Hawn è stato fidanzato?

“C’è stata una simpatia, divertente, niente di più”.

Ha avuto molte corteggiatrici famose?

“Si, ma non faccio i nomi”.

Franco Nero con il cast della miniserie 'Sant'Agostino' (2009)

 

Quanto la bellezza l'ha aiutato nella carriera e quanto a volte è stata un limite?

“È chiaro che aiuta, dà occasioni. Ma secondo molti critici un attore bello non può essere anche bravo. Me lo diceva Paul Newman. Ai tempi di Il giorno della civetta i critici esaltarono tutti i caratteristi, a me niente. Dopo tanti anni, hanno scoperto che ero bravo, allora no. Oggi che ho una certa età possono chiudere un occhio”.

Ha girato anche John Wick con Keanu Reeves.

“Mi ha chiamato lui, siamo andati a pranzo con il regista. È una bravissima persona, Keanu. Un buono. So che viene spesso in Italia in clinica dalla sorella, che ha qualche problema”.

L'attore nella miniserie tv 'Desideria e l'anello del drago'

 

La Hollywood dei party non esiste più?

“Cosa le devo dire? Allora i divi davano festa gigantesche, facevamo le sciarade. Ricordo Cary Grant, James Stewart. Quando girai Il pirata il produttore Howard Kock mi portava la domenica alle corse dei cavalli, mi presentava tutti. Un grande volano fu il set di Camelot, un progetto talmente grosso, durò un anno, che tutti venivano a trovarmi. E tutti volevano vedere Django: Paul Newman, Steve McQueen, Jack Nicholson che voleva comprare i diritti con la sua società, ma era già stato venduto. Loro erano abituati ai western con John Wayne, quello era altro”.

Ha incontrato pure Wayne.

“Mi ha dato il consiglio di non scegliere mai un cavallo troppo grosso e splendente altrimenti il pubblico guarda lui. E infatti poi feci caso che lui sceglieva cavalli piccoli nei film. Mi diceva sempre “io ho due espressioni, col cappello o senza”.

Questo lo diceva anche Sergio Leone di Clint Eastwood.

“Già, Clint. Sul set di Camelot venne anche lui. Mi disse “questo italiano fa il film più importante del mondo e io gli spaghetti western”. Gli dissi non ti preoccupare, io me ne tornerò in Italia e tu sarai una star. Mi avevano offerto La ballata della città senza nome, io non lo feci, tornai in Italia e lo girò lui. Strana la vita”.

Leggi i commenti