Le ‘Cento domeniche’ di Antonio Albanese: la tragedia di un uomo perbene
di Roberto NepotiFinalmente abbiamo anche noi il nostro Ken Loach: qualcuno che punta la cinepresa contro i soprusi e le ingiustizie, raccontando storie di gente comune stritolata dalla società del mercato. Antonio Riva (Albanese) vive a Lecco, dove da sempre ha lavorato come operaio in un cantiere sacrificando perfino le domeniche alla produttività. Ora, prepensionato, conduce una vita semplice ma dignitosa: si occupa della madre, demente senile, conserva un buon rapporto con la ex-moglie, frequenta gli amici. Ha anche un’amante, sposata, ma la luce dei suoi occhi è la figlia Emilia. Allorché la ragazza gli annuncia che intende accasarsi, per Antonio è la realizzazione di un sogno ed egli si prepara a finanziare le nozze più memorabili che la sua condizione economica gli permetta. Il brav’uomo non ha mai letto il celebre aforisma di Bertolt Brecht “Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”.
Finalmente abbiamo anche noi il nostro Ken Loach: qualcuno che punta la cinepresa contro i soprusi e le ingiustizie, raccontando storie di gente comune stritolata dalla società del mercato. Antonio Riva (Albanese) vive a Lecco, dove da sempre ha lavorato come operaio in un cantiere sacrificando perfino le domeniche alla produttività. Ora, prepensionato, conduce una vita semplice ma dignitosa: si occupa della madre, demente senile, conserva un buon rapporto con la ex-moglie, frequenta gli amici. Ha anche un’amante, sposata, ma la luce dei suoi occhi è la figlia Emilia. Allorché la ragazza gli annuncia che intende accasarsi, per Antonio è la realizzazione di un sogno ed egli si prepara a finanziare le nozze più memorabili che la sua condizione economica gli permetta. Il brav’uomo non ha mai letto il celebre aforisma di Bertolt Brecht “Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”.
Quando si presenta all’istituto di credito cui ha affidato i risparmi di una vita, il poveretto impara molte cose: a suo tempo, credendole obbligazioni, ha firmato sulla fiducia delle azioni che ora sono carta straccia; in più, per pagare le spese del matrimonio, ha contratto un debito con una finanziaria. Dapprima incredulo, Antonio cerca di risolvere le cose; ma il direttore della filiale latita, nessuno risponde alle sue domande, perfino Carlo, il vecchio padrone bonario e cordiale, gli conta bugie dopo avere messo al sicuro i propri quattrini. Lentamente, il suo piccolo mondo si sgretola e l’uomo precipita nella disperazione, tormentato dai sensi di colpa.
Quando un giovane bancario si toglie la vita per la vergogna, Antonio si rende conto che la situazione è irreparabile. La banca fallisce, portando con sé i sogni e le speranze dei lavoratori del luogo, che tentano di organizzarsi in una class action. Invece Antonio stacca dal muro un fucile da caccia e si presenta alla banca... Un film come Cento giorni è una rarità che merita la nostra ammirazione: limpido, pulito, senza la minima concessione al patetismo. Sobrio come un Ken Loach, quando non si lascia andare troppo all’indignazione. Altra cosa essenziale è la precisione dei particolari, degli oggetti di scena, dei mobili, degli interni; tanto più sorprendente in un cinema come il nostro, dove anche gli “ultimi” vivono spesso in begli appartamenti del centro di Roma.
Grammatica e sintassi narrativa sono lineari e cronologiche, mettendosi al servizio dell’evoluzione della vicenda senza tradire ambizioni “autoriali”, che sarebbero fuori luogo. Albanese, che ha scritto e sceneggiato (assieme a Piero Guerrera) Cento domeniche, interpreta il protagonista con la stessa sobrietà e verosimiglianza con cui maneggia la cinepresa. Lo attornia un cast di prima scelta. La sublime Giulia Lazzarini è la vecchia madre Sara; Elio De Capitani il principale di un tempo; la ex moglie Margherita è Sandra Ceccarelli.