✕

Alice Rohrwacher: “La mia ‘Chimera’ in sala, ora una serie sulle fiabe italiane sotto il segno di Calvino”

Il cinema della regista in una storia d’amore e di tombaroli. Con Josh O’Connor, Isabella Rossellini e la sorella Alba
3 minuti di lettura

Alice Rohrwacher, ovvero il cinema favoloso. È in sala da oggi (con 01 Distribution), dopo il passaggio all’ultimo Festival di Cannes, La chimera ambientato negli anni Ottanta, protagonisti i tombaroli. Un film che svela un mondo nascosto pieno di tesori d'arte, il passato di una civiltà che sapeva vivere in armonia con la natura, vedere l'invisibile. Il film, nel cui cast ci sono Josh O’Connor, Isabella Rossellini e Alba Rohrwacher, è anche una grande storia d’amore. Nell’intervista la regista racconta anche di una serie antologica sulle favole italiane e di una imponente mostra/esperienza che le tributa a dicembre il parigino Centre Pompidou, sfarzoso omaggio al suo mondo poetico.

Com’è arrivare dopo il lungo viaggio che il film ha fatto nel mondo a incontrare il pubblico italiano?
“Sono molto contenta, ho una grande fiducia nel pubblico. Vedo che in questo momento c'è tanta voglia di cinema, la sento molto più forte c…

Alice Rohrwacher, ovvero il cinema favoloso. È in sala da oggi (con 01 Distribution), dopo il passaggio all’ultimo Festival di Cannes, La chimera ambientato negli anni Ottanta, protagonisti i tombaroli. Un film che svela un mondo nascosto pieno di tesori d'arte, il passato di una civiltà che sapeva vivere in armonia con la natura, vedere l'invisibile. Il film, nel cui cast ci sono Josh O’Connor, Isabella Rossellini e Alba Rohrwacher, è anche una grande storia d’amore. Nell’intervista la regista racconta anche di una serie antologica sulle favole italiane e di una imponente mostra/esperienza che le tributa a dicembre il parigino Centre Pompidou, sfarzoso omaggio al suo mondo poetico.

Com’è arrivare dopo il lungo viaggio che il film ha fatto nel mondo a incontrare il pubblico italiano?
“Sono molto contenta, ho una grande fiducia nel pubblico. Vedo che in questo momento c'è tanta voglia di cinema, la sento molto più forte che negli anni precedenti. E che c’è tanta voglia anche un po’ di liberarsi attraverso il cinema. Di vedere anche storie diverse, storie raccontate in maniera diversa. Magari sbaglio, ma ho fiducia”.

Che significa per lei questo film?
“È un inno alla libertà dell'immaginazione, che in qualche modo non deve volare troppo lontano per potersi liberare: lo può fare anche scavando, per esempio, nelle rovine archeologiche. Il mio è stato un grandissimo viaggio, epico, che ho fatto nella mia regione, che è quella degli Etruschi. Un viaggio che però è stato fatto su più dimensioni; non per forza orizzontale, ma anche verticale. E questo è stato un viaggio tra l'alto e il basso, il sopra il sotto, di qua e di là. Veramente mi sento un po’ come Indiana Jones che è tornato da una grande avventura”.

È anche una storia d'amore.
“Una storia d'amore per antonomasia. E l'amore è come quella terra in cui noi mettiamo radici. Che cos'è l'amore per me? La possibilità di mettere radici fuori da sé, nell'altro. E quindi quella forse per antonomasia, la storia d'amore tra Euridice e Orfeo”.

Nel lungo viaggio intorno al mondo come si è trasformato il suo rapporto con il film, attraverso le reazioni, lo sguardo del pubblico di altri Paesi?
“Sono rimasta più sorpresa, stavolta, degli altri film, perché ho rischiato un po’ di più. Adesso questo film esce in Italia e stiamo parlando di un Paese che conosce quello di cui stiamo parlando, ma dobbiamo pensare che il film viaggia in tutto il mondo e che lo guarda il pubblico del Giappone, della Corea del Sud America, del Nord America. Sono popoli anche che hanno delle storie molto lontane dalla nostra, non hanno tutti questi strati sotto i piedi, ad esempio, o ne hanno diversi. Sono rimasta sconvolta dal vedere come in realtà questo film, questo sentire, parli a persone così lontane culturalmente. È stato quasi uno shock. Forse in realtà il rapporto con il passato e con il nostro passato in qualche modo è simbolico, ciascuno lo ha con le proprie origini, radici”.

'Le pupille' di Alice Rohrwacher è un piccolo grande film di Natale

Nel frattempo, ha appena finito di scrivere una serie antologica.
“Sulle fiabe italiane, insieme allo scrittore Marco Bettinelli. Indirizzata soprattutto alle famiglie, ai ragazzi. Ci tengo molto, spero di realizzarla presto. Si chiama Ci sarà una volta e gioca sul fatto che le fiabe rinascono nel futuro. Sono le classiche fiabe italiane, anche quelle che ha raccolto Calvino. Ho preso un’antologia del Cinquecento, del Settecento, cioè da Straparola fino all'Ottocento, cercare delle fiabe e poi dargli, come lui dice, una rinfrescata linguistica, ecco io ho dato una rinfrescata visiva. Alcune sono più conosciute per esempio Rossa come il sangue - L'amore delle tre melagrane, che secondo anche Calvino è un po’ la fiaba italiana per antonomasia, altre sono meno conosciute, come La mano mozza, L’uomo che non voleva morire, però sono, secondo me, molto potenti”.

Qual è la peculiarità delle fiabe italiane?
“Nascono nella realtà e tornano alla realtà. Questo è ciò che mi ha sempre stupito. Nascono nel reale, in qualche modo hanno alimentato i miei film. Si parla di un realismo magico, ecco io credo che più che altro sia questo legame con la fiaba italiana che mi ha sempre fatto cercare nella realtà l’altro, nel corpo l’anima. È la mela che si mette a sanguinare. E il vento che si mette a parlare. Ci sono sempre delle cose reali che trovano improvvisamente in un destino epico”.

David 2019, Alice Rohrwacher: "La prima volta di due registe donne? È una domanda da fare agli uomini"

La paura è una componente forte delle fiabe.
“Sì, ed è diversa dallo sfruttamento della paura. Perché spesso viviamo in un'epoca che sfrutta la paura per tenere legate le persone alla narrazione. La paura presente nelle fiabe è, invece, una paura che libera”.

L’esposizione al Centre Pompidou?
“Dal primo dicembre al primo gennaio insieme alla compagnia teatrale Muta Imago allestiamo un piano per un viaggio che inizia dal bar dei tombaroli. Un progetto legato a tutto il mio immaginario, ma l’invito mi è stato fatto perché il 6 dicembre esce La chimera. Varcata la soglia del Bar Luna, può succedere di tutto”.

I suoi mondi sono fantastici ma anche tangibili, legati agli oggetti.
“Sì, anche se non sono mai materialisti, qualcosa che ci tocca ma ci sfugge. E che forse è anche il motivo per cui ho voluto raccontare questa storia. I tombaroli sono drogati di oggetti, di cose. Vanno a caccia del tesoro, le cose per loro sono solo cose da vendere. Il loro materialismo è molto forte, si applica a degli oggetti che invece sono nati per accompagnare le anime e quindi è doppiamente tragico. Volevo proprio raccontare il trionfo del materialismo e lo potevo fare in modo chiaro raccontando proprio quando sul mercato ci arrivano oggetti sacri. È una questione culturale, parlo di persone cresciute in un mondo in cui nulla è sacro e tutto è stato profanato: c’è una centrale a carbone costruita sopra una necropoli, è pieno di spazzatura, in una tomba trovano un bidet. È chiaro che, se cresco in un mondo profanato senza rispetto per la storia, il passato, la natura, è difficile che io poi possa fare altro”.

Leggi i commenti