Hans Zimmer: “Grazie Morricone, con ‘C’era una volta’ il West’ ho capito che volevo fare il compositore”
di Filippo BrunamontiNew York – Siamo in piena terra di nuove consonanze e tributi, come quello che MoMA e Cinecittà dedicano ad Ennio Morricone, quando agli oltre 35 film della retrospettiva se ne aggiunge uno a sorpresa. È il corto “a riverenza di Giotto” tratto dal Libro dell’Arte, realizzato da Luciano Emmer. Sembra arrampicarsi proprio su quei luoghi giotteschi - in particolare, sulle scale della Basilica di San Francesco - il compositore tedesco Hans Zimmer (premio Oscar per le musiche del Re Leone e Dune). “Ovunque mi volti, ovunque io cammini, ritrovo Ennio” ci dice con occhi veloci e le mani che non conoscono cronometri. “Insieme alla sua famiglia e all’amministratore delegato di Cinecittà, Nicola Maccanico, ho scelto di introdurre al MoMA il film di Giuseppe Tornatore su Ennio perché credo che dentro ci sia la sua anima. È quasi come seguire un nastro parallelo tra la mia vita musicale e quella di Morricone. O così mi piace pensare”.
La passione per il Maestro Ennio, in Hans Zimmer, nasce da un …
New York – Siamo in piena terra di nuove consonanze e tributi, come quello che MoMA e Cinecittà dedicano ad Ennio Morricone, quando agli oltre 35 film della retrospettiva se ne aggiunge uno a sorpresa. È il corto “a riverenza di Giotto” tratto dal Libro dell’Arte, realizzato da Luciano Emmer. Sembra arrampicarsi proprio su quei luoghi giotteschi - in particolare, sulle scale della Basilica di San Francesco - il compositore tedesco Hans Zimmer (premio Oscar per le musiche del Re Leone e Dune). “Ovunque mi volti, ovunque io cammini, ritrovo Ennio” ci dice con occhi veloci e le mani che non conoscono cronometri. “Insieme alla sua famiglia e all’amministratore delegato di Cinecittà, Nicola Maccanico, ho scelto di introdurre al MoMA il film di Giuseppe Tornatore su Ennio perché credo che dentro ci sia la sua anima. È quasi come seguire un nastro parallelo tra la mia vita musicale e quella di Morricone. O così mi piace pensare”.
La passione per il Maestro Ennio, in Hans Zimmer, nasce da un televisore. Racconta, seduto al tavolo di un bar dallo spazio modernista: “Sono cresciuto senza tv. I miei genitori pensavano che la fosse il Male puro. Quindi non ho visto nessun film per i primi undici anni della mia vita. Quando sono entrato di nascosto in un cinema locale, proiettavano C’era una volta il West. Da quel momento, ho capito che avrei dovuto rincorrere il grande sogno e diventare compositore”.
Zimmer, che cosa l’affascinò nel ’68 dello stile e delle atmosfere che sapeva creare Morricone?
“Sono cresciuto tra Francoforte sul Meno e la Germania dell’Ovest. In casa si ascoltava solo musica classica. Quando ascoltai per la prima volta Morricone, seduto davanti allo schermo, riconoscevo Bach, Mozart, e mi sentivo accolto, come se dall’altra parte del proiettore ci fossero Beethoven, Mahler, Brahms. Era innegabile la qualità ‘classica’ delle musiche di Ennio. Mi son detto: non solo un musicista può comporre musica classica, può sovrapporci anche delle bellissime immagini in movimento. Forse la famiglia di Sergio Leone non sarebbe molto contenta se mi sentisse, però ho sempre pensato che in C’era una volta il West le immagini completassero la musica. E non il contrario. È un complimento”.
Ha cominciato a lavorare a Londra con Stanley Myers; in quarant’anni di carriera ha composto colonne sonore di film indimenticabili come Il Gladiatore e Dunkirk.
“Il mio processo di creazione delle musiche di un film non è mai cambiato: voglio sempre sapere chi sarà il direttore della fotografia o il regista. Un esempio: quando mi sedetti in studio con Ridley Scott, ascoltandolo parlare della sua visione del Gladiatore, feci un solo commento: questo non è solo un tipico ‘sword-and-sandal’, qui c’è tanta poesia. Voglio che lo spettatore non si aspetti la tenerezza di una mano che accarezza delle spighe di grano nell’anno 180 dopo Cristo. Con quelle note e quei sintetizzatori, si è catapultati in un’altra dimensione”.
Anche lei, come Morricone, segue delle liturgie mattutine, fa esercizio, e sente il proprio pensiero correre per la casa quando compone?
“Al contrario di Ennio che si svegliava all’alba, io non dormo affatto! Devo obbligarmi a guardare la televisione o tenere acceso il telefono per chiudere gli occhi. Altrimenti, se c’è silenzio, ecco che il pensiero riesce a sopraffarmi: prima un’idea, poi un’altra…Corro ad acchiapparle, una ad una. E così devo buttarmi giù dal letto, poi passo al pianoforte, ed ecco che si sono fatte le 6 del mattino. Sonno perso. Il compositore non è un lavoro come gli altri. È una forza che sgorga dentro di te. So che il papà di Ennio era un trombettista… Un destino legato alla musica. Io, invece, non dovevo necessariamente scegliere la musica. È che non sapevo fare altro. Tutti i musicisti che conosco hanno cominciato suonando qualcosa, qualsiasi cosa. Il nostro modo di sentire amore, o semplicemente sentire, è suonando uno strumento. Un’enorme ricompensa che la vita artistica mi ha dato”.
Potrebbe definirsi un alchimista che prepara suoni che prima non esistevano?
“Stavo pensando a questa immagine proprio due giorni fa. Pensavo a quanto fossi fortunato. Guardiamoci attorno: il mondo sta impazzendo. L’aria che si respira è terribile. Eppure, io vivo nello stesso tempo storico in cui posso ascoltare una canzone dei Beatles. Sorprendente! Il tempo che ci è dato è limitato, piccolo, e dobbiamo farne buon uso, portando dal passato forme d’arte, incluso il cinema, che ci restituiscano un senso della prospettiva. E dell’esistenza”.
Che cosa la fa sentire vivo?
“I miei rifugi. Sono un asociale cronico. Però mi piacciono le idee. Quindi, pur essendo asociale, faccio cose estreme”.
Quanto estreme?
(ride) “Mi forzo ad andare a concerti con ventimila persone. Mi costringo ad andare a party di persone che neanche conosco. Una volta arrivato, uso quella situazione come un mercato delle idee. Ciò che trattengo dentro, stando da solo, in quelle occasioni fuoriesce, e può essermi di aiuto artisticamente. A me piacciono le idee. Per uno come me, la vita è una cassa di risonanza. Amo quella parte della vita. Amo notare che c’è un progresso costante rispetto a ciò che possiamo fare con la musica. E la cosa che mi conforta è che non sono il solo a pensarla così, la gente ha bisogno sempre più di musica e di esperienze collettive”.
Ennio Morricone si proiettò così avanti, non senza sacrifici, dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi, però, la paura dello straniero e l’ascesa di nazionalisti e razzisti potrebbero portarci indietro. Che cosa ne pensa?
“Sai da dove proviene la mia ultima orchestra? Da Odessa. Lavoro con ucraini soltanto. Tutti rifugiati. E Lebo M, abilissimo nella parte vocale del Re Leone, è di Soweto, Johannesburg, in Sudafrica. Tra i miei collaboratori ci sono anche due venezuelani e un colombiano che non vede il padre da vent’anni. Mi sento, nel mio piccolo, un rappresentante dei posti più estremi del mondo, da dove arrivano rifugiati politici con storie personali incredibili. Grazie alla musica, people come together. Stando insieme, non ci si può più odiare”.
Qual è la prima qualità umana di Ennio Morricone che le viene in mente?
“Direi la sua dirompente arte del ritrarre l’empatia, fino a renderla un valore universale. Quando penso a lui, penso ad un compositore con i piedi piantati a terra che sta ancora cercando, da qualche parte, di sviluppare una scienza parallela. Una scienza che non conosciamo e mai tramanderemo”.
Ha un nome, questa scienza?
“È l’Impronunciabile, l’Indicibile”.
Se dovesse scegliere un film del passato a cui provocatoriamente vorrebbe sostituirsi ad Ennio, quale sarebbe?
“Devo proprio confessarlo? La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Ennio ha già fatto un lavoro eccellente, non ha bisogno di sostituti. Però ora che ci penso… Ne ho un altro in mente: L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci. Sotto questo gioco, ovviamente, si nasconde un mio sentito ‘Grazie Ennio’”.