Matteo Garrone agli Efa: "Io, Agassi e Borg, da ex tennista mi piacerebbe fare un film sullo sport"
BERLINO – Matteo Garrone tra la corsa agli European Film Awards, Hollywood e l’idea di un film sullo sport, magari sul tennis. Il cineasta è reduce da un viaggio intorno al mondo – ultima tappa New York, ma ha fatto scalo a Roma per salutare il figlio, “non lo vedo mai” – e non dorme da 24 ore. Così anticipa l’incontro al Westin Grand Berlin, nella capitale tedesca, per recuperare qualche ora di sonno e presentarsi puntuale alla notte degli Efa, gli European Film Awards ribattezzati “Oscar europei”, dove è arrivato con due candidature importanti per Io capitano: migliore film e regia, premi che verranno assegnati entrambi (oltre ad altri riconoscimenti in importanti categorie) a Anatomia di una caduta della francese Justine Triet, già Palma d’oro a Cannes e tra i temibili avversari dell’autore italiano. In lizza, oltre a Anatomia di una caduta, Zona di interesse di Jonathan Glazer, il romantico Foglie al vento del maestro finlandese Aki Kaurismaki e Green Border della polacca Agnieszk…
BERLINO – Matteo Garrone tra la corsa agli European Film Awards, Hollywood e l’idea di un film sullo sport, magari sul tennis. Il cineasta è reduce da un viaggio intorno al mondo – ultima tappa New York, ma ha fatto scalo a Roma per salutare il figlio, “non lo vedo mai” – e non dorme da 24 ore. Così anticipa l’incontro al Westin Grand Berlin, nella capitale tedesca, per recuperare qualche ora di sonno e presentarsi puntuale alla notte degli Efa, gli European Film Awards ribattezzati “Oscar europei”, dove è arrivato con due candidature importanti per Io capitano: migliore film e regia, premi che verranno assegnati entrambi (oltre ad altri riconoscimenti in importanti categorie) a Anatomia di una caduta della francese Justine Triet, già Palma d’oro a Cannes e tra i temibili avversari dell’autore italiano. In lizza, oltre a Anatomia di una caduta, Zona di interesse di Jonathan Glazer, il romantico Foglie al vento del maestro finlandese Aki Kaurismaki e Green Border della polacca Agnieszka Holland, che è anche presidente dell’Academy europea. “Non ho visto gli altri film. Sono registi che conosco. Kaurismaki è uno di quelli che più amo, da sempre. Non mi pare di giocare in casa – sorride Garrone - ma mi sembra di avere fatto un film caldo, capace di arrivare al cuore del pubblico. Questa è l’occasione per farlo vedere, anche perché molti dei votanti degli Efa sono anche votanti agli Oscar. Io capitano è il candidato italiano ai premi dell’Academy, se entra nella shortlist si sarà il ventun dicembre, l’undici gennaio la cinquina”.
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Il regista romano è molto motivato e stanco: “Ho fatto settantacinque tappe in Italia, girato con i miei attori mezzo mondo. Mi hanno colpito ovunque le reazioni del pubblico, una signora mi ha detto ‘lei è un regista spettatore’ per il fatto che osservo la realtà intorno a me, ho restituito le mie reazioni rispetto ai racconti di questi ragazzi e sono capace di immedesimazione ed empatia verso i personaggi, anche quelli che hanno zone grigie”. Non è il caso di Io capitano, “qui la materia oscura è esterna ai personaggi, che sono giovani positivi che compiono un viaggio epico, il viaggio dell’eroe. Gli studenti che sono andati, tanti, a vederlo con le scuole pensavano di addormentarsi con un film sui migranti; invece, sono stati coinvolti e si sono ritrovati in questi due giovani che condividono i loro sogni, che sentono vicini”.
Garrone è ancora completamente immerso in questo film, “fin da subito sapevo che avrebbe avuto bisogno di aiuto, perché era girato in più lingue, per il tema. E ho voluto accompagnarlo, sempre”. Non ha quindi ancora un’idea precisa, un progetto concreto per il futuro, non ha voltato pagina. Eppure, sollecitato, confessa che sì, gli piacerebbe attraversare nuovi generi con il suo cinema e quello che gli viene in mente durante la conversazione è lo sport. Del resto, la sua prima vita, giovanissimo, è stata da tennista di talento: “Alla fine, quello che mi interessa è sempre l’uomo e la condizione umana, il genere per me è occasione per riflettere sui conflitti che un personaggio vive all’interno dello sport – o in un racconto di avventura”. Il tennis? Confessa che un tentativo in passato c’è stato: “Tanti anni fa, come tanti produttori più importanti di me avevo chiesto di diritti per Open, la biografia di André Agassi. A diciott’anni sono alla cena del suo sedicesimo compleanno a Bradenton, in Florida. in un ristorante italiano, con il fratello e Nick Bollettieri. Dopo cena Agassi e il fratello ci accompagnarono in Accademia con l’auto. Io quegli anni che racconta nel libro li ho vissuti, ma lui non dà i diritti, lo capisco. Sarebbe stato un racconto interessante, dentro ci sono cose umane bellissime, come la storia del parrucchino indossato sul campo per anni… Ma qualsiasi sport mi commuove, anche una corsa di atletica mi fa piangere. Non per forza la corsa per la medaglia d’oro, bastano le qualificazioni”. Il suo pensiero su Sinner? “Non mi commuovo fino alle lacrime, ma lo seguo”.
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Il cinema di riferimento? “È difficile – ragiona - ma ci sono tanti film belli, Toro scatenato di Martin Scorsese, Rocky. Di solito il pugilato è uno sport cinematografico, penso a Million dollar baby di Clint Eastwood”. Borg McEnroe? “L’ho visto con timore, ma era ben fatto”. Sorride: “Torniamo ai ricordi di bambino: quando Borg venne a Roma per fare la pubblicità di Vivident era il numero uno al mondo, il suo manager era Cino Marchese, era socio del circolo al Fleming, venne a pranzo col suo manager e Cino lo portò a vedermi giocare, ho giocato 30 secondo con Borg che mi guardava e mi regalò la sua racchetta con scritto ‘a Matteo con i migliori auguri’, che è la sua perché avendo il manico lungo la scritta era fatta su misura e arrivava fino sul cerchio. Avevo undici anni”.
Confessa: “Il tennis era la mia vita. I campi del Fleming confinavano col mio giardino. Quando lanciavano la palla io andavo a cercarla, come le uova delle galline in giardino”. Ma, ribadisce, anche un film sullo sport “l’affronterei dal punto di vista umano. Non l’ho ancora fatto, ma non lo escludo. Non sono mai riuscito a raccontare storie mie, metto qualcosa di me in altre storie. Rispetto ad altri autori che parlano di loro stessi io ho sempre avuto timore. Dovessi trovare una storia di sport riuscirei a immedesimarmi molto”.
Rispetto al passato sportivo, però, non ha rimpianti “perché vedo gli amici di allora che oggi fanno i maestri di tennis. A 18 anni, sono tornato dall’America - lo sport in questo è spietato - con la consapevolezza che non sarei mai potuto diventare un campione di tennis, come speravo. Quando arrivi lì ti accorgi che sei ancora serie B, non sei in classifica mondiale. Io mi allenavo alla Monica Seles, ma non ero preso in considerazione: c’erano quattordicenni già in classifica mondiale. Lì la botta l’ho presa, ma poi, col tempo, ho capito che è stato bene così. Avevo l’altra passione, il disegno”. Ha smesso di dipingere a 16 anni, iniziando il cinema “non riesco a dipingere solo nei fine settimana. Se finisco un film ora inizio a pensare idee cinematografiche, avrei bisogno di due anni di pausa per pensare all’arte, ma la pittura è stata fondamentale per il cinema”.
Il cinema, oggi, lo rende felice, “la componente agonistica ce l’ho e mi è servita anche come regista. Il tennis ti fa crescere. Ti dà disciplina, anche nel dosare le energie. È uno sport in cui sei solo sul campo. Quando giochi a calcio, se un giorno sul campo sei giù l’altro compagno magari gioca bene e ti salvi. A tennis no. E poi, come diceva De Sica, per fare il regista devi avere forma fisica. Io che ho sempre portato la macchina da presa a spalla, sopportavo i 40 chili senza accorgermene, tanta era la passione”.
Ancora ricordi di sport: “Da ragazzino sono andato per la prima volta a Napoli per i tornei internazionali under 16. Sono arrivato in semifinale e dagli ottavi di finale ti davano i soldi, a 13 anni guadagnavi. Mi è anche capitato di fare partite in cui gli adulti scommettevano cifre milionarie su di me. Ricordo dopo una vittoria importante un tizio che aveva un negozio di sport mi portò lì e mi disse ‘prendi tutto quello che vuoi’”. Se il tennis è servito, il cinema lo completa: “Mi realizza, mi aiuta a conoscermi, mi fa viaggiare in tutti i sensi, sia geograficamente che attraverso la mia immaginazione”. Un processo di autoanalisi continuo: “Ogni film affronta la condizione umana, la ricerca di felicità e i conflitti, le paure. Anche Gomorra raccontava a storie di personaggi che vivevano conflitti umani. Devo sempre entrare in relazione con i personaggi che racconto e amarli. Non riesco a giudicarli dall’alto, li devo capire, anche non accettando ogni scelta che fanno, ma comprendo le loro debolezze. Il protagonista di Io capitano, a differenza di altri film in cui i personaggi hanno delle zone grigie, è l'unico ad essere un eroe a tutto tondo. Lo considero il mio film più popolare, perché riesce a raggiungere un pubblico di tutte le età e toccare proprio delle emozioni”.
Agli Efa Garrone ha trionfato nel 2008 con Gomorra, cinque premi, tutte le categorie principali, mentre Marcello Fonte è stato premiato migliore attore per Dogman, nel 2018. “Ho sempre detto che Io capitano dialoga con Gomorra e Pinocchio. Gomorra fu un film dal successo così ingombrante da correre il rischio di diventare un’etichetta. Dopo, ci ho messo quattro anni a fare un altro film. Ho fatto Gomorra con una grande incoscienza, non avevo la consapevolezza di ciò che stavo facendo. Me ne sono reso conto dopo, vedendo anche l'impatto nel mondo. Io capitano invece è un film del quale ho sentito subito le potenzialità. Poi ogni film è sempre un salto nel vuoto, c’è una componente alchemica esoterica, non sai mai che forma prenderà fino in fondo”.
Quella a Berlino è solo una tappa che attraverso il mondo lo accompagna nella corsa agli Oscar. La campagna sarà dura, molti dei rivali sono gli stessi in gara agli Efa. Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema, ha dichiarato che nel caso il film riuscisse ad entrare tra i quindici finalisti, oltre a quello del ministero dei Beni culturali ha chiesto il sostegno di grandi aziende nazionali (“alcune hanno già risposto con entusiasmo”). Sottolinea che si tratterebbe di “un caso unico, che vedrebbe per la prima volta aziende e istituzioni, tra le più rappresentative del Paese, unite per un progetto comune di gran rilievo sociale e culturale”. E intanto il film, che ha girato il mondo ed è stato visto anche da Papa Francesco, avrà una sua proiezione speciale alla Pixar a San Francisco. “Gli Stati Uniti sono una terra di migranti, tutti vi sono andati cercando un futuro migliore, per questo scatta un meccanismo di identificazione. E c’è il tema della schiavitù moderna, che li tocca da vicino. Abbiamo avuto la sensazione che il film sia stato sentito in maniera forte dal pubblico. Sono state tantissime le standing ovation”.