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Tilda Swinton: “Il cinema dev’essere audace, toccare vette intellettuali. Lo star system hollywoodiano? Sono timida, non mi appartiene”

Al ‘Marrakech international film festival’ appena concluso l’attrice londinese è stata protagonista di una masterclass: il nostro incontro con la ‘musa’ di Jim Jarmusch e Luca Guadagnino
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“Non sono una buona bugiarda, quindi dirò la verità: avrei voluto fare solo la performer, e non l’attrice”. Tilda Swinton parte da qui e lo fa con lo stupore negli occhi, la consapevolezza di chi ha vissuto – e continua a vivere – intensamente, di avventure artistiche, di collaborazioni e registi significativi, "sensazionali e immersivi”. Usa questa due parole, nello specifico, quando parla di Luca Guadagnino e Jim Jarmusch.

La incontriamo all’ultimo Marrakech film festival, manifestazione che da anni sostiene e nella quale è stata invitata a tenere una masterclass. Un momento intenso, che diventa anche d’osservazione su se stessa, nel rivedere gradualmente (sempre in piedi) alcuni frame tratti da alcuni suoi film: da Memoria, Orlando, Solo gli amanti…

“Non sono una buona bugiarda, quindi dirò la verità: avrei voluto fare solo la performer, e non l’attrice”. Tilda Swinton parte da qui e lo fa con lo stupore negli occhi, la consapevolezza di chi ha vissuto – e continua a vivere – intensamente, di avventure artistiche, di collaborazioni e registi significativi, "sensazionali e immersivi”. Usa questa due parole, nello specifico, quando parla di Luca Guadagnino e Jim Jarmusch.

La incontriamo all’ultimo Marrakech film festival, manifestazione che da anni sostiene e nella quale è stata invitata a tenere una masterclass. Un momento intenso, che diventa anche d’osservazione su se stessa, nel rivedere gradualmente (sempre in piedi) alcuni frame tratti da alcuni suoi film: da Memoria, Orlando, Solo gli amanti sopravvivono, al recente The eternal daughter, diretta dall’amica Joanna Hogg, qui in giuria, dove si è addirittura sdoppiata in un doppio ruolo madre-figlia. “Ho imparato subito ad adattarmi”, dice, “ma poi il desiderio è stato quello di sconfinare e amare l’improvvisazione”.

A cavallo tra cinema commerciale, indipendente e soprattutto sperimentale: le piace non essere mai uguale?
“Non sono mai stata una snob del cinema, la mia base è ogni volta una specie di esperienza diversa, quasi familiare. Questo è il passo che voglio tenere, questo è il rischio che comporta, si può chiamare coraggio, se vuole. Sa qual è la verità...?”.

Me la dica.
“È che non possiamo sprecare la capacità del cinema di toccare tutti i tipi di dimensioni e forme, le più altisonanti e intellettuali, quanto quelle che fanno boxoffice. Le poche volte che ho lavorato nello star system hollywoodiano, e l'America è un posto molto straniero per me, l’ho visto come un ulteriore evoluzione del mio percorso”.

Oltre trent’anni di carriera, cominciati con un maestro come Derek Jarman: che emozione le fa se ci ripensa?
“È una sfida. È qualcosa a cui sono arrivata, ma non dirò che mi piace, perché c'è qualcosa di piuttosto impegnativo nel guardare indietro al proprio lavoro. Cerco di non farlo, seppur in alcuni momenti mi viene chiesto di contestualizzare, non di difendere ciò che ho fatto, ma di dargli una forma. Lo trovo utile, perché ormai sono in questo settore da così tanto tempo, e posso vedere da lontano, come se fossi in cima a una montagna. Scorgo me stessa giovane, un’aspirante artista alle prime armi, timida e curiosa, ne vedo lo sviluppo, fino a dove è arrivata: la cosa meravigliosa per me è che vedo un vero legame tra le due Tilda, gli inizi e oggi, si uniscono all’unisono, ed è piuttosto commovente”.

Prossimamente la vedremo in The end di Joshua Oppenheimer: che esperienza è stata?
“È il suo primo film non documentario, molto intrigante, lo abbiamo girato quest'anno, uscirà nel 2024. Parla della fine del mondo, riguarda l'ultima famiglia, diciamo uno degli uomini più ricchi d'America, forse del pianeta, era un petroliere, il quale ha provocato però una sorta di disastro ecologico, così da rovinare il clima. Vive con la sua famiglia sottoterra da 25 anni, in un bunker, che sembra la Reggia di Versailles. È un musical, ed io canterò, già”.

Cosa ne pensa del fatto che alcuni festival possano reinventare l’offerta cinematografica, ampliando i linguaggi?
“Penso che dipenda dai programmatori, è il loro momento, ma noi attori, attrici, registi, dobbiamo davvero sostenerli, incoraggiarli, costringerli a essere sempre più audaci nella loro programmazione. E penso che un modo per rafforzarsi sia mostrare l'archivio che abbiamo a disposizione, oltre 100 anni di cinema, sviluppare questa conoscenza, andando in parallelo con ciò a cui assistiamo in termini di modernità, di storie, di personaggi”.

Chi può fare la differenza?
“Il pubblico più giovane. Secondo me può sostenere questa trasversalità e ampiezza di possibilità, possono vedere oltre, attraverso le tante piattaforme di streaming, tipo Mubi, ma in tanti, nello stesso tempo, si stanno (r)innamorando del grande schermo e di un certo tipo di esperienza”.

Ha realizzato un documentario incentrato sul tema dell’educazione.
“Il modo migliore per descriverlo è che è film-saggio, ci siamo mossi in diverse scuole nel mondo. Pongo una serie di domande e dubbi sull'apprendimento, sull'istruzione, ma riguarda in primis la nostra capacità di apprendere, sulla cosiddetta ‘machine learning’. Il mio nome compare come regista, io però ho partecipato facendo parte in un collettivo, il Derek Jarman Lab, all’interno dell’Università di Birkbeck, a Londra. Spero di mostrarlo presto”.

Tempo fa voleva addirittura smettere di recitare per approfondire le cure palliative.
“Onestamente ho sempre desiderato fermarmi, anzi non ho mai avuto intenzione di iniziare, non è una novità. Ci sono altri tipi di strade creative che mi nutrono davvero, produco, scrivo e collaboro in altri modi. Ma è vero che durante il Covid, durante una conversazione con un amico, parlavamo sul fatto che non fosse possibile fare film in quella fase a causa della pandemia, gli dissi che stavo seriamente pensando di rimettere in gioco tutta la mia vita e dedicarmi anche ad altri ambiti. Sono molto interessata su ciò che concerne l’assistenza di fine vita, è qualcosa che sento a livello personale, ne sono stata testimone vedendo i miei genitori, e l’amore, il sostegno, ricevuto dagli operatori sanitari, quando erano ricoverati, ed è stato per me di grande impatto. Non so quanto e questo sarà realizzabile, o nel cercare idee da esplorare, o nell’intraprendere nuove strade, ma per rimane qualcosa di molto importante e concreto”.

È anche voler far parte di qualcosa, no?
“È uno dei motivi per cui mi sento sempre un po' alienata rispetto al resto delle persone, anche quando sento quelli che chiamo ‘veri attori’ parlare della loro professione o missione. Il mio lavoro è rimanere in contatto con le persone, stabilire delle connessioni, sia nell’arte che in ambiti totalmente diversi dal cinema, o dal teatro”.

Ma per molti lei continua a essere un’icona di stile, musa ispiratrice per ogni designer e autore. Si rivede?
“In casa mi vesto come tutti, semplice, ma rimango una persona timida. Infatti quando esco in pubblico ho bisogno di essere circondata dai miei amici, è come una piccola cerchia, indossare a volte i loro abiti è un modo per stare con loro. Non so se sono nella posizione migliore per rispondere. Voglio dire, io sono un dinosauro, non mi occupo di social media e non l'ho mai fatto, non conosco l'impatto che posso o potrei avere, scelgo le cose per come mi fanno sentire”.

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