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Adam Driver è ‘Ferrari’: “Nella testa di un genio che voleva vincere e dimenticare”

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Intervista al protagonista del film di Michael Mann in sala dal 14 dicembre. Enzo Ferrari, le donne della vita, l’azienda. “Aveva la mentalità da pilota per cui non puoi distrarti, devi esserci al cento per cento in ogni momento perché sono in gioco la vita e la morte”
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Enzo Ferrari, il dramma, la velocità, l’ossessione per i dettagli. I problemi con l’azienda, una madre implacabile, un matrimonio rotto, una relazione nuova, il lutto per la morte del figlio Dino, la capacità di guardare, comunque, al futuro. L’ottantenne Michael Mann ha voluto il quaratenne Adam Driver alla guida di un progetto coltivato per per trent’anni. Ferrari, dopo la Mostra di Venezia, è in sala dal 14 con 01 e alla vigilia dell’uscita Driver, anche produttore esecutivo, ci confessa: «Ne sono molto orgoglioso».

Perché è così importante per lei?

«Spesso le persone si lamentano perché non si fanno più film incentrati sui personaggi. Ebbene è esattamente quello che ha fatto Michael: per lui sono preziosi. Questo è uno di quei film che vedevo da giovane, quando pensavo che tutti fossero fatti così. C’è una scrittura profonda, un cast eccezionale. Una storia accessibile a tutti ma rispettosa dell’intelligenza del pub…

Enzo Ferrari, il dramma, la velocità, l’ossessione per i dettagli. I problemi con l’azienda, una madre implacabile, un matrimonio rotto, una relazione nuova, il lutto per la morte del figlio Dino, la capacità di guardare, comunque, al futuro. L’ottantenne Michael Mann ha voluto il quaratenne Adam Driver alla guida di un progetto coltivato per per trent’anni. Ferrari, dopo la Mostra di Venezia, è in sala dal 14 con 01 e alla vigilia dell’uscita Driver, anche produttore esecutivo, ci confessa: «Ne sono molto orgoglioso».

Perché è così importante per lei?

«Spesso le persone si lamentano perché non si fanno più film incentrati sui personaggi. Ebbene è esattamente quello che ha fatto Michael: per lui sono preziosi. Questo è uno di quei film che vedevo da giovane, quando pensavo che tutti fossero fatti così. C’è una scrittura profonda, un cast eccezionale. Una storia accessibile a tutti ma rispettosa dell’intelligenza del pubblico, che non ha bisogno di essere imboccato in ogni momento».

La sfida di questo film?

«Abbiamo girato anche a Modena, dove si trova la sua fabbrica. Ci ripetevamo che non volevamo sbagliare, ma non farci nemmeno schiacciare dalla pressione. Ognuno ha la sua idea di cosa sia la Ferrari. Noi abbiamo creato la nostra e ce ne prendiamo la responsabilità. Tutti penseranno “beh, era più questo, più quello, in realtà non diceva questo”, noi abbiamo voluto raccontare la sua meticolosità, la mentalità da pilota per cui non puoi distrarti, devi esserci al 100 per cento, in ogni momento. Sono in gioco la vita e la morte, c’è spazio solo per la vittoria».

Adam Driver è Enzo Ferrari: "Nella corsa tra la vita e la morte conta solo la vittoria"

Era importante girare in Italia.

«Non so come avremmo potuto farlo negli Stati Uniti. Abbiamo cercato di assorbire il più possibile la cultura per raccontare qualcosa di autentico e rispettoso».

Raccontate Ferrari attraverso il rapporto con le donne.

«Sì, c’è quello con la madre, l’ottima Daniela Piperno, complicato. Con la moglie Laura (Penelope Cruz, ndr.), c’è un dolore per un lutto che ha spaccato la loro relazione, resta il rispetto per il senso degli affari. Con Lina Lardi (Shailene Woodley, ndr.) invece è rilassato, sé stesso, fuori dai problemi della fabbrica».

Come è stato il set?

«Una calura insostenibile e fondamentale. Questo non è un film che potevi girare a Bruxelles e dire che eri in Italia. Ferrari era scaramantico, ripercorreva gli stessi luoghi alla stessa ora e così noi. Il teatro è vicino al suo appartamento, abbiamo girato nel negozio in cui si tagliava i capelli ogni giorno, negli stessi ristoranti. E ci sono i due musei. Tutto restituisce l’eternità di una icona non solo della regione, ma dell’intero Paese».

Maurizio Gucci, che lei ha interpretato in ‘House of Gucci’, Enzo Ferrari. C’è qualcosa in comune tra loro?

«Vengono da mondi diversi ma condividono, almeno all’inizio, un disprezzo per le cose elitarie. Ferrari si era fatto da sé e ne era orgoglioso. E Maurizio penso che all’inizio del film si stesse ribellando a certi aspetti assurdi della ricchezza e del lusso, anche se poi ha finito per lasciarsi sedurre da ciò che odiava. Sono uomini diversi, in momenti diversi della vita. Michael somiglia a Ferrari perché, come un pilota, sul set non ammette intralci, ma ha grande umanità. L’aveva anche Ferrari ma era consapevole dell’immagine che voleva proiettare».

Che ricorda di “Hungry hearts”?

«Era un film piccolissimo, senza soldi, era difficile. Ma mi è piaciuto molto lavorare con Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher, e siamo ancora in contatto. Ricordo i primi incontri, il suo studio pieno di storia del cinema italiano. Amo quei due».

E ora “Megalopolis”, il fantasy politico di Francis Ford Coppola.

«Girare con Francis è stata la migliore esperienza di riprese della mia vita. La dimostrazione di quanto sarebbe facile se molte persone si togliessero di mezzo dal processo di realizzazione di un film. Ed è quello che è successo, perché Francis ha investito i soldi suoi: non c’erano altri interessi. Ha ridotto il rumore sul set, ha potuto fare scelte su cui nessuno interferiva. Il film è creativo, folle, tutto quello che speri di trovare, Francis è generoso, audace, collaborativo. Non vedo l’ora che esca per mostrare al mondo il lavoro incredibile e un po’ selvaggio che abbiamo realizzato».

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