‘Enea’, la nuova sfida (vinta) di Pietro Castellitto. La recensione di Alberto Crespi
di Alberto CrespiA quattro mesi e rotti dall’esordio in concorso a Venezia il secondo film da regista di Pietro Castellitto, Enea, arriva in sala. Nel frattempo il ragazzo ha compiuto 32 anni e non sembra aver minimamente perso la capacità di attirare in egual misura simpatie e antipatie (chi frequenta i social, a suo rischio e pericolo, lo sa).
Capita ai figli d’arte, come se fosse una colpa; e forse capita di più a lui, figlio d’arte “doppio” (i genitori sono la scrittrice Margaret Mazzantini e l’attore-regista Sergio Castellitto) e noto anche in veste di attore, con alle spalle due ruoli assai riconoscibili come quello di Cencio, l’insettofilo di Freaks Out, e quello – nientemeno! – di Francesco Totti nella serie Speravo de mori’ prima.
A quattro mesi e rotti dall’esordio in concorso a Venezia il secondo film da regista di Pietro Castellitto, Enea, arriva in sala. Nel frattempo il ragazzo ha compiuto 32 anni e non sembra aver minimamente perso la capacità di attirare in egual misura simpatie e antipatie (chi frequenta i social, a suo rischio e pericolo, lo sa).
Capita ai figli d’arte, come se fosse una colpa; e forse capita di più a lui, figlio d’arte “doppio” (i genitori sono la scrittrice Margaret Mazzantini e l’attore-regista Sergio Castellitto) e noto anche in veste di attore, con alle spalle due ruoli assai riconoscibili come quello di Cencio, l’insettofilo di Freaks Out, e quello – nientemeno! – di Francesco Totti nella serie Speravo de mori’ prima.
Insomma, Enea fa già parlare e ne sentirete parlare ancora di più, ora che si può vederlo al cinema. E quindi aggiungiamo, al fiume di parole, anche le nostre: è un film notevole, un’opera seconda di rara compattezza, interessante per ciò che racconta e soprattutto per come lo racconta.
Castellitto è uno di quei registi che prendono ogni inquadratura come una sfida: piazzare la macchina da presa in modo “normale” non è previsto, ogni immagine è un azzardo di stile. Vi ricordate quando in Aprile Nanni Moretti, scherzando, si chiedeva “che faccio, oso stilisticamente?”. Ecco: Castellitto osa sempre.
Se dietro questo “osare” non ci fosse nulla, saremmo di fronte a un gioco stucchevole. Ma in Enea c’è tanta roba, come si dice a Roma – sia Sud, sia Nord. C’è uno sguardo crudo e divertito su una città che è un po’ suburra un po’ quartieri alti, e una riflessione ambivalente sulle generazioni, sull’idea stessa di famiglia borghese. La parola d’ordine è “clanico”: la sentiamo nel primissimo dialogo fra Enea (lo stesso Castellitto), il suo migliore amico Valentino (Giorgio Quarzo Guarascio) e la mamma di Enea (Chiara Noschese).
La dimensione di “clan”, che il regista vive ovviamente in senso autobiografico (nel film c’è papà Sergio nel ruolo del padre e c’è il fratello minore Cesare nel ruolo del fratello minore di Enea), è affrontata in modo al tempo stesso partecipe e sprezzante. La famiglia è benestante e intellettuale: il padre è uno psicoanalista perplesso di sé e dei propri pazienti, la madre conduce un talk-show televisivo parlando di libri che forse nemmeno ha letto.
Enea a modo suo li ama, altrimenti non si chiamerebbe come l’eroe che fuggì da Troia portandosi il babbo Anchise sulle spalle, ma è alla perenne ricerca del conflitto: ha bisogno di adrenalina per vivere. Per cui, assieme all’amico Valentino (che, anch’egli, non riesce a emozionarsi nemmeno facendo il pilota d’aereo) entra in un giro malavitoso per smerciare qualche chilo di cocaina “per un amico”. Simili amici, anche se sembrano buoni e cari, sono pericolosi…
Il film vive anche di trovate, come la palma che distrugge la veranda di casa senza che nessuno se ne accorga, il padre che frequenta un club di lusso per motivi altamente insospettabili, il cuoco giapponese di sushi che usa i salmoni per rapporti contro natura.
Ma come si diceva, sia i colpi di scena sia le citazioni (una festa un po’ in stile Grande bellezza, un viaggio in auto molto “tarantiniano”) sono al servizio di una struttura narrativa solida e di una messinscena che concede momenti di umanità a tutti i personaggi, osservati con ironia ma anche con pietà, e senza la minima concessione al voyeurismo. Non a caso lo schermo diventa nero ogni volta che qualcuno bacia qualcun altro: i baci non si ostentano, si può essere teneri solo di nascosto.
Giudizio: 3 stelle e mezza