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Marco Risi: “Ripenso a mio padre Dino, negli ultimi giorni era esausto. E se penso alla fine mi dico contrario all’accanimento terapeutico”

Il regista arriva in sala con “Il punto di rugiada” un film sul rapporto tra le generazioni, una malinconica e tenera ode alla “vecchiaia”. E una dedica commossa ai maestri della commedia all’italiana
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Marco Risi ha scelto un termine scientifico - Il punto di rugiada - per una commedia malinconica su un gruppo di “vecchi” — termine che il regista, 72 anni, preferisce a quello di anziani — in un’elegante casa di riposo romana dove finiscono, ai servizi sociali, due giovani deragliati. Il film è in sala dal 18. «Lo scrittore Enrico Galliano mi aveva raccontato la sua esperienza, ai tempi del servizio civile. La storia mi ha lavorato dentro, intersecandosi con il libro sul rapporto con mio padre, Forte respiro rapido».

Ai personaggi ha dato i nomi dei maestri della commedia all’italiana.

«Massimo De Francovich è Dino. somiglia a mio padre, caustico, sarcastico, severo, di quelli che sanno pesare le persone. Le cose nella sua stanza arrivano dal residence dove mio padre ha vissuto gli ultimi trent’anni. Penso agli album delle foto. Mio padre faceva fotografie a tutti, a Natale ci regalava collage in cui incollava le nostre facce sui busti di Gheddafi o Sandro Pertini, con didascalie …

Marco Risi ha scelto un termine scientifico - Il punto di rugiada - per una commedia malinconica su un gruppo di “vecchi” — termine che il regista, 72 anni, preferisce a quello di anziani — in un’elegante casa di riposo romana dove finiscono, ai servizi sociali, due giovani deragliati. Il film è in sala dal 18. «Lo scrittore Enrico Galliano mi aveva raccontato la sua esperienza, ai tempi del servizio civile. La storia mi ha lavorato dentro, intersecandosi con il libro sul rapporto con mio padre, Forte respiro rapido».

Ai personaggi ha dato i nomi dei maestri della commedia all’italiana.

«Massimo De Francovich è Dino. somiglia a mio padre, caustico, sarcastico, severo, di quelli che sanno pesare le persone. Le cose nella sua stanza arrivano dal residence dove mio padre ha vissuto gli ultimi trent’anni. Penso agli album delle foto. Mio padre faceva fotografie a tutti, a Natale ci regalava collage in cui incollava le nostre facce sui busti di Gheddafi o Sandro Pertini, con didascalie divertenti. Il nome di Pietro evoca Germi, Mario è Monicelli, anche se suonava il piano, Gigi Diberti è Federico, poeta con l’Alzheimer, omaggio a Fellini».

L'intervista. Marco Risi e la sua Roma Nord

Si respira una bella nostalgia.

«Si. Per quel momento, per quel cinema. Anche per questo ho fatto un film doloroso, ma mai triste».

E c’è l’incontro con i due giovani.

«Due cellule impazzite che si ritrovano al cospetto dell’altra generazione. All’inizio sono diffidenti, poi s’instaura qualcosa che si sta perdendo sempre di più, il rispetto gli uni degli altri».

La schiera di attori ottuagenari?

«Ho voluto vecchi dagli ottanta in su, l’eccezione è Maurizio Micheli, che ne ha 76. Avevo qualche timore, ti assicurano se c’è qualcuno che rischia di non farcela durante il set? È andata bene. Sono grandi attori, di teatro e cinema. A Elena Cotta, sul set a 92 anni, doveva scendere i gradini con una valigia piena ho detto “te la senti? E lei “ma tu così mi offendi: un attore deve saper fare tutto in ogni condizione e difficoltà”. È vero. In La stanza del Vescovo mio padre chiese a Tognazzi di buttarsi nel lago Maggiore a novembre, lui si tuffò nell’acqua gelida, gli tiravano secchi di acqua bollente per scaldarlo».

Quanti episodi di vissuta ha messo nel film?

«Ariella Reggio interpreta un personaggio che ha a che fare con mia madre. una moglie che non riconosce più il marito. Una sera festeggiammo il compleanno di mia madre al ristorante, c’era mio padre, erano separati da anni ma lui era affettuoso, le prendeva la mano. Il giorno dopo lei mi chiamò: “Marco ma quel signore così carino chi è?”. Papà non volle crederci, ho visto nei suoi occhi lo sconforto “ma che cazzo dici?”. Ma da lì la memoria di mamma iniziò a evaporare».

Scene di vita di suoi papà?

«Ai funerali di Pasquale Festa Campanile ho visto entrare Mario Monicelli che si è guardato intorno, ha puntato quello ridotto peggio, gli ha indicato la bara facendo il segno: “Il prossimo sei tu”. “Chi dice ma in cul ce l’ha” è una frase che mi diceva papà quando ero dubitabondo. Erano spiriti duri e cinici, ma si volevano bene».

Il regista italiano Dino Risi e il figlio Marco leggono un copione nel salotto della loro abitazione. 1983 

Si frequentavano.

«C’era il gruppo della trattoria romana Otello: Monicelli, Scarpelli, Age, Benvenuti, Pirro, De Bernardi. Chiacchieravano, litigavano. Papà andava meno, “ ma che vado a fare lì, a villa Arzilla»”.

Molti hanno sofferto di depressione.

«Mio padre provò a dare a Gassmann il peggiore consiglio possibile: “Non ci pensare”, che è ciò che non si riesce a fare. Dino però ci riusciva, malgrado qualche malinconia. Alla fine era stanco, voleva smetterla. Non so se si sia aiutato, in qualche modo, non mi meraviglierebbe. Non ho indagato, non ho guardato se nei cestini ci fossero boccette. Lì per lì non ci ho pensato».

E poi perché ci ha pensato?

«Lui lo paventava, nelle telefonate, Mi diceva che era stufo, gli chiedevo di resistere per me, ricominciare a mangiare. Aveva smesso, mio fratello tornava dal mare per ordinargli al ristorante, mia zia Edith e Nelo stavano andando quando li hanno avvisati che papà non stava bene. Lo hanno trovato sdraiato sul divano, con il libro di Nelo in mano».

Lei ha detto ai suoi amici “se mi rincoglionisco sopprimetemi”.

«Non accetterei una vita da vegetale, vorrei accorciare di tempi, nessun accanimento terapeutico. Sono arrivato al punto in cui la mia bella vita l’ho vissuta, posso andare avanti, ma se tutto funziona».

Suo padre non si sentiva solo.

«Gli mancavano i film, alla fine avrebbe voluto farne uno sui vecchi, La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, questo vecchio che sta male mentre intorno tutto parla di gioia e felicità perché la figlia si deve sposare. Aveva pensato a Giancarlo Giannini come protagonista».

Suo padre ha girato “La marcia su Roma”. Un film che legge il presente?

«Io mi allontano sempre di più dalle faccende politiche. Non voglio diventare qualunquista, ma non mi piace niente di quel che sta succedendo, da una parte e dall’altra. Se devo scegliere un suo film in cui leggere il presente penso a Una vita difficile, Alberto Sordi interpreta un uomo con con idee progressiste, di sinistra, tutto d’un pezzo. Poi si sposa, iniziano le difficoltà, la moglie lo rimprovera, capisce che “chi se ne frega” dell’idealismo. passa al servizio del Berlusconi dell’epoca Claudio Gora, che lo convince a diventare altro da se, nel benessere. Ma alla fine quel personaggio si riscatta. In quel film ci sono tanti passaggi che abbiamo visto e vediamo fare. Penso a tutti quelli di Lotta continua che sono finiti a Mediaset. La vita continua, per citare un altro titolo».

Suo prozio Guido preparò un attentato a Mussolini.

«Aveva trasportato una valigia con esplosivo in treno per fare un attentato al Duce, che fallì, li beccarono, ma lui si salvò perché mio nonno era stato medico di Mussolini, avevano fatto la guerra quando Benito era ancora socialista. Poi nonno se ne staccò, andava ai comizi ma non si toglieva il cappello, lo salvava dalle manganellate il cugino squadrista, Sigfrido».

“Scemo di guerra” ebbe una grande influenza su Beppe Grillo.

“Claudio Bisio sostiene che Grillo, incontrando Coluche che si candidava sindaco di Parigi, decise che anche lui avrebbe tentato una carriera politica».

C’è una figura in cui ritrova la generazione di suo padre?

«Papa Francesco. In fondo è rimasto l’ultimo comunista. Ha fatto una visita a Edit Bruck con la sua macchinetta, senza scorta, la gente non ci credeva a quell’omone che entrava nel portone e suonava il citofono. Aveva letto una sua intervista e voleva conoscerla. Quella sera c’ero anch’io. Gli ho detto “santità ma lei da argentino, forse da giovane avrà visto Il sorpasso. Gli argentini lo anno amato, a chi guidava male gridavano “Sorpasso” come un insulto. E lui mi disse “come no, tutte quelle curve”. Questa cosa lo aveva colpito, in Argentina non ci sono curve, è tutta dritta fino in Patagonia».

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