Quelli che non tornano. Il corpo sopravvive, l’anima resta imprigionata per sempre nell’orrore. Accade in ogni guerra. Avviene oggi nelle trincee spettrali dell’Ucraina e tra i palazzi sventrati di Gaza. Ma era così pure nel passato e chi ha conosciuto qualcuno dei reduci della Russia o di El Alamein, ha incontrato lo sguardo che non apparteneva più a nulla, estraneo alla realtà e scavato da lunghe notti popolate da incubi. Persone divise, che proseguivano l’esistenza ma avevano lasciato la testa china sui campi di morte. Non volevano parlarne, anche per la convinzione che nessuno avrebbe capito. Sono stati quasi sempre ignorati dalla letteratura e dalla cronaca, abbandonati nel loro baratro che in alcuni casi esplodeva in follia violenta contro se stessi o contro gli altri. Soltanto il Vietnam li ha resi protagonisti. E uno dei racconti più profondi di questa condizione resta Il cacciatore di Michael Cimino, che dal 22 gennaio per tre giorni tornerà nelle sale in una versione restaur…
Quelli che non tornano. Il corpo sopravvive, l’anima resta imprigionata per sempre nell’orrore. Accade in ogni guerra. Avviene oggi nelle trincee spettrali dell’Ucraina e tra i palazzi sventrati di Gaza. Ma era così pure nel passato e chi ha conosciuto qualcuno dei reduci della Russia o di El Alamein, ha incontrato lo sguardo che non apparteneva più a nulla, estraneo alla realtà e scavato da lunghe notti popolate da incubi. Persone divise, che proseguivano l’esistenza ma avevano lasciato la testa china sui campi di morte. Non volevano parlarne, anche per la convinzione che nessuno avrebbe capito. Sono stati quasi sempre ignorati dalla letteratura e dalla cronaca, abbandonati nel loro baratro che in alcuni casi esplodeva in follia violenta contro se stessi o contro gli altri. Soltanto il Vietnam li ha resi protagonisti. E uno dei racconti più profondi di questa condizione resta Il cacciatore di Michael Cimino, che dal 22 gennaio per tre giorni tornerà nelle sale in una versione restaurata.
"Il cacciatore", il trailer del capolavoro di Michael Cimino
È un film straordinario sotto ogni aspetto, girato nel 1978 e vincitore di cinque Oscar: un caposaldo nella narrazione del conflitto vietnamita, precedente e forse superiore ad altri capolavori come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola e Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. La storia dei tre amici che partono per il fronte da un paesone della Pennsylvania è tornata di terribile attualità in questa stagione che vede milioni di persone abbandonare la quotidianità per imbracciare le armi. I personaggi incarnano le diverse ferite fisiche e psicologiche che vengono inflitte alle persone: non si può uscirne indenni, il male attanaglia tutto.
Mike, interpretato da Robert De Niro, entra nei Berretti Verdi e si tramuta in un guerriero: lotta, proteggendo i suoi compagni, e non pensa ad altro. Una metamorfosi che si coglie già nella scena della caccia, in un contesto idilliaco, quando esibisce una sorta di etica bellica di rispetto del nemico: «Bisogna usare un colpo solo, il cervo non ha un fucile». La trasformazione è completa nel momento dell’attacco al villaggio, quando combatte da solo come un automa e passa tra i suoi amici senza neppure riconoscerli. Comprende la sua condizione solo quando ritorna al paese, rendendosi conto di non essere più parte di quella vita senza guerra: lo stesso trauma dell’artificiere di The Hurt Locker, ambientato però in Iraq trent’anni più tardi.
Steve – John Savage - viene portato al sicuro da Mike, ma perde le gambe e l’uso di un braccio. In patria non vuole uscire dall’ospedale e chiude con il mondo esterno: una sorte comune in questi mesi a migliaia di mutilati russi e ucraini. La parte di Nick – per cui Christopher Walken ha ottenuto l’Oscar – è quella più sconvolgente: diserta e scompare a Saigon, imprigionato nell’imminenza della morte. Mike-De Niro torna nella capitale vietnamita che sta per cadere, atterrando sul celebre tetto dell’ambasciata dove tutti fuggono, lo trova e tenta invano di portarlo via.
La chiave del film è nella roulette russa: un solo proiettile nel tamburo, la canna appoggiata alla testa. Prima una crudele tortura dei carcerieri viet ai prigionieri americani; poi l’assurdo azzardo a cui Nick-Walken si sottopone nel disprezzo dell’esistenza e che pure l’amico accetta pur di provare a strapparlo dall’incubo. «Andiamo a casa», gli ripete impugnando il revolver. La roulette russa è la perfetta metafora della guerra: la casualità della sorte, che può ucciderti in qualsiasi momento. Non contano preparazione ed equipaggiamenti, la vita è appesa al filo in balia di un destino che non concede speranza mentre tutto viene schiacciato dalla brutalità. “Siamo tutti soltanto ombre: chi canta, i vivi, i morti… Nient’altro che ombre in movimento…”, riflette uno dei marines nello splendido romanzo Matterhorn di Karl Marlantes.
Dopo Il cacciatore, Hollywood ha inondato gli schermi con altre storie di reduci in varie declinazioni – da Rambo a Nato il quattro luglio – e l’attenzione al tema è esplosa dopo le campagne in Iraq ed Afghanistan. Ora il male dei superstiti viene trattato come una forma di “disagio mentale” – così lo chiama l’Istituto superiore di Sanità - definito Ptsd, ossia stress da disordine post traumatico: un terzo dei veterani ne soffre. Ancora non si conosce una cura definitiva: il Pentagono ha appena approvato una terapia sperimentale basata su ecstasy e funghi allucinogeni, quasi paradossale pensando agli strascichi dell’eroina sui fanti di Saigon. Ne Il cacciatore l’equilibrio sembra tornare solo dopo il funerale di Nick, nel brindisi alla sua memoria che infine restituisce un sorriso agli amici riuniti. Ma la realtà, di ieri e di oggi, è molto più dura.