Michela Giraud: “‘Flaminia’, gli hater, Elio e quella volta che Max Tortora mi è apparso come la Madonna”
di Chiara UgoliniRoma nord come la grande mela, lo shopping compulsivo come in Sex and the city, dove la forma è tutto, l’apparenza è tutto e c’è un’unica regola: bisogna essere “flawless”… senza difetti. È ambientato in questo mondo immaginario eppure molto reale il film con cui Michela Giraud, comica di Colorado e Lol, debutta alla regia.
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Flaminia, nelle sale l’11 aprile distribuito da Vision, ha per protagonista una trentenne ossessionata dalla forma fisica e soprattutto ricca o meglio arricchita, che sta per sposarsi con Alberto, il figlio di un importante diplomatico regalando all'intera famiglia (la madre è Lucrezia Lante Della Rovere, il padre è Antonello Fassari ) la tanto agognata scalata sociale. Pochi giorni prima però le piomba a casa la sorella Ludovica (Rita Abela) nello spettro autistico, tornata a casa dopo aver dato fuoco a un materasso nella comunità. Ludovica irrompe nella vita di…
Roma nord come la grande mela, lo shopping compulsivo come in Sex and the city, dove la forma è tutto, l’apparenza è tutto e c’è un’unica regola: bisogna essere “flawless”… senza difetti. È ambientato in questo mondo immaginario eppure molto reale il film con cui Michela Giraud, comica di Colorado e Lol, debutta alla regia.
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Flaminia, nelle sale l’11 aprile distribuito da Vision, ha per protagonista una trentenne ossessionata dalla forma fisica e soprattutto ricca o meglio arricchita, che sta per sposarsi con Alberto, il figlio di un importante diplomatico regalando all'intera famiglia (la madre è Lucrezia Lante Della Rovere, il padre è Antonello Fassari ) la tanto agognata scalata sociale. Pochi giorni prima però le piomba a casa la sorella Ludovica (Rita Abela) nello spettro autistico, tornata a casa dopo aver dato fuoco a un materasso nella comunità. Ludovica irrompe nella vita di Flaminia con la forza di un terremoto, mettendo a nudo tutte le ipocrisie con cui lei credeva di convivere benissimo. Nel film c’è Andrea Purgatori, il giornalista morto lo scorso luglio a cui la regista ha voluto fare una dedica, che interpreta il padre del futuro sposo, Alberto. Che è interpretato a sua volta dal figlio di Purgatori, Edoardo.
Chi è Flaminia e perché ha chiamato così la sua protagonista?
"Flaminia è il classico nome da fighetta, è un nome che identifica una personalità, per lo meno a Roma è espressione di un ambiente alto borghese ed è l’insieme di tante persone che ho conosciuto. Ho pensato che volevo vedere cosa sarebbe successo a una Flaminia di fronte a un imprevisto così grande. Si fosse chiamata Vanessa o Benedetta non mi avrebbe incuriosito come Flaminia che si misura con la diversità”.
Perché ha deciso di dirigerlo?
"All’inizio non dovevo essere io, non l’avevo mai fatto, non sono nata per questo, non avevo di certo l’arroganza di dire lo giro io. Mi hanno convinto i miei produttori Stefano Basso e Giuseppe Saccà quando mi hanno detto che con questa storia così personale sul set avrei passato più tempo a dire come avrei voluto raccontare le cose piuttosto che dirigerlo direttamente. Io però li ho avvisati #senzapretese! Ho avuto a disposizione una squadra eccezionale dall’aiuto Giuseppe Costantino fino a tutti i caporeparto che hanno sposato in pieno la causa di un’opera prima”.
Ha dedicato il film a sua sorella Cristina. Quanto c’è di lei nel personaggio di Ludovica?
"C’è molto, ma non c’è tutto. Se fosse stato un film tutto su mia sorella sarebbe stato un documentario. Inoltre non sarebbe stato possibile per l’attrice che interpreta Ludovica, Rita Abela, ricreare una copia di Cristina. Se no avremmo usato l’intelligenza artificiale. Io mi sono ispirata a mia sorella in una chiave favolistica perché al cinema non interessa la realtà, ho raccontato l’elemento più sentimentale del rapporto perché mia sorella è di una complessità che è impossibile da replicare. Spesso si parla di disabilità in due chiavi o pietistica o superomistica, io non volevo nessuna delle due. Volevo che la storia di Ludovica facesse arrabbiare, facesse ridere, facesse commuovere. Ho cercato di non essere vera, ma autentica nel racconto”.
Cristina è venuta sul set?
"Certo. È venuta l’ultima settimana di riprese quando anche io mi ero un po’ ambientata”.
Nel film, come nei suoi spettacoli, si scaglia contro certe etichette vedi “curvy” e “body positivity”. Gli anni passano ma la questione del corpo femminile non si risolve.
"Questa concezione del corpo è un’ossessione e lo sarà sempre. Esco ora dalla palestra, dove ero circondata da seni rifatti e donne magrissime, la questione dell’apparenza non si risolverà mai anche perché è quello su cui gira il marketing. Il nostro senso di inadeguatezza è quello che poi ci fa comprare. La questione del corpo è qualcosa con cui dobbiamo convivere perché non andrà mai via, però la gente si è un po’ rotta le palle di essere vista come clientela. In questo film io ho voluto raccontare una storia non cavalcare questo ragionamento. Quello che non mi piace delle etichette è che ti danno un inizio e una fine mentre non abbiamo idea di cosa ci può succedere domani”.
Qual è il cuore della storia allora?
"Il rapporto tra sorelle, avere oggi trent’anni, perché i trentenni sono un pubblico un po’ dimenticato. Volevo fare un film che parlasse a loro. Io non sto vendendo una crema, sto raccontando una storia. Non voglio che il pubblico si senta un cliente. Nella mia storia c’è spazio anche per questo tema perché la mia vita è stata questo, con questo metabolismo, con questo disagio se vuoi come tante persone. Voglio che gli spettatori si riconoscano nella storia non in un claim perché il pubblico di adesso è molto selettivo, molto intelligente”.
Quando ha capito che faceva ridere gli altri?
"Alle elementari. Ero piuttosto scatenata, facevo le voci, prendevo in giro un po’ i maestri, quelli che si facevano prendere in giro. Avevo un’insegnante di matematica che ci terrorizzava, a me meno perché le materie scientifiche mi piacevano… Alle scuole medie poi è stato il trionfo dell’idiozia, ma anche al liceo e all’università ho sempre cercato di fare casino, mi è sempre piaciuto”.
E il momento in cui ha capito che far ridere poteva diventare un mestiere?
"Quando ho fatto Colorado, ho letto il contratto, c’era un compenso. Mi sono detta ‘oddio, sta succedendo’. L’ho detto al mio maestro, Saverio Raimondo, ‘allora questo sarà il mio lavoro?’ E lui mi ha risposto ‘se ti pagano sì’”.
C’è stato un momento tipo Fantastica signora Maisel in cui si è ritrovata la sua famiglia nel pubblico senza saperlo?
"Purtroppo no. L’ho sempre saputo. Tanto che una volta mia mamma è venuta a vedere un monologo ed è scappata piangendo e mi ha detto ‘ti prego non dire più quelle cose’. Io le ho mentito e ho continuato a dirle”.
E il film l’ha visto?
"No. (ride) Eccoci qui”.
Quanto è più difficile la stand up comedy in Italia rispetto all’America?
"E chi lo sa? Chi c’è mai stato? Da un lato direi più difficile qui, perché lì c’è una tradizione, è più diffusa, ma allo stesso tempo c’è un livello altissimo quindi il confronto è duro. C’è gente che fa cinque sere a settimana io mi ritengo fortunata se ne faccio una o due. Onestamente non so se sarei all’altezza”.
Maya Rudolph sostiene che da quando esistono i social è diventata più dura per i comici.
"Questo è vero. Però credo che se si studia, se si lavora e c’è devozione alla materia, sì è dura ma vieni ripagato. È un mestiere che richiede molto impegno. Bisogna essere molto rispettosi di quello che si fa, approcciandosi anche agli altri media. Uno può avere anche un’esplosione di popolarità, ma è il maratoneta che funziona non lo scattista”.
Con gli hater come va?
"Bene, benissimo. Mi divertono. Adesso ci sono persone che mi scrivono che il mio film fa schifo, ma almeno vedetelo prima, almeno fatelo uscire. All’inizio era anche una forma di autopunizione ma poi quando lo vedo sui miei colleghi mi chiedo ‘ma perché?’ Sono arrivata alla conclusione che sia frutto della frustrazione di qualcuno che pensa che avrebbe potuto farlo anche lui, ma non l’ha fatto. Comunque come dice Fedez ‘se non hai gli hater non sei nessuno’.
La serata più tragica?
"Il festival di cabaret di Grottammare. Lo racconto sempre. Perché io ho fatto due uscite al festival di cabaret di Grottammare: la prima volta portai un monologo sull’ansia e andò benissimo, la seconda volta invece andai lì con un personaggio, una ragazza di Roma nord che si chiamava Claudia, e poi un monologo sul teatro. Entrambi i temi perché dovevano interessare il pubblico di Grottammare? C’è un mio amico che me lo dice sempre ‘io non mi scorderò mai quel gelo’. Avete presente DiCaprio che dice ‘Signorina Rose lei si è mai gettata nell’acqua gelata è come avere il corpo trafitto da mille lame’? Ecco a Grottammare è stato così, sono scesa dal palco e ho detto ‘io non l’ho faccio mai più’. In quel momento mi venne in soccorso Max Tortora che mi disse ‘Sei molto alta’, ‘in che senso?’. ‘No di contenuti. Farai una grande carriera, te lo garantisco, io sono sensitivo’. E se ne andò. Per me fu come vedere la Madonna. Il giorno dopo feci il monologo sull’ansia, a condurre c’era Giorgia Palmas io le strinsi la mano poi salii sul palco e dissi ‘scusate se mi tocco il viso ma questa mano ha toccato Giorgia Palmas, tante volte divento una fregna pure io’. E la gente ha riso. Ha funzionato”.
Lol che esperienza è stata?
"Un’esperienza che mi ha cambiato la vita, sotto tutti i punti di vista. Non avevo mai avuto un’esposizione del genere, è stato come fare un master in dodici ore".
La cosa più difficile?
“Creare un’alchimia con persone di cui avevo il poster in camera. Io con Elio non parlavo perché avevo troppa reverenza quando ho fatto davanti a lui il ‘mignottone pazzo’ è il momento che mi porterò nella tomba”.
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Adesso c’è il suo compagno di scuola, Edoardo Ferrario.
"Edoardo fa morire dal ridere e questo Lol fa morire dal ridere. Io ho visto i primi due episodi poi ho dovuto fermarmi perché ho gli amici che lo vogliono vedere con me. A Edoardo voglio proprio bene, io ho iniziato a fare questo lavoro perché ha iniziato lui, che è bravissimo, è un fuoriclasse. Comunque il cast di questa edizione è eccezionale, tutto”.
Come dice nello show ha fatto di tutto: cabaret, tv, cinema ora anche il film da regista che rimane? Qual è il sogno nel cassetto?
"Mi manca la danza, voglio fare il musical. La mia maestra di danza di quando ero bambina, che non si chiamava Pina le ho dato un nome finto, ormai credo che sia morta quindi potrei riprendere… A parte gli scherzi il sogno nel cassetto, quello vero, è di essere diretta da Paolo Sorrentino. Però sono quelle cose che più le dici e meno si avverano”.