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Milena Vukotic: “La mia Pina Fantozzi così patetica ma tanto amata dal pubblico perché leale. Paolo Villaggio mi manca, intelligente e sagace”

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Una delle interpreti più prestigiose del nostro spettacolo si racconta. Gli inizi nella danza, la folgorazione con ‘La strada’, l’amicizia con Giulietta Masina, i set con i grandi maestri. “E quella notte in cui Nureyev ubriaco si mise a ballare sull’isola Tiberina”
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Milena Vukotic, il 3 maggio riceverà il David di Donatello alla carriera. Un bel riconoscimento.

“Altro che, è un evento formidabile per me. Sono molto emozionata e da quando l’ho saputo sono anche distratta rispetto allo spettacolo teatrale”.

È un buon modo anche celebrare gli 89 anni, il 23 aprile. Come festeggerà?

"Nel miglior modo possibile: sul palco”.

È soddisfatta della sua carriera cinematografica da cento titoli?

“Sì, ho lavorato con grandi artisti, magari avrei voluto essere più attiva, con più personaggi da protagonista e meno caratteri. Ma forse è dovuto al mio aspetto fisico fuori moda rispetto ai canoni del cinema anni Sessanta”.

In “Venga a prendere il caffè da noi” lei era una delle “tre bruttezze”, alle colleghe misero trucco e protesi, a lei no e questo la colpì.

“Come nel romanzo di Piero Chiara, i tre personaggi erano tre emblemi della disarmonia e della bruttezza. Angela Goodwin, le misero una pro…

Milena Vukotic, il 3 maggio riceverà il David di Donatello alla carriera. Un bel riconoscimento.

“Altro che, è un evento formidabile per me. Sono molto emozionata e da quando l’ho saputo sono anche distratta rispetto allo spettacolo teatrale”.

È un buon modo anche celebrare gli 89 anni, il 23 aprile. Come festeggerà?

"Nel miglior modo possibile: sul palco”.

È soddisfatta della sua carriera cinematografica da cento titoli?

“Sì, ho lavorato con grandi artisti, magari avrei voluto essere più attiva, con più personaggi da protagonista e meno caratteri. Ma forse è dovuto al mio aspetto fisico fuori moda rispetto ai canoni del cinema anni Sessanta”.

In “Venga a prendere il caffè da noi” lei era una delle “tre bruttezze”, alle colleghe misero trucco e protesi, a lei no e questo la colpì.

“Come nel romanzo di Piero Chiara, i tre personaggi erano tre emblemi della disarmonia e della bruttezza. Angela Goodwin, le misero una protesi in bocca, truccarono Francesca Romana Coluzzi per imbruttirla. Io andavo bene così com’ero. Mi ha fatto anche ridere, anche perché le trasformazioni fanno parte del nostro mestiere. Ma mi sarebbe piaciuto trasformarmi in una donna affascinante, fatale”.

Per questo fece il famoso servizio di nudo su Playboy?

“Ribadisco che fu un servizio fatto per caso, il fotografo Angelo Frontoni disse: ma ti fanno sempre fare le parti da patetica bruttina, fai delle foto con me? Mi mise dietro dei quadri di Klimt. Poi le fece vedere a Playboy, mi chiese il permesso di pubblicarle. Io chiesi che avesse un senso, chiesero a Blasetti delle foto in cui mi avevano conciato da brutta. Poi mi è dispiaciuto apparire così, non ero neanche stata pagata. Ho avuto aspri rimproveri da quasi tutti gli amici. Non so se lo rifarei”.

Fellini le disse “nei limiti della decenza bisogna fare tutto”. Lei pensa di averlo fatto?

“Questo consiglio l’ho seguito, sì. Rina Morelli diceva: bisogna andare a teatro per capire quello che non bisogna fare. Posso dire che a volte ho avuto meno piacere, a volte dispiacere, ogni volta ne ho tratto un insegnamento”.

Tornando al corpo inteso come strumento: lei ha iniziato danza classica giovanissima.

"Ero magrolina, fragilina, mia sorella continuava a dire che dovevo studiare danza. Così è stato. Una grande scuola di disciplina, di lavoro sui propri limiti, è una cosa contro natura, il corpo è continuamente addestrato ad andare oltre. Un attore può barare, un ballerino classico no perché il corpo ha delle regole ed esigenze. Nell’Ottocento la donna era vista come un essere spirituale e che si elevava dalla terra, mentre l’uomo l’aiutava ad essere elevata. Ho ballato nella compagnia del marchese di Cuevas".

Qualche avventura vissuta per il mondo?

“Con la compagnia del marchese di Cuevas viaggiavamo per il mondo, con l’orchestra. Noi viaggiavamo in aerei non sicuri, i costumi ci seguivano con la nave. Ricordo che a Buenos Aires avevamo una prima molto importante e i vestiti non arrivarono. Lui s’inventò: facciamo vedere com’è la vita di un ballerino: andammo in scena con le nostre calzamaglie bucate e le facce stanchissime, i ballerini sono sempre stanchi. Sul palco ci siamo messi a fare gli esercizi con il pianista, che sono abbastanza disarmonici. Il pubblico si è seccato, ha iniziato a gridare “el circo”, che sembravamo il circo. Poi invece siamo andati avanti e il pubblico si è entusiasmato, sono venuti in scena ad abbracciarci. È stato un momento straordinariamente emozionante”.

Ha lasciato tutto per inseguire il cinema, folgorata da "La strada”. Cosa la colpì in particolare?

“Ero in Francia, ormai da tre anni facevamo gli stessi tour. Ero digiuna di cinema, La strada mi ha sconvolto l’anima. Avevo sentito parlare di Fellini ma non avevo mai visto un suo film. Mi sconvolse la capacità profonda di connettersi con l’intimo delle persone. La scena del matto che dice a Giulietta: tutti siamo utili in questo mondo, anche questo sassolino. Tutto vale la pena di essere vissuto e tutti siamo utili in questo mondo, questo mi ha conquistato. Avevo anche fatto corsi di teatro. Sono figlia di artisti, papà scriveva per il teatro, mamma era pianista e compositrice, il teatro è stata la base della mia educazione. Mia mamma si era trasferita a Roma, Fellini era a Roma e io avevo bisogno di misurarmi con questa nuova cosa. Anche se non conoscevo nessuno”.

Il rapporto con Fellini le ha cambiato la vita.

"Ho tanti ricordi, ci siamo frequentati per tanti anni. Giulietta era nata lo stesso giorno di mia mamma, così le facevo sempre una crostata. Federico mi ha sempre aperto le porte di casa sua, quando avevo bisogno di un consiglio diceva ‘vieni qui’. Quando mi chiamò Bunuel mi disse ‘è il regista che stimo di più, è riuscito a trasformare i sogni in realtà e viceversa’. A Parigi incontro Bunuel, che non conoscevo, gli porgo i saluti di Fellini, lui mi dice ricambio la stima, la parata dei vescovi è un momento di cinema sublime. Entrambi volevano sapere l’età dell’altro…Un giorno in cui ero a casa di Federico, succedeva spesso perché c’erano sempre persone spiritose e giocose come lui, stava preparando il Satyricon e la sua segretaria e sceneggiatrice gli disse “me ne devo andare per una settimana”. Io gli dissi “se vuoi ti aiuto io”. Lui accettò, così gli ho fatto da assistente, smistavo le lettere, gli scrivevano in tantissimi, mi diceva ‘leggile e dimmi che ne pensi’. E telefonate... quante ne riceveva…”.

Cosa l’ha colpita?

"Riceveva tutti e rispondeva quasi a tutti. Aveva una grandissima sensibilità. Arrivava ogni tipo di persona, un giorno si è presentato un gigante, Federico sembrava un bambino vicino a lui. Queste cose straordinarie non erano solo il cinema, ma anche la vita quotidiana di Fellini”.

Lei organizzò una famosa cena con Fellini e Villaggio, scusandosi per non aver trovato il pesce impossibile che il regista le aveva chiesto per scherzo. Villaggio la volle come la Pina del suo Fantozzi.

“Paolo è stata una persona straordinaria, importante nella mia vita, l’ho amato e mi manca. Le scene con lui erano intense, il mio era un personaggio drammatico, patetico e tuttavia molto amato dal pubblico perché fedele al sentimento di affetto, è leale e resiste a tutte le ingiustizie e traversie che lui attraversa. Anche se Paolo scrisse quella battuta tremenda, per raccontare l’impossibilità di essere veramente amato da chiunque. Lui le chiede se lei lo ama, lei risponde “ti stimo tanto”. Paolo ci teneva moltissimo a questa battuta, la citava spesso”.

Cosa le manca di più di lui?

"La sagacia, l’intelligenza. Mi dispiace che nell’ultimo periodo era triste, si era trasferito in una casa che non gli piaceva. Anche se non lavoravamo insieme da tanto tempo di sentivamo. Avevo promesso di andare a trovarlo, ma ero sempre in tournée. E quando sono tornata lui se n’era andato. Ne ho sofferto”.

E invece che ricordo ha di Lina Wertmüller?

“Molto allegro. Vinsi una borsa di studio in televisione, sei mesi. Alla fine, me ne andai a trovare mio padre a Belgrado, papà era jugoslavo. Appena arrivata ricevo una telefonata, è Lina Wertmüller che mi vuole per Giamburrasca, mi chiede di cantare al telefono. Io rispondo neanche per sogno, ma torno a Roma per incontrarla. Lina viveva ancora con la famiglia, il padre avvocato, aveva una stanzetta sua con un pianoforte. Arrivo e ci trovo Nino Rota, che era venuto per me, per sentire se fossi in grado di cantare quelle canzoncine”.

Andò bene. Il set com’era?

"Esperienza magnifica, otto episodi con Rita Pavone per cui ho auto sempre una ammirazione sconfinata: personalità immensa, persona vera, pura, simpaticissima. Negli anni è venuta a trovarmi a teatro, l’ultima volta a fine gennaio, quando ho finito Così è se vi pare e una settimana dopo ero già nella ripresa di A spasso con Daisy”.

Con Bernardo Bertolucci ha girato nel1967 “Agonia”, nel film “Amore e Rabbia”.

“La mia agente mi chiamò, Bertolucci voleva lavorare con Natalia Ginzburg che però non poté, così chiamarono me per questo ruolo di infermiere. C’era il leader dei Living Theatre, la compagnia anarchica americana, Julian Back che interpretava un vescovo morente, io nel ruolo di infermiera che avrebbe dovuto essere la Ginzburg. I ballerini interpretavano i rigurgiti della coscienza di lui, erano trenta artisti che si esibivano in espressioni e movimenti e danze completamente libere. Quel set fu un caso, una folla che ondeggiava, chi era nudo, chi in calzamaglia, chi con vestiti orientali, qualcuno in estasi, altri immobili, uno si mise a vomitare. Il direttore della fotografia chiese a Bertolucci di dare un minimo di ordine perché non riusciva a filmare e quando lui diede lo stop una ballerina si ribellò urlando, dicendo che la loro era stata sempre una compagnia libera e non accettava di sottostare a regole cinematografiche. E se ne è andata. Bernardo non perse un filo di calma. Sempre caro, dolce, gentile”.

Nel suo album di ricordi c’è Nureyev che balla per lei all'Isola Tiberina.

“È andata in modo meno poetico. Nureyev a Parigi era riuscito a scappare dalla sua compagnia che voleva rimandarlo in Russia per motivi politici. Riuscì ad avere asilo in Francia. La prima compagnia che lo ha ospitato era la compagnia del marchese, che io avevo lasciato. Quando sono venuti a Roma - Rudy ballava con la Fracci - una comune amica che ospitavo a casa mia mi ha proposto di andare a vederlo. Rudy ci chiede di cenare insieme, un giorno. Siamo andate a prenderlo dopo lo spettacolo con la mia 500 sull'Appia Antica, abbiamo cenato, loro hanno bevuto e parlato tanto, in inglese e russo. Al ritorno, erano le due di notte, lui non voleva andare in albergo, aveva bevuto molto. Lo portammo sull’Isola Tiberina, noi sfinite, lui pieno di energia. Raccoglie un giornale, ci fa un cappello e se lo mette in testa, inizia a ballare nella notte, sull’Isola vuota. Avrei voluto essere meno sfinita per apprezzare la poesia del momento”.

Nella sua filmografia avrebbe potuto esserci Paolo Sorrentino.

"Erano i tempi de La grande bellezza. Ma non è successo perché io in quel periodo dovevo lavorare in contemporanea in televisione. Lui disse “magari riusciamo a superare questo problema”, poi non mi ha più chiamato. Avrei dovuto fare la parte di una santa. Mi è dispiaciuto molto che non siamo riusciti. Ma fa parte del gioco. Avrei voluto lavorare con lui, con Moretti, Amelio, Bellocchio… ce ne sono tanti di registi che stimo”.

Ha girato il graziosissimo corto ‘Il coupon della felicità’ di Agostino Ferrente. Che cosa vorrebbe ci fosse nel suo coupon della felicità?

"Vorrei fare ancora cinema. Quando ne faccio parte sono sempre entusiasta e appagata. Da quando ho cominciato a frequentarlo, mi ha sempre colmato”.

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