Riccardo Scamarcio: “Ho preso tanti schiaffi, sbagliato e fallito. Ma non ho mai rinunciato agli ideali”
di Arianna FinosRiccardo Scamarcio, Sei fratelli di Simone Godano (in sala il primo maggio, con 01 Distribution ndr) mette in scena una famiglia realistica con i suoi rapporti disfunzionali.
“È un film che cerca di scandagliare le dinamiche familiari. E lo fa mettendo in scena una famiglia super allargata. Della scrittura e regia di Simone Godano è interessante il mettere in ogni scena personaggi che si parlano liberamente tra di loro, ma che hanno una parabola precisa. La capacità di rendere naturale una quotidianità, dentro un’estrema precisione drammaturgica”.
Lei viene da una famiglia più tradizionale.
"Sì, Mio padre e mia madre sono stati insieme fino a quando papà ci ha lasciati. Stavano insieme da sempre, ma non è che siccome era una famiglia canonica, non ci fossero turbolenze”.
Con i suoi due fratelli come va?
“Ci vogliamo molto bene, siamo uniti. Abbiamo subito il contraccolpo della perdita di papà, una cosa dura da vivere, …
Riccardo Scamarcio, Sei fratelli di Simone Godano (in sala il primo maggio, con 01 Distribution ndr) mette in scena una famiglia realistica con i suoi rapporti disfunzionali.
“È un film che cerca di scandagliare le dinamiche familiari. E lo fa mettendo in scena una famiglia super allargata. Della scrittura e regia di Simone Godano è interessante il mettere in ogni scena personaggi che si parlano liberamente tra di loro, ma che hanno una parabola precisa. La capacità di rendere naturale una quotidianità, dentro un’estrema precisione drammaturgica”.
Lei viene da una famiglia più tradizionale.
"Sì, Mio padre e mia madre sono stati insieme fino a quando papà ci ha lasciati. Stavano insieme da sempre, ma non è che siccome era una famiglia canonica, non ci fossero turbolenze”.
Con i suoi due fratelli come va?
“Ci vogliamo molto bene, siamo uniti. Abbiamo subito il contraccolpo della perdita di papà, una cosa dura da vivere, che ci ha fatti scricchiolare un po’. Però poi per fortuna, necessità e un po’ anche fatalità, ci sentiamo tutti i giorni”.
Suo padre è stato un riferimento importante, per lei.
“Un riferimento assoluto, lui e mamma. È stato un padre esemplare, anche con difetti macroscopici. E per me c'è stato quando ci doveva essere”.
Cosa le ha lasciato?
“Mio padre era ossessionato dal concetto di onestà, onorabilità. Banalmente, l’essere un uomo di parola. Di questi tempi suona come un concetto arcaico, ma mi ha talmente trasferito questa cosa che io l'ho seguita, e mi sono sempre trovato bene”.
Cosa la fa ridere di più?
“Le telefonate con gli amici di Andria, quelli dell’infanzia. Ore di chiacchiere in dialetto, a ridere come cretini. Negli anni ci siamo aiutati, sostenuti. I rapporti umani, gli affetti, le amicizie, sono fondamentali. Di amici ne ho tanti, sparsi per il mondo, diversi, con tutti condivido la passione per la dialettica e per l'analisi”.
Di quel ragazzetto - che vent’anni fa non immaginava quanto Tre metri sopra il cielo gli avrebbe cambiato la vita - cosa resta?
“È vivo e vegeto, l’ho difeso e protetto da tutto e da tutti in tutti, in questi anni. L’essenza di quel ragazzo è viva, dentro il corpo di un uomo fatto e maturo”.
Quel film di vent’anni fa parla ancora agli adolescenti di oggi, che lo conoscono. Perché, secondo lei?
"Perché è un film romantico. Forse in questo periodo storico di film romantici non se ne fanno tanti. E invece c'è una grande necessità di romanticismo, i film che ci piacciono e restano, in qualche modo, lo sono. E per romantici intendo quei film che sono indulgenti con gli eroi e antieroi che portano in scena, che l’autore ha la capacità di farci perdonare e salvare. Non credo che il cinema abbia alcuna responsabilità pedagogica, deve anzi essere libero da qualsiasi obiettivo precostituito, però se c'è una cosa che può fare al suo meglio è scaldare i nostri cuori”.
Oltre che attore è anche produttore. È il caso di L’ombra del giorno di Giuseppe Piccioni, film con lei e Benedetta Porcaroli, che ha avuto una seconda vita sulle piattaforme.
“Il film comunque in sala ha fatto 50.000 spettatori, ma era uscito subito dopo il Covid, quando la sala non era ancora pronta. Sulle piattaforme ha trovato una nuova vita, la vita che forse giustamente meritava. Mi sono innamorato del copione e quando il vecchio produttore non riusciva a mettere insieme i finanziamenti, mi sono preso la responsabilità di produrlo. Poi l’argomento che tratta è ambientato nel ‘39 e ‘40, qualche mese prima che scoppi il secondo conflitto mondiale e ci sono un sacco di analogie con la situazione che stiamo vivendo: molte persone sminuivano il pericolo che veniva sventolato con grande leggerezza e che poi ha prodotto milioni di morti e devastazioni in molti Paesi. È un film che consiglio di guardare perché alcune dinamiche che viviamo oggi, censure, l’atteggiamento superficiale come il pensare che le bombe caschino sempre sugli altri Paesi che sono lontani da noi però sempre più vicini, quindi pensarsi, come dire, ‘unti dal signore’, come se queste bombe non possano cadere sulle nostre teste. È chiaro che, se rimaniamo indifferenti alla violenza che viene perpetrata tutti i giorni in vari posti, in vari scenari, l'indifferenza ci renderà complici e quindi questa violenza - speriamo di no - potrebbe ritorcersi contro di noi”.
Se c'è una cosa che non si può dire di lei è che non abbia preso posizione, come attore, su temi politici e sociali.
“Sì, pagandone anche un prezzo, qualche volta salato. Chi esprime il proprio pensiero in maniera libera è poi oggetto di critiche, anche pesanti e che fanno soffrire, soprattutto quando poi le tue intenzioni hanno lo scopo, come nel mio caso, di accendere l'attenzione. Ecco, magari dico anche delle cose sbagliate sicuramente, però i miei intenti sono quelli di far riflettere un pochino, e di accendere un riflettore sull'umanità, che mi pare la cosa più a repentaglio in questo momento”.
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Fare il produttore ha influenzato la sua recitazione?
“Mi ha dato l'opportunità di guardare al cinema a 360 gradi, abbassare la responsabilità che un attore protagonista sente sulle proprie spalle. E mi fa essere un attore ancor di più con i piedi per terra. Ma con lo sguardo sempre rivolto alle stelle, al cielo, a sognare, agli ideali ecco”.
Lei ha detto di preferire il cinema alla vita.
“Amo la vita e non vivo per il cinema, ma è un posto magico. Me ne sono innamorato quindicenne, era il posto in cui potevo evadere dal mio contesto dell’epoca, adolescente che bighellonava per le strade di Andria. Era la possibilità di viaggiare, conoscere dinamiche umane interessanti ma anche violente, a undici anni ho visto The elephant man di Lynch mi ha cambiato per sempre. E poi Sergio Leone, Ettore Scola, Martin Scorsese. Devo tanto al cinema, come spettatore, come attore, come uomo. Ho avuto la fortuna di incontrare persone incredibili nella mia carriera. Il cinema è diverso dal mondo del teatro e dell’informazione. È fatto da corsari, persone che combattono in modo anarcoide, intellettuale. Ma anche molto pragmatico, artigianale. I film fanno dei prototipi e cercano di mettere in scena delle dinamiche tra le persone: l'umanità è sempre l'elemento fondamentale che genera la creatività”.
'Race for glory - Audi vs Lancia', Scamarcio e Bruhl nella rally del 1983
Ha prodotto anche Race for glory. Lei ha detto di essere competitivo. La sua grande sconfitta?
“Ho vissuto momenti di sconforto e di sconfitta vera, legati a situazioni specifiche, a rapporti difficili, per esempio con dei registi. Ma mi riconosco di essere stato bravo, professionalmente, perché ho sempre preso la strada più difficile, mai quella più facile. Quando ho preso schiaffi, e ne ho presi belli forti, era perché magari dietro c’era un'ambizione troppo alta, che non mi potevo permettere in quel momento. Ma mai perché ho accettato di fare la pubblicità, per esempio. Non ho mai utilizzato i social, eppure avrei potuto fare tantissimi soldi. Per me la vera sconfitta, in ambito professionale e nella vita, significa abdicare ai propri ideali. E, mi permetto di dire, io questo non l’ho mai fatto. Capisco che è anacronistico, perché il mondo mediatico è alla ricerca di cogliere in fallo e distruggere i miti, gli esempi, questo è un gioco al massacro che non fa bene alla società. Il fatto che Marlon Brando mandi una nativa a rifiutare l'Oscar per Il Padrino è o non è un atto politico fatto da un mito? Poi possiamo anche non condividere quel che pensava la persona, ma resta un mito. Io ho pensato a volte di poter cambiare le cose dicendo quello che pensavo. Invece, lì ho subito delle sconfitte pesanti, perché mi sono reso conto che non si può tentare di sconfiggere il nemico usando i suoi stessi strumenti”.
La situazione negli ultimi anni è peggiorata.
“Sì. Negli Ottanta c’erano novanta broadcasting, oggi sono una manciata. C’è un accentramento di poteri, sotto tutti i punti di vista. E questo genera uno sbilanciamento degli equilibri mondiali, la conseguenza è sotto gli occhi di tutti molto, molto pericolosa. C’è uno strapotere nelle mani di pochi a detrimento della maggioranza. Siamo tutti d'accordo che quello che sta succedendo in Palestina è un abominio. Lo diciamo, anche. Però perché le cose non cambiano? Come mai non si riescono a fermare questi bombardamenti? Questo ci rende impotenti, la volontà popolare non è rappresentata. Nessuno vuole la guerra, eppure non si fermano”.
'Assassinio a Venezia', Kenneth Branagh è ancora Poirot. Il terzo film è molto più dark
Lei è uno degli italiani che lavora all’estero. Essere chiamati da Kenneth Branagh per Assassinio a Venezia?
“Bellissimo, Kenneth ha un approccio da maestro di teatro qual è, molto preciso. Ho avuto l'impressione di fare il militare, però mi ha diretto con grandissima attenzione e con una grandissima libertà, chiedendomi cosa pensassi. Mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quando ero al Centro sperimentale, o Valerio Binasco, con cui ho fatto Romeo e Giulietta. Con quell’afflato e quella serietà che si trova più nell’ambito teatrale che cinematografico”.
Johnny Depp l’ha scelta per il suo Modigliani in “Modì”.
“Un ‘esperienza che consiglio a tutti” (scoppia in una grande risata ndr).
Perché lo dice ridendo?
“Perché Johnny è una persona stupenda, un uomo libero, un artista eclettico, poliedrico, che ha mille risorse. Intelligentissimo. Una persona piena di educazione, di una dolcezza e di un’empatia straordinarie. È una personalità sensibile, anche molto eterea, inafferrabile, sfuggente. Però, quando c’è, è bellissimo lavorare con lui”.
Un ricordo dal set?
“Dovevamo girare la scena in cui esco da un incontro importante con un compratore d’arte, interpretato da Al Pacino. Noi l’avevamo immaginata di notte, invece avevano preparato la scena in pieno giorno e Depp non ha voluto girare. Ma il set a Budapest era bellissimo, una strada intera preparata. Dico a Johnny: ma non perdiamo questo set bellissimo, giriamoci un’altra scena. Gli ho fatto sentire le musiche dello Sceicco bianco di Rota e lui è impazzito: abbiamo improvvisato questa scena, io che cammino stretto nel cappotto, che poi sarà nel film. Sono stato fortunato perché è il primo film da protagonista assoluto che faccio in inglese con queste star pazzesche del cinema hollywoodiano”.
Al Pacino?
“È la quintessenza dell’attore. Di una gentilezza, generosità che mi ha commosso. La mia fortuna è stata poter di poter lavorare in un contesto di questo tipo, come faccio in Italia. In fondo il cinema americano che ci piace è quello indipendente e questi ne sono i pilastri: Pacino, De Palma, Francis Ford Coppola. Anche se poi hanno avuto distribuzioni planetarie e quindi vengono attribuiti all’industria di Hollywood, la realtà è che dietro questi film ci sono individui che sono sempre quei corsari di cui parlavamo all’inizio”.