Spettacoli

‘Perfect Blue’, il thriller psicologico del maestro dell’animazione Satoshi Kon

‘Perfect Blue’, il thriller psicologico del maestro dell’animazione Satoshi Kon

Ancora in sala in versione restaurata l’opera prima del regista giapponese scomparso nel 2010

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Perfect Blue di Satoshi Kon usciva per la prima volta nelle sale quasi trent’anni fa, nel 1997. E da allora è stato in grado di influenzare profondamente non solo il cinema d’animazione, ma anche registi occidentali come Darren Aronofksy (sono piuttosto famosi i video di confronto tra i loro film, e sono piuttosto famose anche le risposte piccate di Kon, infastidito dalle citazioni spudorate di Aronofsky). La risposta che ha ricevuto in Italia, dopo appena tre giorni di programmazione per un’uscita-evento organizzata da Nexo Digital (ma il film è ancora in programmazione in alcune sale selezionate), è l’ennesima prova che un pubblico interessato a questo tipo di titoli esiste e che l’animazione, presa come linguaggio e come categoria più ampia, non è – come molti ancora dicono – “una cosa per bambini”.

Perfect Blue è un thriller psicologico intensissimo, che mischia l’horror con la violenza più efferata, che ci racconta la storia di una donna, di una idol, che si ritrova schiacciata dalle attese del pubblico e da una visione distorta e mostruosa del successo. Perfect Blue, insomma, si offre a molteplici letture e riesce, quasi immediatamente, fin dalle prime scene, a creare una rete fatta di paura e confusione, che avvicina lo spettatore alla protagonista e che, in qualche modo, lo rende parte attiva del racconto. Tutto il dolore e la sofferenza che vengono messi in scena si riflettono come in uno specchio sul pubblico, ed è pressoché impossibile non venirne affetti. In questo film, si alternano più piani e più livelli. La protagonista è perseguitata da uno stalker. Che poi, in realtà, si rivelano essere di più. E c’è uno sdoppiamento della personalità, e c’è pure una concretizzazione effettiva, quasi fisica, dell’ossessione fanatica.

Satoshi Kon (scomparso nel 2010) riempie ogni scena e ogni inquadratura di dettagli; trasforma le case e gli studi televisivi in spazi vivi e vissuti, e non appena vanno via le persone, non appena le stanze si svuotano, il freddo della solitudine diventa palpabile. Soffocante. E ancora una volta ci ritroviamo immobilizzati dalla paura. Con Perfect Blue, Kon è stato in grado di allargare la riflessione alla società giapponese e, in qualche modo, a quella occidentale, anticipando i tempi della fama istantanea, da social, e dei fan che si convincono seriamente di essere amici di chi seguono, di potersi permettere di intervenire, di dire e, talvolta, di esserci fisicamente.

I primi piani, le espressioni della protagonista che cambiano velocemente, come sabbia smossa dal vento; il puro terrore che le attraversa lo sguardo e che le soffoca la voce; e poi l’immobilismo passivo in cui, a un certo punto, cade. La brutalità e rozzezza dei suoi assalitori, la violenza famelica, bestiale, che si impadronisce di loro e che dà libero sfogo agli impulsi più disumani. È come un vortice, Perfect Blue. Proprio quando sembra essere arrivato a un momento di stasi, ricomincia a girare, a ondeggiare e a travolgere qualunque cosa. E la narrazione non ne risente, anzi. L’andamento quasi sincopato del racconto sa dargli un suo ritmo e una sua musicalità – che però preannuncia unicamente i momenti più terribili e intensi.

Questo film è incredibilmente attuale, e parte della sua fortuna deriva anche da questo. Ma non solo: è importante ribadirlo. Il discorso va nuovamente allargato; bisogna partire, e questo è fondamentale, dal potere espressivo che ha l’animazione e dal modo in cui, rispetto alle immagini dal vivo, è in grado di tenere insieme lo spazio e il tempo e di non fermarsi davanti ai limiti di budget (che pure, attenzione, ci sono) e alla provenienza degli spettatori.

L’animazione parla a chiunque, e così fa Perfect Blue. Non è un’esagerazione definirlo capolavoro, e non è nemmeno un’esagerazione dire che ha saputo rivoluzionare il genere e l’approccio stesso al genere. Non dimentichiamoci che questo film è stato l’esordio alla regia di Kon. Dopo essere stato notato per il suo lavoro sull’anime di JoJo, gli è stato proposto di sviluppare un progetto tutto suo e lui ne ha approfittato. Non si è, diciamo così, frenato davanti al rischio. Ha, al contrario, deciso di provare a creare qualcosa che lo rispecchiasse e che fosse il più fedele possibile alla sua visione. Ecco, con Kon la parola “visione” diventa imprescindibile. Le sue opere si riconoscono facilmente, bastano pochi frame. Alcune delle sue inquadrature sono state riprese, riadattate e a volte copiate spudoratamente. Con il suo lavoro, Kon ha segnato un solco profondo, impossibile, tanto oggi quanto ieri, da ignorare. E la stessa cosa, con le dovute differenze, ha saputo farla anche Perfect Blue, che con il dinamismo e la bellezza delle sue animazioni ha creato un vero e proprio precedente per il cinema mondiale.

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