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Minervini a Cannes con ‘I dannati’: “L’America di oggi è ancora lacerata. Mi preoccupa il ritorno di una cultura oppressiva”

Il regista italiano porta nella sezione Un Certain Regard un film girato in America su un gruppo di volontari ai tempi della guerra di Secessione
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CANNES – La guerra di Secessione per raccontare l’America lacerata di oggi, dove il conflitto è più polarizzato che mai. Il cineasta italiano Roberto Minervini, che da anni vive negli Stati Uniti, torna al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, con il suo primo film di finzione, I dannati, nuova esplorazione dell’immaginario statunitense. Ambientato nell’inverno del 1863, in piena guerra di Secessione, racconta di una compagnia di volontari dell’esercito degli Stati Uniti. La loro missione è presidiare le terre inesplorate dell’Ovest: alcuni hanno poca esperienza, altri hanno trovato nell’uniforme un lavoro, altri ancora sono sostenuti da un credo, una fede, la famiglia. Li seguiremo in un viaggio aspro e doloroso, con un finale aperto.

Che significa tornare alla Croisette dopo tanti anni?

“E’ passato tanto tempo, ma l’emozione c’è sempre. Stavolta ho fatto qualcosa di diverso. Arrivai qui per la prima volta con un film autoprodotto, quindi non sapevo neanche dove m…

CANNES – La guerra di Secessione per raccontare l’America lacerata di oggi, dove il conflitto è più polarizzato che mai. Il cineasta italiano Roberto Minervini, che da anni vive negli Stati Uniti, torna al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, con il suo primo film di finzione, I dannati, nuova esplorazione dell’immaginario statunitense. Ambientato nell’inverno del 1863, in piena guerra di Secessione, racconta di una compagnia di volontari dell’esercito degli Stati Uniti. La loro missione è presidiare le terre inesplorate dell’Ovest: alcuni hanno poca esperienza, altri hanno trovato nell’uniforme un lavoro, altri ancora sono sostenuti da un credo, una fede, la famiglia. Li seguiremo in un viaggio aspro e doloroso, con un finale aperto.

Che significa tornare alla Croisette dopo tanti anni?

“E’ passato tanto tempo, ma l’emozione c’è sempre. Stavolta ho fatto qualcosa di diverso. Arrivai qui per la prima volta con un film autoprodotto, quindi non sapevo neanche dove mi trovassi, quali fossero i nomi delle sezioni. Oggi sono più esperto, però continuo ad essere sempre un ragazzo alla finestra che guarda tutto, e guarda se stesso. Poi, per me il cinema è sempre stato un momento molto conviviale, in cui lavoro con amici e famiglie. Tutto ciò lo rende molto umano e normalizza l'esperienza: diventa tutto a dimensione d'uomo, come piace a me”.

L’idea de “I dannati” nasce da lontano.

"Sì, dalla voglia di raccontare le origini della fragile democrazia americana del XIX secolo e di creare, appunto, una specie di dialogo aperto con quello che è lo stato della democrazia attuale in America. C'è anche la voglia di raffrontarmi con il genere cinematografico di guerra e con i precetti della giusta causa, dell'aspetto muscolare dell'essere uomo in guerra, che per certi versi riscrivo e a volte metto in discussione con questo film”.

Minervini e i suoi 'Dannati' a Cannes: "L'America di oggi è ancora lacerata"

Quanto i dialoghi e i sentimenti e i pensieri degli uomini di allora sono comunque condivisibili anche oggi, in cui l’America è divisa, l’Europa e il Medio Oriente sono scossi da guerre?

“Inevitabilmente il film è intriso di contemporaneità. Questo avviene anche perché, proprio dal punto di vista metodologico, non essendoci una scrittura, i personaggi attingono da se stessi per poi creare una dialettica con il periodo storico che stanno a rappresentare nei discorsi. Questo rende il film inevitabilmente attuale”.

Il film ci immerge nelle asperità e fatiche di allora, quanto è filologico rispetto alla vita di frontiera del tempo?

“L'America continua ad essere terra di frontiera. All'interno ci sono forti contraddizioni, un cortocircuito fra territori decentrati e l'America mainstream, quella che conta e flette i muscoli dell'economia. Una esperienza che penso rifletta anche le idiosincrasie americane che persistono ancora oggi”.

C’è una sorta di regressione culturale, oggi?

“C’è un risorgere dei movimenti che sicuramente guardano al passato: si parla della statalizzazione della religione, della cristianità. Esiste una reazione anche rispetto alla espansione del concetto di genere sessuale, con un forte ritorno all'aspetto binario del genere, quindi alla dicotomia di maschio e femmina, che andrebbe anche ad influenzare i ruoli all'interno del nucleo familiare. Tutto ciò terrorizza una parte dell’America. Io che da tre anni vivo a New York, sento fortemente la preoccupazione di un ritorno ad una cultura oppressiva”.

C’è la sensazione che il ritorno di Trump alla Casa bianca sia inevitabile?

“Sì. Persino in me esiste un sentimento di rassegnazione. Non vedo come sia possibile contrastare l'ascesa e il ritorno di Trump, che deve molto all'America evangelica, deve molto al Tea party e concederà molto anche a questi flussi reazionari che ormai stanno prendendo piede in America”.

Ma l’America resta il posto in cui lei vuole vivere?

“Difficile a dirsi: è il posto in cui vivo e io sono sempre stato in movimento. E ad oggi New York è il luogo in cui io mi sento al sicuro, dove posso guardare all'America e all'Europa e per certi versi sentirmi al riparo da moti incontrollabili, come appunto il risorgere di movimenti politici conservatori. A volte, lo dico scherzando, non vivo in America ma a New York. E adesso va bene così”.

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