Coppola a Cannes, l’incontro che emoziona: “Per ‘Megalopolis’ ho rischiato la bancarotta, ma i soldi non hanno importanza, contano gli amici. L’America nata sugli ideali della Repubblica romana, oggi le democrazie sono a rischio”
dalla nostra inviata Arianna FinosCANNES – Chiamatemi Francis. Quello del cineasta italoamericano 85 anni, con la sua ultima scommessa qui a Cannes, è di gran lunga l’incontro più emozionante del Festival. Vestito di chiaro, circondato da figli, amici, attori – una gigantesca famiglia artistica e umana, Francis Ford Coppola è in forma smagliante.
Per attivare l'iscrizione alla newsletter The dreamers, dedicata al cinema e alle serie tv, clicca qui
“Nessuno sul set mi chiama Mister Coppola, tutti mi chiamano Francis, i miei nipoti nonno Francis”. Risponde a tutte le domane e alla fine chiede più tempo, chiede di far parlare i suoi attori – sono tanti capitanati da Adam Driver e Jon Voight, la sorella Talia Shire. Accanto a Coppola c’è la nipotina “è dove, quarantacinque anni fa, sedeva mia figlia Sofia”, sorride.
'Megalopolis', il sogno realizzato di Francis Ford Coppola
Rispetto alla standing ovation tributata al suo Megalopolis, prodotto dalla sua Zoetrope, concepit…
CANNES – Chiamatemi Francis. Quello del cineasta italoamericano 85 anni, con la sua ultima scommessa qui a Cannes, è di gran lunga l’incontro più emozionante del Festival. Vestito di chiaro, circondato da figli, amici, attori – una gigantesca famiglia artistica e umana, Francis Ford Coppola è in forma smagliante.
Per attivare l'iscrizione alla newsletter The dreamers, dedicata al cinema e alle serie tv, clicca qui
“Nessuno sul set mi chiama Mister Coppola, tutti mi chiamano Francis, i miei nipoti nonno Francis”. Risponde a tutte le domane e alla fine chiede più tempo, chiede di far parlare i suoi attori – sono tanti capitanati da Adam Driver e Jon Voight, la sorella Talia Shire. Accanto a Coppola c’è la nipotina “è dove, quarantacinque anni fa, sedeva mia figlia Sofia”, sorride.
'Megalopolis', il sogno realizzato di Francis Ford Coppola
Rispetto alla standing ovation tributata al suo Megalopolis, prodotto dalla sua Zoetrope, concepito sul set di Apocalypse Now 45 anni fa, definito “una favola”, una parabola ecologica, ambientata in una New York futuristica, New Rome, tra utopia e corruzione: “Mi sono sentito pieno di sollievo e gioia. Non è un’emozione riassumibile in una parola. È stato il coronamento della gioia. Dopo tutti questi anni da quando ho avuto un'idea, e poi averla costruita in tempi diversi e di averla abbandonata e di aver detto, no, non avrei dovuto abbandonarla, era un film bellissimo”.
Il film, ispirato alla Congiura di Catilina, parla di una Megalopoli come l’Antica Roma, di tiranni, democrazia, corruzione del potere e dei media, di sociologia, fisica, medicina, di invenzioni capaci di condurci verso un futuro di pace. E, soprattutto, di speranza. Negli Stati Uniti di oggi è possibile che questa visione utopica di Megalopolis possa avere un riscontro? “L'America è stata fondata sugli ideali della Repubblica Romana. Noi non volevamo un re, Roma non voleva un re. Così inventarono una nuova forma di governo chiamata Repubblica, con il Senato e con il diritto romano e tutte le cose che noi abbracciammo. Abbiamo persino costruito le nostre città in modo che assomigliassero a Roma. Se vi ricordate il grande edificio hanno abbattuto, la nostra vecchia Penn Station, che hanno distrutto. E Roma ha vissuto la fase di passaggio dalla Repubblica all’impero”.
"Quando ho iniziato a lavorare a questo film – continua Coppola – non pensavo che la politica di oggi lo avrebbe reso così rilevante. Perché ciò che sta accadendo in America, nella nostra repubblica, attraverso la nostra democrazia, è esattamente il modo in cui abbiamo perso la repubblica migliaia di anni fa. Quel che succede lo capisci leggendo il giornale o guardando il Saturday Night Live, la politica ci ha portato al punto in cui potremmo perdere una repubblica. E non sono i politici a dare una riposta”.
"Penso che questo sia il ruolo dell’arte – riflette il regista - il ruolo dell’artista, che è quello di illuminare, come un faro, la vita contemporanea. Se fai arte che non illumina sulla contemporaneità è come cuocere quell’hamburger che ti mangi e non ha nessun valore nutritivo, cosa che peraltro sta succedendo. Quindi il mio tema, la mia speranza è che gli artisti del nostro Paese facciano luce su ciò che sta accadendo, perché le persone possano vedere e capire. Joseph Papp mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato: ‘Scelgo progetti che illuminano la vita contemporanea’. Ed è quello che penso che tutti gli artisti dovrebbero fare”.
Inevitabile il riferimento a Donald Trump: gli viene chiesto quanto abbia paura di avere uomini come lui al comando, “Trump non è al comando – risponde Coppola - ma penso che ci sia una tendenza in atto, e non voglio andarmene in questa situazione. C’è una tendenza nel mondo verso una nuova destra, ma anche la tradizione fascista. E non c’è nessuno che abbia vissuto durante la Seconda guerra mondiale, e abbia visto gli orrori che hanno avuto luogo, che non sappia che questo non deve ripetersi. Quindi, ancora, dico che il ruolo dell’artista è fare luce su quel che succede nel mondo. Nel nostro cast ci sono artisti con idee diverse, penso a Jon Voight, ma tutti abbiamo a cuore come poter creare un mondo meraviglioso per i nostri nipoti, i nostri bambini”.
Coppola rimarca più volte come il film sia frutto di un lavoro collettivo. “Sono seduto al centro. Quindi è come se fossi il personaggio principale, ma il film è una collaborazione, tutti noi abbiamo fatto il film insieme. Da solo non avrei potuto. E non solo nella recitazione del proprio ruolo. Ero un regista teatrale prima di diventare un regista cinematografico, e so lavorare solo con gli attori. Il modo in cui lavori in teatro, dove hai l'opportunità di recitare e provare, e il modo in cui ho fatto il film. Storicamente, se chiedi quale lavoro nei film ha più successo nel fare registi, potresti pensare, potresti pensare agli sceneggiatori, ai montatori. Ma di gran lunga, in tutta la storia del cinema, gli attori fanno i film migliori migliori perché capiscono le due parti davvero essenziali dei film: recitare e scrivere. E recitare è qualcosa che richiede molto tempo per imparare”.
Storicamente Francis Ford Coppola ha rimesso mando a molti suoi film, creandone nuove versioni. Succederà anche a Megalopolis? “Il motivo per cui spesso rimonto i miei film è perché li possiedo. Se mi chiedete perché possiedo Apocalypse Now, la risposta è che nessuno lo voleva. E così, quando possiedi un film che fai, pensi: oh, lo capisco meglio. Non modificherei mai La conversazione perché mi piace com'è. E non ho mai voluto farlo con Il padrino, anche se c’è una scena che aggiungerei”. E spiega: “Siamo in Francia. Caterina de' Medici sposò il re di Francia, portò con sé Leonardo da Vinci con le sue opere. Ma aveva un dipinto che non era del tutto finito: la Monnalisa, a cui lavorò a lungo, e quando l’ebbe finita la diede in dono al re di Francia. Quindi vi dico: sarò qui tra 20 anni. E se troverò qualcosa da fare al film per renderlo migliore lo farò. Per ora so che è finito perché ne ho già iniziato a scriverne un altro”.
Dopo la sfortunata proiezione a un gruppo di distributori a Los Angeles, dove ha avuto una accoglienza mista e qualcuno l’ha giudicato “invendibile”, Megalopolis è stato decisamente meglio accolto al Festival. Per l’Italia l’ha comprato la Eagle Pictures di Tarak Ben Ammar. All’incontro si chiede conto a Coppola dei rischi corsi nel produrre da solo il film, e quali ostacoli abbia incontrato cercando di rimanere fedele a sé stesso. “Sapevo che questo non era come gli altri film, non c’erano riferimenti per dire: rendiamolo più simile a questo o a quello. Ma è così che sentivo che il film doveva essere. E dato che stavo pagando per questo, pensavo di averne diritto. Alla fine, ci sono così tante persone che, quando muoiono, dicono, oh, vorrei aver fatto questo o quello. Quando morirò, dirò: ho fatto tanto, e ho avuto modo di vedere mia figlia vincere un Oscar e ho fatto la mia azienda vinicola, e tutti i film che volevo fare. E ci sono riuscito. E sarò così occupato a pensare a tutte le cose che devo fare, che, quando morirò, non me ne accorgerò”.
Torna a ragionare sulle trasformazioni di Hollywood, la crisi delle major, l’avvento dei giganti dello streaming, quando tornano a chiedere delle sorti distributive del film. “Lo streaming è ciò che una volta chiamavamo home video, i dvd. Sapete, io amo vedere, come e teatro film da migliaia di anni fa, il pubblico riunito, vedere un bellissimo film in un grande teatro con ottocento persone e diventare tutt’uno con loro, con il pubblico. Questo è quello che succede, sia a teatro che al cinema. Temo che l'industria cinematografica sia diventata più una questione di persone assunte per far fronte ai loro obblighi di debito, perché gli studios sono in grande, grande debito. E il lavoro non è tanto quello di fare buoni film, quanto assicurarsi che paghino i loro obblighi di debito. E ovviamente le nuove aziende come Amazon e Apple e Microsoft hanno un sacco di soldi. Quindi potrebbe essere che gli studi che abbiamo conosciuto per tanto tempo, alcuni meravigliosi, non siano più qui in futuro. Non lo so”.
Quanto al rischio di perdere il patrimonio personale, 120 milioni, la risposta è forte e chiara: “Non mi interessa. Non ci ho mai pensato. Sai, uno dei motivi per cui ho la linea di credito che mi ha permesso di farlo è che nel 2008, durante la crisi finanziaria, investii 20 milioni di dollari per prendere un'azienda vinicola e costruire un luogo in cui i bambini potessero fare qualcosa quando i loro genitori bevevano il vino. Ho reso la cantina un giardino della Danimarca, con le piscine e i giochi. E questo investimento di 20 milioni di dollari ha dato vita a un luogo che in tanti adesso cercano di replicare. E così ho preso i soldi da quello, e li ho messi sul film. Così non ho avuto alcun problema con i finanziamenti. Quanto ai miei figli, Sophia, Roman e mia nipote Gia, hanno carriere meravigliose, non hanno bisogno di una fortuna. Non importa. Sapete, i soldi non contano. Ciò che è importante sono i nostri amici. I soldi vanno e vengono. Un amico non ti deluderà mai”.
Chiede ancora domande, quando il tempo è finito, e vuole far parlare sua sorella, Talia Shire. “In questo momento è facile tornare indietro nel tempo – racconta l’attrice - pensare a mio fratello che ci ha sempre spinto ad andare avanti, a correre rischi, è sempre stato creativo e coraggioso. Francis era visionario già a nove anni. Aveva la poliomielite, tutti dicevano che non avrebbe camminato e lui invece decise che avrebbe ancora camminato, e lo ha fatto per un anno. Con grande coraggio”. Poi, si rivolge direttamente al fratello: “Ogni giorno, lavorando con questi grandi attori, ci hai creato. Ci hai fatto incontrare. Ed è straordinario. Sono orgogliosa di essere un’attrice tra questi attori. A volte è difficile trovare lavoro, poi sul set con Francis trovi colleghi come questi e fai un’esperienza che ti cambia. Quando sei con lui, vai sempre avanti”.