Richard Gere, a Cannes la storia degli ultimi giorni di un cineasta: “Mio padre è morto due mesi prima, è stato come vedere me stesso tra pochi anni”
dalla nostra inviata Arianna FinosCannes – Richard Gere è il capofila delle star anni Novanta che brillano alla Croisette. Naomi Campbell ha sfoggiato un abito che non indossava da 28 anni, sono tornati Demi Moore, Nicolas Cage, Kevin Costner.
Gere, 74 anni, è arrivato accompagnato dalla moglie Alejandra Silva, 41 anni, e al suo primo figlio Homer, 24 anni. Dopo quarant’anni di assenza Gere porta in concorso Oh, Canada (titolo italiano I tradimenti), l’anti biopic firmato da Paul Schrader (tratto dal romanzo di Russell Banks) in cui interpreta un regista di documentari che si è rifugiato in Canada alla fine degli anni Sessanta, dopo essere fuggito dalla guerra del Vietnam. Divenuto un cineasta riconosciuto e una figura emblematica della sinistra, dopo la scoperta di numerosi casi di corruzione, l'uomo si ammala di un cancro devastante. Mentre la morte lo attende, Leonard Fife accetta di concedere un'ultima intervista a uno dei suoi discepoli, in cui rivelerà i suoi ultimi segreti fino ad allora non riconosciuti, assis…
Cannes – Richard Gere è il capofila delle star anni Novanta che brillano alla Croisette. Naomi Campbell ha sfoggiato un abito che non indossava da 28 anni, sono tornati Demi Moore, Nicolas Cage, Kevin Costner.
Gere, 74 anni, è arrivato accompagnato dalla moglie Alejandra Silva, 41 anni, e al suo primo figlio Homer, 24 anni. Dopo quarant’anni di assenza Gere porta in concorso Oh, Canada (titolo italiano I tradimenti), l’anti biopic firmato da Paul Schrader (tratto dal romanzo di Russell Banks) in cui interpreta un regista di documentari che si è rifugiato in Canada alla fine degli anni Sessanta, dopo essere fuggito dalla guerra del Vietnam. Divenuto un cineasta riconosciuto e una figura emblematica della sinistra, dopo la scoperta di numerosi casi di corruzione, l'uomo si ammala di un cancro devastante. Mentre la morte lo attende, Leonard Fife accetta di concedere un'ultima intervista a uno dei suoi discepoli, in cui rivelerà i suoi ultimi segreti fino ad allora non riconosciuti, assistito dalla moglie interpretata da Una Thurman.
Alludendo all’anteprima al Palais, piuttosto emozionante del film, che in Italia uscirà con il titolo I tradimenti con Be Water e Medusa. "È stata una lunga notte, la mia voce è molto più bassa oggi”, racconta Gere, elegantissimo. Gli chiedono subito di questo ritorno con il regista con cui, 45 anni fa, ha realizzato American gigolò: “Ricordo che all’epoca mi fece vedere Fino all’ultimo respiro e tanti film con Alain Delon. Era un personaggio che non avevo mai fatto prima, non sapevo come interpretarlo. Ci siamo ritrovati dopo tutto questo tempo e Paul ancora di più sa quel che vuole, lavora con chi vuole. Si parla molto all’inizio, su chi fosse e da dove venisse Russell Banks, ho visto tante foto, video, interviste. Anche di quando era malato, e stava per morire. Una volta battuto il ciak sapevo benissimo chi fosse il personaggio e cosa avremmo fatto”.
A interpretare Gere da giovane è Jacob Elordi, attore super emergente grazie a Euphoria, Saltburn, Priscilla. “Ci siamo visti per la prima volta alla lettura del copione, momento che può essere piuttosto imbarazzane, in vece questo è andato bene. Lui aveva studiato i miei film per capire come ero e come mi muovevo quando ero giovane come lui, l’ho rassicurato su come avrei usato la voce. In più somiglia fisicamente a mio figlio e questa è una gran cosa. Ovviamente hanno dovuto mettergli pedane per farlo più alto, vista la mia altezza (scherza, visto che Jacob è molto più alto di lui ndr). Ho sentito che Jacob ha calore, umiltà, è genuinamente gentile e lavora forte. Non siamo insieme neanche in un frame, forse una volta in uno specchio”.
È difficile e un po’ struggente accostare l’immagine di Gere l’american gigolò al personaggio in fin di vita nel film. “Mio padre è morto due mesi prima di questo progetto. Era vicino ai 101 anni, ma viveva con me e i miei figli e mia moglie. Era sulla sedia a rotelle e nei suoi ultimi giorni viveva situazioni simili a quella del film, la linea reale si intreccia col passato, sparisce nei ricordi e proprio questo volevo catturare nel personaggio. Io volevo abbracciare mio padre con il mio personaggio, gli somiglio anche fisicamente. È pauroso entrare nel processo dell’età nel film, è stato come vedere me stesso tra pochi anni. Sì, sarò così, come mio padre e vivrò quel che ha vissuto lui. Ho iniziato questo lavoro che avevo sedici anni e una faccia piena di energia. L’ho vista crescere e cambiare attraverso i film. È bizzarro quando, specie ai festival, omaggiano la tua carriera e la condensano in pochi minuti. E così vedi la tua vita passarti davanti, vedo i personaggi ma anche io che il interpreto, quella persona che fingeva di esser quel personaggio. Da questo punto di vista è difficile fare l’attore. Il teatro vive il momento e svanisce, i film restano, come un documento potente, misterioso, strano”.
Affrontando il presente, gli ricordano, all’incontro con la stampa, di Meryl Streep che ha raccontato di essere cresciuta in una piccola città a aver avuto amici che non sono tornati dal Vietnam. Qual è il contributo che possono dare gli artisti? “Siamo esseri umani, tutti, immaginiamo la stessa cosa, abbiamo gli stessi sogni. L’attore con la sua arte può illuminare il viaggio che tutti facciamo. A volte guardo a mio figlio, rivedo in lui i miei primi passi da attore, non sono uguale a lui, ma vedo una continuità in questo andare avanti. Parlando della guerra, quella di oggi, il problema è non vedere noi stessi negli altri, non riconoscerci, non aprire il cuore. Quando ci si riconosce come esseri umani i problemi spariscono”.
A chi gli chiede conto dei registi che protestano, delle difficoltà in paesi come la Georgia, risponde “gli anni sovietici, sono stati i migliori per il cinema russo. In parte per la repressione e l’oppressione subita. Gli artisti hanno trovato modi più sottili di comunicare, hanno realizzato film straordinari su temi difficili, ai tempi della Unione Sovietica. E poi quando tutto è cambiato ed è subentrata una società capitalistica, ci sono state valanghe di film neanche lontanamente all’altezza, più simili a quelli stupidi a livello globale”. E, aggiunge “agli artisti dico trovate un modo di comunicare, anche con film a basso costo. So quanto è difficile trovare finanziamenti, ma non è solo una questione di soldi, il cinema è avere cose da dire, purificare il cuore, avere generosità di spirito e saggezza: tutto questo diventa un valore aggiunto contro ogni tipo di ostacoli”. Il protagonista del film si rifugia in Canada per non partire per la guerra in Vietnam, una giornalista Ucraina racconta dei giovani che nel suo Paese vanno a combattere.
Schrader ricorda che le due situazioni sono diverse, nel Vietnam l’America era colonialista, in Ucraina i colonialisti sono i russi. Gere interviene: “Al di là della comprensibile necessità di reagire all’oppressione, il problema è che andare in guerra significa prendere una pistola. E questo sarà sempre un problema, non importa se si tratta di una guerra giusta o ingiusta. Tuttavia, c'è una domanda. Posso uccidere qualcuno? Cosa faccio per difendere la mia famiglia? Ai tempi del Vietnam siamo andati a combattere persone che non conoscevamo, era solo una cosa stupida. Kissinger ci ha coinvolti, attraverso bugie e sotterfugi. Ovviamente, quando combatti per il tuo Paese, che è invaso, bombardato e saccheggiato la questione è ancora più profonda. Posso uccidere qualcun altro? Questa è la domanda, ma anche la strada”.